Uno dei miei posti preferiti vicino a Roma, dove capito spesso per lavoro, è il lago Albano, nell’area dei Castelli Romani a sud-est della capitale. A livello logistico, la zona è comoda per chi si stia muovendo in direzione Latina o Napoli.
Di origine vulcanica, questo piccolo specchio d’acqua profondo 170 m è dominato da Castel Gandolfo, dove si trova la residenza estiva dei papi. Il paese, arroccato sui colli Albani e annoverato tra i borghi più belli d’Italia, si riflette nel lago con un gioco di luci particolarmente suggestivo all’alba e al tramonto. Sulle ripide pareti rocciose che circondano il lago Albano nidifica il falco pellegrino: con un po’ di fortuna, potrete ammirare un tuffo in picchiata a 320 chilometri orari dell’animale più veloce del mondo.
Il perimetro del lago Albano misura poco meno di 10 km ed è perfetto per una corsetta prima o dopo il lavoro. Il percorso è asfaltato e illuminato solo in parte: per il resto si tratta di un sentiero nel bosco che richiede scarpe solide, oltre alla frontale nel caso in cui si esca a correre al buio.
È una delle mete preferite dai romani per una gita fuori porta e può risultare molto affollato nei fine settimana estivi. Il lago è infatti balneabile, con spiagge libere e attrezzate, e permette di praticare diversi sport come il kayak e il canottaggio.
Il sentiero tende in alcuni punti a essere invaso dalla vegetazione, soprattutto in estate, ma c’è sempre parecchio passaggio e non si rischia di rimanere bloccati. Anzi, nel pomeriggio si può trovare fin troppo traffico, tra escursionisti, runner e mountain-biker, motivo per cui per la mia corsetta intorno al lago prediligo le prime ore del mattino.
Una delle città che trovo più vivibili e a misura d’uomo, dove mi piace fare tappa durante i miei viaggi tra nord e sud Italia, è la verde Imola.
Se la civiltà di un posto si misura dallo stato dei marciapiedi e delle piste ciclabili, Imola vince a man bassa su quasi tutte le città italiane, almeno per quello che ho potuto constatare nei miei brevi soggiorni. Per noi runner, si apre qui un mondo di possibilità, per tutti i gusti e per tutte le stagioni.
Si può correre, per esempio, lungo la ciclovia del Santerno, un percorso di 44 km da Mordano a Castel del Rio, che passa proprio per il centro di Imola. Se vi interessa, consultate il sito cicloviadelsanterno.net per maggiori informazioni.
Anche l’autodromo è circondato da una bella zona verde, il parco delle Acque Minerali: a due passi dal centro e dalla ciclovia del Santerno, questo parchetto sembra essere uno dei posti preferiti dai runner locali.
Ci sono poi le colline, il mio terreno ideale. Basta uscire di poco dalla città per ritrovarsi a correre su una striscia d’asfalto circondata da cipressi e campi di grano, in un continuo saliscendi. Per gli amanti del trail, si può integrare l’asfalto con un po’ di off road nel Bosco della Frattona, una piccola riserva naturale con sentieri facili e ben segnati, e da qui prendere la strada in salita verso Montecatone. Le strade fuori città non sono illuminate e non hanno marciapiedi, per cui non è assolutamente raccomandato avventurarcisi al buio: meglio farlo appena dopo l’alba nei periodi in cui le giornate sono più lunghe.
Un fantastico balcone sul Lario, la Valtellina, la Val Chiavenna e la selvaggia Valle dei Ratti: il Monte Bassetta, con i suoi 1744 m, è facilmente raggiungibile, soleggiato anche in inverno, poco frequentato nonostante la vista mozzafiato.
Il monte Bassetta è la prima, modesta cima dell’imponente catena montuosa che divide la Valtellina dalla Val Chiavenna, salendo dapprima dolcemente e poi con rilievi sempre più aspri dal punto in cui l’Adda si tuffa nel lago di Como fino alle spettacolari vette della Val Masino.
E tutto questo si offre alla vista con una semplice passeggiata priva di difficoltà, adatta anche alla stagione invernale (con la dovuta attrezzatura in base alla situazione neve), sulla soleggiata costiera dei Cèch in bassa Valtellina.
Sono partita da Mantello, dal comodo parcheggio in corrispondenza della rotonda e del ponte sull’Adda, per fare qualche chilometro di corsa in più; in alternativa, si possono togliere chilometri e dislivello parcheggiando a Cino, il cui campanile svetta alto sopra Mantello.
Dal parcheggio, attraverso la statale e subito l’abbandono, prendendo la via che entra in paese con indicazioni per Cino. Svolto subito a sinistra: un cartello indica che è una strada chiusa, ma non per i pedoni. Proseguo più o meno in piano per circa un chilometro, superando il piccolo cimitero di Mantello e seguendo una bella strada panoramica con vista sul Legnone. Trovo poi sulla destra il sentiero che sale verso Cino.
Sentiero per Cino
Il sentiero si inoltra nel bosco, mai troppo ripido, tagliando i tornanti della strada carrozzabile che serve gli alpeggi. Conviene seguirlo solo fino a quando si trovano le indicazioni per Cino. Non fate come me, che come al solito sono andata all’avventura nel bosco, lungo un sentiero non bollato di cui giustamente a un certo punto si perdono le tracce.
In esplorazione nel bosco
Non vi preoccupate: la traccia gpx qui allegata è già stata corretta in modo da risparmiarvi la mia ravanata nel bosco. Si tratta solo, a un certo punto, di prendere la strada carrozzabile verso sinistra e seguirla fino ai Prati dell’O, l’alpeggio super panoramico che io ho raggiunto per vie traverse. Non si passa per Cino all’andata, ma solo al ritorno.
Prime baite con vista Legnone e lago di Como
In alternativa, si può salire anche dalla Piazza, altra alpe servita da strada carrozzabile, seguendo la dorsale dal monte Foffricio al monte Bassetta. Tenete presente che i pochi escursionisti di solito salgono in macchina fino alla Piazza, per cui i sentieri fino a qui sono davvero poco battuti e non si trovano tante indicazioni. Meglio affidarsi alla traccia gpx.
Mulattiera a Prati dell’O
Si sale per la mulattiera in pietra e si attraversa il piccolo alpeggio Prati dell’O, per poi continuare su sentiero fino a incontrare le precise indicazioni che si potranno semplicemente seguire da qui in avanti: quelle che mi interessano sono per il monte Bassetta e il sentiero Bonatti. Quest’ultimo è un percorso di cui ignoravo l’esistenza, ma che ha decisamente stuzzicato la mia curiosità… ufficialmente inserito nella lista degli obiettivi per l’estate 2022!
Vista sul monte Brusada dall’Alpe Bassetta
La montagna innevata che mi accompagna sulla destra per tutta la salita è il monte Brusada, che supera di poco i 2000 m. Un altro posto che mi ripropongo di esplorare più avanti. Arrivo finalmente all’Alpe Bassetta e, da lì, salgo di pochi metri per raggiungere l’ampia cima dell’omonimo monte, da cui la vista spazia a trecentosessanta gradi dal Legnone verso il lago di Como, da qui alla Val Chiavenna e alla selvaggia Valle dei Ratti, infine sul caratteristico Sasso Manduino e verso la Val Masino.
Per il ritorno scelgo di passare da un altro alpeggio, Prati Nestrelli. Il sentiero, pure indicato da un cartello, non è evidente nella neve e per sbaglio rimango su una traccia poco più in alto. Quando mi rendo conto dell’errore, vedendo il vero sentiero dall’alto, lo raggiungo con un’ultima ravanata – anche questa eliminata dalla traccia gpx, che potete seguire con fiducia – e finalmente comincio a scendere di buon passo su un terreno facile e sicuro.
Sentiero per Prati Nestrelli
Scompaiono anche le ultime chiazze di neve e ghiaccio – i ramponcini sono rimasti sempre nello zaino – mentre, superato un breve traverso, comincio a perdere rapidamente quota. Continuo a seguire il sentiero, senza bolli ma sempre chiaramente indicato, fino a Prati Nestrelli.
Fontana ghiacciata a Prati Nestrelli
Superato l’alpeggio, arrivo su una strada carrozzabile a tornanti. Trovo un sentiero per Cino, che probabilmente mi farebbe risparmiare tempo, ma oggi ho deciso di mettere nelle gambe un po’ di chilometri e proseguo dunque lungo la strada in discesa.
Strada carrozzabile per Cino
Arrivata a un campo sportivo poco sopra Cino, decido di complicarmi ulteriormente la vita prendendo la stradina che svolta tutto a sinistra rispetto alla strada principale. Con il senno di poi, conviene seguire la strada risparmiandosi forse mezzo chilometro di faticoso falsopiano. In ogni caso, si arriva abbastanza facilmente a Cino e, superata la chiesa, si continua in discesa lungo la strada che riporta a fondovalle e a Mantello.
Percorso facile e sicuro anche con i sentieri innevati. Vista spaziale a trecentosessanta gradi!
Civate – Località Pozzo – Suello – Cesana Brianza – Santuario Madonna della Neve – Alpe Carella – Monte Pesora – Monte Cornizzolo (1241 m) – Rifugio SEC – sentiero 11 per Civate.
Povero Cornizzolo, lo usiamo sempre come ripiego quando le condizioni impediscono di andare altrove! Eppure questa montagna di altezza modesta, davvero a due passi da Milano, offre una rete di sentieri facili e sicuri, perfettamente segnati, e una vista che, nelle giornate limpide, spazia dal lago di Como fino al Monte Rosa e al Monviso.
Il team Martas in vetta al Cornizzolo
Ve l’ho proposto in tutte le salse: in versione notturna (Cornizzolo di Natale), con la nebbia in autunno (Dai Corni di Canzo al Cornizzolo) e persino con la pioggia (Trail per un giorno di pioggia). Mancava giusto un Cornizzolo con la neve fresca! Dopo le abbondanti nevicate dei giorni scorsi, io e Marta abbiamo optato per questo giro breve, semplice ma panoramico. La partenza è dal solito parcheggio in via Cerscera a Civate, da dove si comincia a salire lungo la strada verso la Località Pozzo.
Stradina dalla Località Pozzo a Suello
Una volta alla Località Pozzo, dove quasi tutti i sentieri sono indicati verso destra, noi prendiamo la stradina pianeggiante verso sinistra, che seguiamo fino a Suello. Da qui si continua lungo la strada asfaltata fino a Cesana Brianza: un paio di chilometri noiosi, ma veloci. In salita ora, si supera il piccolo parco del Roccolo e finalmente ricomincia lo sterrato. Un sentiero in salita ci porta, senza possibilità d’errore, al santuario Madonna della Neve.
Sentiero per il Cornizzolo
Senza superare il santuario, bisogna prendere il sentiero un po’ nascosto che sale verso destra, seguendo le indicazioni per il Cornizzolo. Si sale per poco lungo una strada sterrata e, al tornante, si prende il sentiero che prosegue dritto nel bosco in direzione Campora. Basta ora continuare lungo questo sentiero fino a incrociare la strada a tornanti che da Eupilio sale verso il Cornizzolo.
Il sentiero che taglia i tornanti della strada
La strada, monotona e mai troppo ripida, si presta bene agli allenamenti di corsa. Noi oggi preferiamo salire camminando lungo il sentiero che taglia i tornanti. Incontriamo però parecchie persone che stanno salendo o scendendo dalla strada, anch’essa innevata più o meno come il sentiero.
La strada innevata e il lago del Segrino
Sbucando dal bosco, veniamo aggredite da raffiche di vento e, bardandoci quanto possibile, attacchiamo la cresta del monte Pesora. L’alternativa qui, in caso di cattivo tempo, è proseguire lungo la strada che porta dritto al rifugio SEC. La salita diventa più ripida, ma mai esposta o pericolosa. A 1000 metri di quota ci sono forse 10-15 cm di neve: il vento sale dal lago e ha quasi del tutto ripulito il lato sinistro della montagna, accumulando la neve in cresta e sul lato destro.
Verso il monte Pesora
Raggiungiamo e subito abbandoniamo la cima del Pesora, dove si fatica a rimanere in piedi da quanto è forte il vento. Proseguiamo lungo il sentiero in discesa e vediamo di fronte a noi la nostra meta, il Cornizzolo.
Dal Pesora al Cornizzolo
Un’ultima salitella ci porta alla croce di vetta, provvidenzialmente collocata su un grosso blocco di cemento che offre riparo dal vento. Da qui ci godiamo la vista dell’intero arco alpino, dalle prealpi lombarde fino al Rosa e al Monviso. L’idea era quella di proseguire verso il Rai e il Corno Birone, ma il percorso sarebbe tutto in cresta e con questo vento ci passa la voglia.
La cresta prosegue verso il Rai e il Corno Birone
Scendiamo allora al rifugio SEC e, da qui, andiamo a prendere il sentiero 11 per Civate. L’alternativa è il sentiero 10, che scende tutto nel bosco passando per l’abbazia di San Pietro; l’11 rimane più aperto e rientra nel bosco solo nel tratto finale. Entrambi i sentieri comunque sono ben segnati e, oggi, piuttosto fangosi.
Il sentiero 11 per Civate
Tra qualche scivolata nel fango e tratti in cui dobbiamo rallentare per la neve ghiacciata, arriviamo senza difficoltà alla Località Pozzo e, da qui, torniamo sui nostri passi fino alla macchina.
Autunno inoltrato, meteo incerto e voglia di far girare le gambe: con Tony e Meme optiamo per il percorso permanente di una gara a cui Tony ha già partecipato due volte, la nota Sky del Canto. Il giro è segnato, ma conviene comunque utilizzare la traccia gpx per non perdersi tra i mille sentieri che si incrociano nei boschi.
Le indicazioni da seguire sono i cartelli “SKY”
La partenza è da Carvico, dove conviene parcheggiare in via Predazzi. Dal parcheggio si vedono subito le indicazioni per il monte Canto, che con i suoi 700 m rappresenta il punto più alto del giro. Si chiama “Sky”, ma io lo definirei piuttosto un bel percorso trail: i sentieri sono facili e corribili, anche se il fango può dare qualche problema, e il dislivello è ben distribuito su quattro salite. Tra queste, la più lunga e la più dura è senza dubbio l’ultima.
La partenza è quasi pianeggiante
Partiamo lungo la strada, tenendo il campo di tiro a segno alla nostra destra, e cominciamo a seguire i cartelli della gara. Dopo un paio di chilometri di saliscendi, il percorso si inerpica e la strada diventa sentiero, fangoso per le recenti piogge. La prima salita ci porta alla croce grande del monte Canto, che però non rappresenta la “vera cima” di questa montagnetta, da cui si passerà solo alla fine del giro.
La croce grande del monte Canto
Superata la croce, ci troviamo a un crocevia di sentieri da cui il percorso di gara passa due volte: bisogna quindi prestare attenzione e prendere il sentiero in discesa verso sinistra, mentre il sentiero verso destra, anch’esso indicato da un cartellino “SKY”, è quello che prenderemo alla fine del giro per tornare a Carvico.
All’incrocio si segue “SKY” verso sinistra
Dopo una divertente discesa di circa 2 km, svoltiamo tutto a destra e intraprendiamo la seconda salita, molto più breve delle altre tre, che ben presto ci porta alla chiesetta di Santa Barbara (667 m).
Illuminati a Santa Barbara
Si scende ora, prima su fangoso sentiero e poi su una mulattiera resa scivolosa da un manto di foglie bagnate. La mulattiera ci deposita sulla strada asfaltata all’altezza dell’abbazia di Sant’Egidio in Fontanella. Qui troviamo un’utilissima fontanella e un inquietante monumento a due gufi/monaci.
Monumento ai due gufi
Proseguiamo in discesa lungo la strada fino a un piccolo cimitero. Da qui, seguendo le indicazioni, si riprende il sentiero, che dopo un breve saliscendi ricomincia a scendere. La discesa finisce poco prima del dodicesimo chilometro: si svolta tutto a destra lungo una stradina in cemento, che sale ripida fino alla rocca degli Alpini di Sotto il Monte.
Tony, Meme e la rocca degli Alpini
La salita continua ora su facile sentiero, fino a raggiungere una strada carrozzabile a tornanti dove comincia la nostra terza discesa. Dopo qualche tornante si abbandona la strada per prendere un sentiero sulla sinistra: le indicazioni ci sono, ma noi non le abbiamo notate subito e abbiamo trovato utile, anche qui, la traccia gpx.
Sentiero indicato ma poco visibile
Questa terza discesa finisce poco prima del sedicesimo chilometro. Anche qui troviamo una chiesa e una fontanella, utile per rabboccare le borracce prima dell’ultima faticosa salita. Ci inoltriamo di nuovo nel bosco seguendo i soliti cartelli “SKY”, che a un certo punto però spariscono. A un crocevia di sentieri senza indicazioni bisogna tenere la sinistra, in leggera discesa, e poi prendere un ripido sentiero in salita sulla destra. Senza la traccia gpx in questo punto non ce la saremmo cavata!
Ultima faticosa salita
Finalmente ricompaiono i cartelli, che ci accompagnano ormai senza possibilità d’errore fino alla “vera cima” del monte Canto (700 m), indicata da una piccola croce in legno. Superata la croce, torniamo verso il punto da cui siamo passati all’inizio del giro e svoltiamo questa volta dalla parte opposta.
La “vera cima” del monte Canto
Con la cima del monte Canto finisce la quarta e ultima salita del percorso di gara, ma non le difficoltà del percorso: la discesa è infatti più ripida rispetto alle precedenti, a tratti tecnica e scivolosa per il fango e le foglie. In breve però il sentiero ci porta fuori dal bosco e in vista del campo di tiro a segno da cui siamo passati all’andata. Da qui un brevissimo tratto su strada ci riporta al parcheggio.
Giro orobico super panoramico, con tratti veloci tutti da correre e tratti tecnici (EE) in cui procedere con cautela, soprattutto con la prima neve.
Serina – Valpiana – Ca’ di Zocc – Pian della Mussa (1306 m) – Passo Sapplì (1486 m) – Baita Sura – Cima della Croce (1975 m) – Passo della Forca (1848 m) – Monte Alben (2019 m) – Baita Sura – Cornalba – Serina.
Periodo: Novembre 2021
Partenza: Serina
Distanza: 21 km
Dislivello: 1575 m
Acqua: portare scorta sufficiente per tutto il giro
Come da tradizione, con l’arrivo della prima neve, non potevo perdermi il giretto orobico organizzato da Tony per ammirare il monte Alben imbiancato di fresco. Da Serina si sale per boschi fino alla Baita Sura, si valutano le condizioni della neve e si decide come e quanto proseguire. Quest’anno siamo stati fortunati: la poca neve bella asciutta, un meteo ideale, freddo ma con il sole e senza un filo di vento, e la quasi totale assenza di ghiaccio ci hanno permesso di salire prima alla Cima di Croce e poi alla vetta dell’Alben senza difficoltà, chiudendo un bel percorso ad anello, panoramico e allenante, che consiglio a tutti i runner esperti.
Questo giro è sempre fattibile nella stagione estiva, solo tenendo conto di un breve tratto EE tra il passo della Forca e la cima dell’Alben, e che non si trova acqua se non nella parte finale del percorso; in inverno, invece, le condizioni della montagna possono rendere inaccessibili le due vette, o quantomeno richiedere un’attrezzatura alpinistica. L’inverno scorso, per esempio, siamo riusciti a salire alla Croce con le ciaspole, ma abbiamo dovuto rinunciare all’Alben per la troppa neve. Quest’anno invece ce la siamo cavata facilmente, senza nemmeno mettere i ramponcini. Mi raccomando, fate sempre attenzione e valutate bene e condizioni prima di avventurarvi in alta montagna.
L’Alben visto dalla Baita Sura
Si parte dal centro sportivo di Serina, seguendo per un breve tratto la strada in salita verso Valpiana. Al secondo tornante abbandoniamo l’asfalto per prendere la carrozzabile che sale direttamente a Valpiana passando per un bel bosco in veste autunnale.
Carrozzabile per Valpiana
Torniamo per un breve tratto sulla strada principale, che di nuovo abbandoniamo per prendere la stradina a destra in direzione Ca’ di Zocc. Da qui, ignoriamo la via più breve per l’Alben e prendiamo la pista da fondo in direzione Pian della Mussa. Questo sentiero, che in inverno diventa appunto un percorso per gli sciatori, in assenza di neve è un ottimo saliscendi per noi runner!
Pista da fondo verso Pian della Mussa
Sbuchiamo finalmente a Pian della Mussa, un bel pianoro a 1300 m di quota, che alle nove e mezza del mattino troviamo ancora immerso nell’ombra e nella brina.
Pian della Mussa
Da qui le indicazioni da seguire sono quelle per Casina Bianca, passo Sapplì e monte Alben. Ci inoltriamo di nuovo nel bosco lungo un bel sentiero corribile, seguendo ora a ritroso il percorso della Maga Skymarathon, accompagnati dalla maestosa presenza dell’Arera imbiancato.
Il Pizzo Arera coperto di neve
Dopo un tratto di saliscendi, arriviamo a Casina Bianca e da qui il sentiero comincia a salire con decisione verso il passo Sapplì. Arrivati al passo, a poco meno di 1500 m di quota, troviamo la prima neve.
Prima neve a passo Sapplì (1486 m)
Il sentiero ora spiana e prosegue di nuovo a saliscendi fino al pianoro dove, superati gli ultimi alberi, la vista si apre sull’Alben. Finalmente vediamo la nostra meta! Non siamo sicuri di riuscire ad arrivarci con le nostre scarpette da corsa, ma decidiamo intanto di avvicinarci e tastare il terreno.
La vista si apre sull’Alben
Arriviamo alla Baita Sura, affollata come sempre, e proseguiamo in direzione della Cima di Croce, a sinistra dell’Alben, seguendo le tracce di chi è già passato e i bolli che emergono qua e là tra la neve.
Verso la Cima di Croce
Man mano che guadagniamo quota la neve aumenta, ma saranno non più di 15-20 cm. Il sentiero più battuto è quello che sale verso il passo della Forca, la più facile via di accesso alla Cima di Croce. Troviamo tuttavia anche le impronte di qualcuno che è salito dal sentiero meno noto, indicato da bolli rossi e qualche freccia, da cui scende la Maga Skymarathon, ed è da qui che decidiamo di passare anche noi.
Salita per la Croce lungo il percorso della Maga
Si sale per roccette, senza particolari difficoltà ma sempre prestando grande attenzione per via della neve. In qualche punto bisogna un po’ arrampicarsi, ma la neve è morbida e non c’è ghiaccio, per cui ce la caviamo senza problemi e ben presto arriviamo alla croce di vetta.
Cima di Croce (1975 m)
Si scende ora dalla via più battuta verso il passo della Forca. Certo il sentiero qui è più facile, ma proprio il fatto di essere stato già percorso da tanti lo rende insidioso: alcuni tratti sono scivolosi e ghiacciati. Riusciamo comunque ad aggirarli senza grossi problemi, passando qua e là nella neve fresca, e ben presto arriviamo al passo.
Passo della Forca (1848 m)
Ci aspetta adesso la salita più impegnativa, quella per la cima dell’Alben, con un tratto di sentiero indicato come EE. In estate si tratta solo di qualche saltino di roccia, ma con la neve tutto può risultare più difficile. All’imbocco del sentiero incontriamo però due ragazzi che stanno scendendo e che ci rassicurano sulle condizioni del percorso.
Salita per l’Alben (EE)
Anche qui non troviamo ghiaccio se non in pochissimi punti in ombra e la salita risulta molto divertente. Il paesaggio da questa cresta è sempre spettacolare, ma con la neve e il cielo blu di questa fantastica giornata d’autunno sembra ancora più bello.
In cresta verso la cima dell’Alben (2019 m)
Rimaniamo poco in vetta, troppo affollata e rumorosa per i nostri gusti. Scendendo, torniamo per un breve tratto sui nostri passi e riprendiamo poi la cresta verso sinistra, in direzione opposta rispetto a quella da cui siamo arrivati. C’è un sentiero che scende alla Baita Sura, ma pare che l’unico a percorrerlo prima di noi sia stato un cerbiatto con un notevole senso dell’orientamento.
Discesa per la Baita del Giovanni
Poco male, il Tony conosce questi posti come le sue tasche e, con l’aiuto della traccia gpx e di qualche bollo che emerge dalla neve, traccia il sentiero per la discesa. Viene fuori alla fine che il capriolo ha davvero seguito i bolli, salvo un paio di punti in cui al sentiero ha preferito creste e canali! Arriviamo alla Baita Sura con i piedi congelati e, sperando di ripristinare la circolazione, ripartiamo subito di corsa in direzione Cornalba.
Discesa per Cornalba
Il sentiero per Cornalba è facile e corribile, seppure ricoperto di foglie. Troviamo finalmente un rigagnolo dove rabboccare le borracce: nonostante le temperature basse, il sole che abbiamo preso in cresta ci ha fatto venire sete! Alla fine della discesa, imbocchiamo la mulattiera verso destra che ci porta in paese.
Ultimo tratto di mulattiera prima di Cornalba
Arrivati in paese, seguiamo la strada fino al cimitero e da qui prendiamo la Variante Mercatorum, bene indicata, in direzione Serina. Avete presente quelle gare in cui uno pensa di avere quasi finito e invece mancano ancora 3-4 km di saliscendi con più di 100 m di dislivello? Ecco, Tony è riuscito a mettere insieme un percorso che farebbe invidia al più sadico degli organizzatori! Brontolando, cerco di tenergli dietro nelle ultime salitelle e finalmente arriviamo in vista di Serina. Passiamo dal Residence la Pineta e prendiamo infine il sentiero in discesa che ci riporta al parcheggio. E per concludere degnamente la giornata non possono mancare un paio di birre e un trancio di pizza al nostro affezionatissimo bar Fontana, nel centro storico di Serina.
Una cima modesta ma degna del suo nome, con vista spaziale sulla valle di Preda Rossa, i Corni Bruciati e il monte Disgrazia.
Narra la leggenda che, un tempo, la valle di Preda Rossa fosse ricoperta da una vegetazione lussureggiante. E quello che oggi è il monte Disgrazia veniva chiamato “Pizzo Bello” per i pascoli verdi e i boschi rigogliosi che ricoprivano i suoi pendii. Tanto splendente e affascinante era questa montagna, che i pastori dagli alpeggi passavano il tempo a rimirarla e a vantarne la bellezza.
Finché un giorno Dio si presentò nella valle sotto le spoglie di un mendicante. Anziché offrirgli cibo e riparo, i pastori lo derisero e maltrattarono. Dio decise di punirli per la loro arroganza togliendo loro quello di cui andavano più orgogliosi: un devastante incendio distrusse la valle, lasciando solo una distesa di rocce rosse – da cui il nome “Preda Rossa” – su cui si ergono le aride cime dei Corni Bruciati. Quello che era il Pizzo Bello, ormai una desolata montagna priva di vegetazione, prese il nome di Disgrazia (dal lombardo des-giassa, “disghiaccia”).
I pastori, pentiti della propria superbia, trovarono rifugio sui più umili pendii della val Terzana: ai piedi del monte Scermendone costruirono la chiesetta di San Quirico e chiamarono “Pizzo Bello” una cima così modesta che fino allora non aveva mai nemmeno avuto un nome. Ben pochi, tuttora, conoscono questa montagna, che si scala con tanta fatica e poca gloria. Ma il suo nome se lo merita tutto!
Per me e Lucia, il Pizzo Bello è la montagna di casa. Era da un po’ che volevamo andarci insieme e abbiamo deciso di approfittare del meteo spaziale di un weekend di metà ottobre, con temperature polari e quel cielo terso che solo l’autunno sa regalare. Il tempo a disposizione è poco, ma abbiamo gambe forti e un’invidiabile capacità di sopportazione del freddo e della fatica!
Il ritrovo è alle 5 e mezza sulla mulattiera che unisce i nostri paesi, Monastero e Berbenno. Parto da casa poco dopo le 5, sotto una stellata pazzesca che mi fa subito dimenticare il disagio del gelo e della levataccia. La luce della frontale riflette innumerevoli occhietti che spuntano tra gli alberi per scrutarmi incuriositi: di notte, quando gli umani non disturbano, il bosco brulica di vita.
Dal buio spuntano finalmente gli occhi di Nami, la super cagnolina ultrarunner, seguiti dalla frontale di Lucia. Ha dormito appena tre ore, ma come sempre mi fa mangiare la polvere! Saliamo fino a Prato Maslino per ripidi sentieri, chiacchierando e godendoci i fruscii del bosco, la fatica nelle gambe, il nostro respiro nell’aria sempre più fredda. Di solito le amiche si incontrano al bar, non per sentieri bui e deserti: ma quanto è bello essere le uniche umane in un mondo di sola natura, forti e indipendenti, capaci di arrivare dove ci pare senza chiedere niente a nessuno?
Superato Prato Maslino, imbocchiamo il sentiero per il Pizzo Bello e ci rendiamo conto che, fuori dalla fitta vegetazione in cui eravamo immerse, è già abbastanza chiaro da spegnere la frontale. L’erba ghiacciata scricchiola sotto i nostri passi e i versanti nord delle montagne intorno a noi sono coperti da uno strato di neve: la temperatura deve essere ben sotto zero e i guanti non bastano più a tenerci calde le mani.
Che spettacolo, però, ammirare dall’alto la Valtellina addormentata, immersa nell’ombra e nella foschia, mentre le cime delle montagne cominciano una dopo l’altra a risplendere, illuminate dal primo sole.
Il sole batte anche sul nostro Pizzo Bello ed è con un certo sollievo che attacchiamo la cresta finale, cominciando finalmente a riscaldarci dopo tutta la salita in ombra. Bisogna prestare attenzione alle ultime roccette, ma in un attimo siamo alla croce. Che meraviglia vedere da qui la valle di Preda Rossa, i Corni Bruciati e il Disgrazia! Anche se spoglie e prive di vegetazione, queste montagne rimangono di una bellezza struggente.
Sono da poco passate le 8 e nelle gambe abbiamo rispettivamente 2150 m (da Monastero) e 2400 m (da Berbenno) di dislivello. Ma chi la sente la fatica, in un posto così bello?
Dopo le foto di rito, ci apprestiamo a scendere. Lucia è una discesista formidabile e deve essere a casa presto, mentre io ho più tempo a disposizione e decido di rimanere ancora un po’ a godermi il panorama nel silenzio più assoluto. Fino a mezz’ora fa fermarsi avrebbe comportato una rapida morte per assideramento, ma il sole fa miracoli e adesso si sta proprio bene. Guardo Lucia e Nami che scendono a tutta velocità per i ripidi prati dell’alpe Baric, due puntini che rapidamente spariscono alla vista.
Mi godo ancora per qualche minuto la pace e la bellezza di quest’alba a 2700 m di quota, poi anche io comincio a scendere verso casa. Il mondo si sta risvegliando e sul sentiero incontro i primi escursionisti: hanno parcheggiato a Prato Maslino e si stanno incamminando verso la cima di Vignone. Sorrido tra me, pensando a quanto diversa e intensa è stata invece la nostra uscita per le stesse montagne. Che fortuna avere gambe forti che ci portano lontano!
Il monte Croce di Muggio, ben noto a escursionisti e famiglie per i suoi sentieri semplici ma panoramici, i ristorantini all’alpe Giumello e i pendii innevati dove i bambini possono divertirsi in inverno, è meno frequentato da chi pratica la corsa in montagna. A torto: dal lago alla vetta si mette insieme un bel dislivello, alternando tratti verticali a tratti veloci e corribili. Insomma, un ottimo terreno d’allenamento!
Facili sentieri intorno al Croce di Muggio
A Bellano si può arrivare comodamente in treno; per chi invece si muove in auto, l’ideale è trovare posto, con un po’ di fortuna, in via Roma, da dove partono i sentieri. In alternativa si può usare il parcheggio dietro la stazione, a pagamento nei giorni feriali, o approfittare degli spazi un po’ abusivi (ma senza divieti) che si trovano all’ultimo tornante della strada in discesa per Bellano, subito prima del passaggio a livello. Io come al solito mi sono fermata in uno di questi spazi, senza entrare in paese. A piedi, poi, ho attraversato i binari, superato il supermercato e svoltato a destra nella strada principale; dopo il ponte sul il torrente Pioverna, la prima via sulla destra è appunto via Roma, da cui si imbocca la mulattiera in salita verso l’orrido di Bellano.
Mulattiera in salita da Bellano
La salita mi porta alla frazione Ombriaco e a un bivio, dove svolto a sinistra; al ritorno arriverò in questo stesso punto, ma dalla parte opposta. Mi trovo su un terreno molto familiare, il Sentiero del Viandante, e comincio a seguire i noti cartelli arancione in direzione Varenna. Ben presto, come spesso accade quando penso di conoscere a memoria la strada, mi distraggo, perdo di vista i cartelli e mi ritrovo su un sentiero sconosciuto, poco più in alto rispetto al Viandante. Supero una chiesetta e arrivo a un belvedere, da dove la vista spazia fino a Varenna.
Il lago di Como con la penisoletta di Varenna
Il tempo, come potete vedere dalle foto, non è meraviglioso, ma questo giro è abbastanza semplice da potersi fare pressoché in qualsiasi condizione meteo. L’alpe Giumello e il monte Croce di Muggio, del resto, con il bel tempo sono troppo affollati per i miei gusti: una grigia giornata di inizio autunno è proprio quello che ci vuole per un allenamento da queste parti! I boschi, in ogni caso, non sono deserti, perché molti sono in giro a raccogliere le castagne, che in questo periodo si trovano a quintali.
Seguo le indicazioni per tornare al Viandante
Trovo sulla sinistra un sentiero in discesa con indicazioni per il Viandante, che vorrei andare a riprendere. Il sentiero mi porta a una strada asfaltata, che in assenza di altri cartelli imbocco verso destra. Il Viandante, ahimé, si trova da qualche parte ancora più in basso, ma ora che me ne rendo conto ho già percorso qualche centinaio di metri lungo la strada e decido di perseverare nell’errore: la direzione, infatti, è corretta, e lungo la strada trovo indicazioni per l’alpe Giumello. Dopo due tornanti in salita, lascio la strada e prendo il sentiero tutto a sinistra, letteralmente ricoperto di castagne.
Sentiero tutto a sinistra nel castagneto
Proseguo lungo questo sentiero, molto grazioso e in buone condizioni, con la speranza che mi porti da qualche parte. Supero un alpeggio e il bosco si apre, lasciando spazio a prati e campi coltivati.
Il sentiero prosegue fuori dal bosco
A un crocevia di sentieri trovo finalmente delle indicazioni, tra cui quelle per Noceno: stranamente sono già riuscita a rimettermi sulla retta via senza passare per rovi, torrenti o burroni come mio solito! Seguo dunque senza possibilità d’errore la mulattiera in salita, a tratti bella ripida, che tra cappellette e castagni mi farà guadagnare i circa 3-400 m di dislivello che mi separano da Noceno.
Mulattiera per Noceno
Questo piccolo alpeggio, tutto arroccato su un ripido pendio, va letteralmente scalato per proseguire, sempre in salita, verso Camaggiore. Una fontana permette qui di fare un primo rifornimento d’acqua.
Noceno
Alla fine del paese, piuttosto che seguire la mia traccia, vi conviene tirare dritto cercando di riprendere subito la mulattiera verso Camaggiore. Io invece ho di nuovo sbagliato strada, attratta dai belati di alcune simpatiche pecorelle, e pur di non tornare indietro mi sono trovata a risalire più o meno a caso nel bosco fino a rimettermi sulla retta via.
Pecore simpatiche, ma fuori percorso
Finalmente a Camaggiore, ormai oltre i 1200 m di quota, prendo verso sinistra la strada per S. Ulderico, che ben presto mi porta a un altro fantastico belvedere.
Belvedere di Camaggiore
Proseguo ora in piano lungo una facile e corribilissima strada sterrata, per circa due chilometri e mezzo. Poi la strada finisce bruscamente nel nulla, anche se non posso lamentarmi di non essere stata avvertita: poco prima della fine, infatti, ho visto e ignorato un sentiero in discesa per San Ulderico. Di nuovo decido di non tornare sui miei passi, ma di esplorare il bosco alla mia destra, certa di andare a incrociare l’anello di Muggio che passa da qualche parte un po’ più in alto.
In esplorazione nel bosco
Si vedono alcune tracce, ma definirlo “sentiero” è un po’ eccessivo. Ligia alle regole non scritte del buon ravanage, tiro dritto mantenendomi sempre il più in alto possibile sul crinale, che ha una pendenza dapprima accettabile, poi sempre più elevata, fin quasi al 50%. Chi non ama questo tipo di ambiente o non si sente sicuro fuori sentiero può evitare questo tratto prendendo l’anello di Muggio direttamente da Camaggiore. Io, personalmente, ho trovato questa parte nel bosco divertente e comunque priva di pericoli.
Ritorno su sentieri segnati
Continuando a ravanare, e seguendo qua e là le tracce di qualcuno che da queste parti deve essere passato prima di me – anche se poteva benissimo essere un branco di cinghiali – raggiungo l’anello, che potrei imboccare in una o nell’altra direzione, dato che in entrambi i modi si arriva all’alpe Giumello. Nel dubbio, ho scelto una terza via, di cui mi piaceva il nome: Sentiero dei Mirtilli.
Sentiero dei Mirtilli
Seguo dei bolli giallo fluo, che ricordano quelli di una gara, disegnati qua e là sugli alberi, e supero un primo tratto non proprio corribilissimo per la presenza di radici bagnate e scivolose. Il sentiero diventa poi più bellino e riesco a correre fino a un bivio privo di indicazioni. Decido di salire in cima al monte Croce di Muggio, avvolto da un innocuo nuvolone, e prendo dunque il sentiero in salita verso destra.
Sentiero per la cima del Croce di Muggio
Dal bivio alla croce di vetta mancano forse 100 m di dislivello, che percorro rapidamente su facile sentiero, passando per gli impianti da sci che caratterizzano il monte Croce di Muggio. Dalla croce (1799 m) il panorama di solito è bello, ma oggi non si vede proprio niente!
Croce di vetta (1799 m)
Attraverso tutta la cima e prendo il sentiero che scende dall’altra parte. Anche questo è facile e corribile, e ben presto mi ritrovo all’alpe Giumello. Passo a bere un caffè al ristoro Genio e riparto poi lungo l’anello di Muggio in direzione Alpe Chiaro.
Alpe Chiaro
Proseguo fino all’omonimo belvedere, dove finalmente le nubi si diradano e torno a vedere il lago di fronte a me. Anziché proseguire lungo l’anello, si prende qui a sinistra il sentiero in discesa, poco visibile ma indicato, per Vendrogno.
Si svolta a sinistra in direzione Vendrogno
Dopo una discesa piuttosto ripida arrivo a un pianoro con una fontana. Il sentiero prosegue in discesa nel bosco verso destra, anche se ci metto un attimo a individuarlo. Continuo a scendere fino a un alpeggio, dove trovo nuove indicazioni per Vendrogno.
Indicazioni per Vendrogno
Continuo in discesa su facile sentiero fino a sbucare su una strada carrozzabile, che imbocco verso sinistra; subito l’abbandono, prendendo il sentiero non indicato che scende verso destra. Qui si trova qualche altro bivio, sempre con poche indicazioni: nel dubbio tenete la destra e proseguite in discesa, affidandovi anche alla mia traccia gpx (no worries, qui non ci sono originali varianti fuori pista!). Sbuco infine sulla strada asfaltata e, passando per Mornico, continuo a seguire i cartelli per Vendrogno, che mi permettono qua e là di tagliare i tornanti su facile sentiero.
Seguo le indicazioni per Vendrogno
Da Vendrogno proseguo prima su strada, poi di nuovo su sentiero, in direzione Bellano. Ben presto raggiungo la frazione Ombriaco e da qui non mi resta che ripercorrere la strada dell’andata fino alla macchina. Tempo di percorrenza: circa 4 ore al netto delle pause.
Conclusa una bella stagione di allenamenti e gare, torno a dedicarmi a quella che in fondo è la mia specialità: l’esplorazione! Era da un po’ che non andavo a caccia di sentieri e finalmente ho avuto l’occasione di provare un nuovo anello vicino a casa. La partenza è da Sirta, sul versante orobico della Valtellina, all’altezza del fiume Adda e del sentiero Valtellina (per trovarlo su Google maps, il paese da cercare è Forcola). Più di una volta, passando di qui per le mie “recovery run” in piano, ho buttato l’occhio a questo bel paesino incastonato tra ripide pareti rocciose, chiedendomi come fossero i sentieri lassù.
Partenza da Sirta (Forcola)
La risposta è che sono fantastici! Una rete di mulattiere in ottime condizioni unisce infatti gli alpeggi di Bures, Sostila e Somvalle e permette di fare un bel giro ad anello passando per la selvaggia val Fabiolo e per la cima poco fantasiosamente nominata Culmine (1302 m), con scorci prima sulla bassa Valtellina con lo sfondo del Legnone, poi sulle cime della Val Masino e infine sulla Val Tartano.
Bures, val Fabiolo
Dopo avere dunque parcheggiato lungo l’Adda, si entra in paese raggiungendo la chiesa, la cui cupola svetta tra le case. Proprio dietro la chiesa comincia la mulattiera. Impossibile sbagliare: trovo subito chiare indicazioni per la val Fabiolo e poi per Bures. Sono le 17,30 passate quando parto e so che mi toccherà scendere al buio, per cui trovo particolarmente rassicuranti i puntuali cartelli e il buono stato dei sentieri.
La mulattiera per Bures
Se avessi uno zaino, mi verrebbe probabilmente la tentazione di fermarmi a far castagne, tante se ne trovano in questa prima parte di bosco. Ma sono uscita in pantaloncini e maglietta, giusto con il telefono e la frontale, e due o tre chili di castagne non saprei proprio dove metterli. Proseguo allora con la mia passeggiata, sempre seguendo le indicazioni per Bures.
Primo ponte – da non attraversare
Il percorso è molto grazioso, con tre ponticelli in pietra e diverse cappellette affrescate. La pendenza non è eccessiva e mi permette in alcuni tratti anche di corricchiare. Supero, senza attraversarlo, un primo ponte e una cappelletta. Seguo il corso del torrente Fabiola, che attraverso in due punti, con il secondo e il terzo ponte, e ben presto arrivo a Bures (630 m).
Arrivo a Bures (630 m)
L’anello vero e proprio comincia da qui: prendo infatti il sentiero 170 a destra, in direzione Sostila, mentre tornerò da quello a sinistra, sempre numerato come 170. La pendenza aumenta un po’ e in poco tempo percorro i 200 m di dislivello che mi separano da Sostila (821 m). Più grande di Bures, questo paesino è davvero graziosissimo!
Sostila (821 m)
Il sentiero prosegue in piano tra le baite; supero una chiesetta e arrivo a un bivio, dove si trova anche una fontana: qui prendo il sentiero in salita verso sinistra. La pendenza aumenta ancora e la vegetazione comincia a cambiare: verso i 1000 m di quota cominciano infatti le betulle. Arrivo in vista del Crap del Mezzodì, altra cimetta sui mille metri, e alla Pciöda Granda, un balcone panoramico con vista sul Legnone.
Selfie alla Pciöda Granda (977 m)
Il sentiero continua a salire con decisione e guadagno rapidamente altri 200 m di dislivello, prima di arrivare a un punto pianeggiante dove posso tirare il fiato. Corricchio in piano per poche centinaia di metri, fino a raggiungere un nuovo bivio. Bisogna prendere qui il sentiero in salita verso sinistra per raggiungere il Culmine, seguendo le indicazioni per una croce che, in realtà, alla fine non ho trovato.
Indicazioni per la croce che non c’è
Percorro dunque questo sentiero in leggera salita, passando per un’area pic-nic con tavoli in legno e persino un chiosco (ovviamente chiuso), e arrivo alla piatta cima del Culmine aspettandomi di vedere la famosa croce come da indicazioni.
Vista sulla Val Masino dal Culmine (1302 m)
La vista sulle cime della Val Masino, con la luce calda del tramonto e il primo foliage d’autunno, è davvero fantastica, ma della croce neanche l’ombra. La cerco un po’, proseguendo nel bosco di felci e betulle, ma niente da fare. Mistero.
Il bosco in cima al Culmine
Torno sui miei passi fino al bivio. Da qui si può scendere per la stessa via di salita, ma naturalmente non è questa una soluzione accettabile per un blog che si chiama “Trail Rings”. Prendo dunque il sentiero verso sinistra che, dopo una discesa abbastanza ripida in un bosco sempre più buio, mi porta in vista di Campo Tartano.
Campo Tartano
Continuo a seguire il sentiero, ora in leggera discesa, fino a Somvalle, paesino che si trova poco più in basso rispetto a Campo Tartano. Questo è l’unico punto in cui non ho trovato indicazioni utili: basta comunque prendere la strada più a sinistra, che diventa poi una carrozzabile in leggera discesa e si trasforma infine in quel sentiero 170 che porta a Bures dalla direzione opposta a quella dell’andata.
Cascata lungo la carrozzabile in discesa
Una cascata è praticamente l’ultima cosa che vedo prima di riaddentrarmi nel bosco e, a questo punto, accendere la frontale: sono le 19,30 e ormai è quasi del tutto buio. Con il crepuscolo, il bosco brulica di animali: una volpe, sorpresa dalla mia presenza, mi sfreccia davanti lungo il sentiero, mentre un gruppo di cerbiatti corre a nascondersi tra gli alberi al mio passaggio.
I cartelli mi aiutano a orientarmi al buio
Seguo senza difficoltà le indicazioni per Bures e, da qui, non mi resta che ripercorrere la mulattiera dell’andata fino a Sirta. Sbucando dal bosco, mi accolgono le luci del paese e lo spettacolo della chiesa illuminata.
Sirta by night
Sono le 20 quando arrivo alla macchina, felice di questo nuovo percorso che di sicuro ripeterò nel corso dell’autunno. Chi volesse farlo in pieno inverno farà bene a portarsi i ramponcini, dato che ci troviamo sul versante orobico che per mesi non riceve un raggio di sole.
È passato quasi un anno dalla prima volta che ho fotografato uno dei cartelli gialli della via dei terrazzamenti, ripromettendomi di cercare poi maggiori informazioni a riguardo. Ho così scoperto questa lunga traversata valtellinese da Tirano a Morbegno, adatta proprio a tutti, che permette di scoprire gli angoli più caratteristici della Valtellina. Se anziché ammazzarvi di corsa preferite passeggiare con calma, il giro può essere diviso in più tappe, diventando un vero tour culturale nonché eno-gastronomico: dopo avere visitato chiesette e castelli, potete provare i pizzoccheri di Teglio, le cantine della Strada del Vino da Chiuro a Sondrio a Berbenno, le mele, la bresaola e il bitto valtellinesi, il miele autoprodotto praticamente in ogni paesino, i piccoli agriturismi a conduzione familiare.
La via dei terrazzamenti
Il percorso coincide per metà con quello del Valtellina Wine Trail, da Tirano a Sondrio, e prosegue poi da qui a Morbegno passando per i meno noti paesi di Berbenno di Valtellina, Buglio in Monte, Ardenno e Dazio. Il periodo ideale è l’autunno, tra ottobre e novembre: in questi mesi i vigneti si tingono di rosso e la temperatura è generalmente più gradevole, considerando che si rimane sempre a bassa quota. Svolgendosi sul lato solivo della Valtellina, la via dei terrazzamenti è in realtà perfetta anche per l’inverno e sconsigliabile in piena estate. A me però serviva un “lungo” di inizio settembre e così, con la super socia Marta che a queste cose non dice mai di no, ho sfidato il caldo e sono andata in esplorazione fuori stagione, con il sole a picco, i campi carichi di mele e l’uva ancora acerba prima della vendemmia. Le mille fontane sparse lungo il percorso rendono comunque il caldo più tollerabile e permettono di correre senza preoccupazioni con una sola flask.
L’uva comincia a maturare nei vigneti
La logistica normalmente è semplice: si lascia l’auto a Morbegno, nel comodo parcheggio di via Martinelli vicino alla stazione, si prende il treno fino a Tirano e si torna a piedi. Ma vuoi non trovare uno sciopero ferroviario proprio la domenica in cui hai in programma il tuo lungo? Abbiamo dunque optato per la poco ecologica soluzione delle due auto: la prima resta a Morbegno, e a questo punto tanto vale lasciarla lungo l’Adda all’altezza del ponte romano, il posto più comodo per il ritorno; la seconda a Tirano, e anche lì se ne può approfittare per “tagliare” qualche centinaio di metri di asfalto parcheggiando in via Italia angolo via Giussani.
La partenza da via Giussani a Tirano
Si parte dunque seguendo i cartelli gialli e il segnavia bianco-rosso in direzione della chiesa. Dalla piazza della chiesa bisogna cercare il piccolo segnavia bianco-rosso su un palo poco visibile, che indica il cammino da seguire oltre una porta ad arco, lungo una stradina lastricata. Si prosegue poi fino al ponte pedonale che attraversa il torrente Poschiavino e, da qui, le indicazioni si vedono meglio.
Ponte sul torrente Poschiavino
Si tenga conto che, nonostante i cartelli, è facile perdere di vista il sentiero tra incroci, tratti su strada e vigneti, per cui la traccia gpx è molto utile. La via dei terrazzamenti può inoltre risultare “dispettosa”, con deviazioni che fanno inutilmente perdere e riguadagnare dislivello: dato che 70 km sono già parecchi, abbiamo cercato di evitare queste deviazioni, per cui risulterà che la traccia gpx si discosta in alcuni punti dal percorso indicato dai cartelli.
Verso il complesso di Santa Perpetua
La prima salita porta al complesso di Santa Perpetua, che domina dall’alto i vigneti e la città di Tirano. Da qui prendiamo la strada in discesa verso sinistra e ci dirigiamo verso Villa di Tirano. Dopo qualche saliscendi, affrontiamo la prima salitona (si fa per dire, essendo un percorso collinare) da Campagna a Teglio, circa 400 m di dislivello.
I tradizionali terrazzamenti valtellinesi
A Teglio raggiungiamo il punto più alto del percorso, piazza Santa Eufemia (851 m). Varrebbe la pena di fare una sosta in questo paese e scoprirne i monumenti, che sembrano molto bene indicati, ma siamo solo al dodicesimo di 70 km e non possiamo permettercelo! Ci limitiamo dunque a riempire le borracce a una fontana e tiriamo dritto in direzione Chiuro.
Località S. Antonio (700 m)
Una comoda e facile discesa, che purtroppo ci tocca interrompere qua e là per motivi di orientamento, ci porta a Chiuro. Qui di nuovo facciamo rifornimento d’acqua – sull’asfalto il caldo è davvero fastidioso – e attraversiamo il torrente Fontana, preparandoci per una nuova salita.
Ponte sul torrente Fontana a Chiuro
Ricominciamo a guadagnare quota, passando sopra Ponte in Valtellina, che vediamo poco più in basso, e mettiamo insieme qualche altro centinaio di metri di dislivello tra mulattiere, strade e sentieri. Il paesaggio agricolo alla lunga è un po’ monotono, ma dalla noia ci distraggono ogni volta una bella chiesetta, un paesino, una fontana d’acqua fresca.
Chiesetta e fontana tra i terrazzamenti
Adesso, più che l’uva, sono le mele a farla da padrone: non avevo ne avevo mai viste così tante tutte insieme! Corriamo tra file di meli dai frutti ora gialli, ora rosso chiaro, ora rosso scuro, dall’aspetto davvero invitante.
Tra i meli
Scendiamo verso Tresivio e torniamo tra le vigne, mentre sullo sfondo compare il pittoresco Castel Grumello. Noi lo abbiamo evitato per non allungare ulteriormente, ma nulla vieta di fare tappa anche qui! Dopo Tresivio passiamo da Poggiridenti – siamo a circa 28 km dalla partenza – e qui incontriamo un simpatico runner con l’inconfondibile maglia del Valtellina Wine Trail.
Balisaggio permanente del Valtellina Wine Trail
Andrea da Sondrio conosce questi sentieri come le sue tasche e ci affidiamo volentieri alla sua guida per qualche chilometro. Superata Montagna in Valtellina, scendiamo fino a incontrare il corso del torrente Mallero, dove inizia la Valmalenco, lo attraversiamo e risaliamo al grazioso borgo di Maioni.
Con Andrea, che ci ha guidato fino a Sondrio
Continuiamo a seguire la via dei terrazzamenti per sentieri e mulattiere, salutando Andrea che deve rientrare a Sondrio. Noi non passiamo dalla città, ma ci manteniamo alte nei vigneti che la sovrastano. Siamo circa a metà percorso e ci aspettano circa 15 km di saliscendi da qui a Berbenno di Valtellina.
Vigneti verso Castione Andevenno
Superiamo Castione Andevenno, anche qui senza entrare in paese, e attraversiamo la pittoresca frazione di Vendolo prima di inoltrarci nei boschi che ancora ci separano da Postalesio e Berbenno. Per chi fosse interessato a un giro di più giorni, a Postalesio si possono visitare le caratteristiche piramidi di terra, facilmente raggiungibili dalla via dei terrazzamenti.
Vendolo (Castione Andevenno)
Purtroppo a questo punto il ginocchio di Marta ci abbandona definitivamente e la mia socia è costretta ad abbandonare l’impresa: si ritira a Berbenno, con 50 km e oltre 2000 m di dislivello all’attivo. Per fortuna qui la aspetta Lucia, local legend nonché mia vicina di casa, che è appena tornata carica di premi (come al solito) dalla Rosetta Skyrace e le darà un passaggio fino a Morbegno. Io pure mi ritirerei volentieri, ma questo lungo mi serve e ho intenzione di finirlo! Proseguo dunque per Regoledo seguendo la via dei terrazzamenti, che però abbandono prima della salita per Monastero: so infatti che qui il sentiero è franato di recente e risulta di difficile percorrenza.
Lascio i terrazzamenti per il sentiero della volpe
Per fortuna da queste parti sono di casa e ho un piano di riserva: prendo il sentiero della volpe in discesa fino a Ere e, da qui, risalgo verso Maroggia intercettando di nuovo la via dei terrazzamenti. Proseguo a colpo sicuro per i miei sentieri fino a Buglio in Monte – attenzione, ci sono diversi punti in cui le indicazioni mancano e senza la traccia gpx è difficile cavarsela – passando per l’agriturismo Luloc, che consiglio a chi si voglia fermare da queste parti. Da Buglio in Monte si continua a guadagnare quota prima su strada e poi su sentiero, ora con indicazioni più chiare, fino a incrociare una strada con galleria a quota 700 m circa. Finisce qui la penultima salitona del percorso: si svolta a sinistra e comincia la discesa.
Gaggio
A Gaggio, altro grazioso borgo che meriterebbe una sosta, si lascia la strada e si prosegue su mulattiera, sempre seguendo il segnavia bianco-rosso e i cartelli gialli dei terrazzamenti. Anche qui, può darsi che l’orientamento non sia proprio facilissimo per chi venga per la prima volta. Io per fortuna conosco questa discesa a memoria e non devo perdere tempo a cercare la strada.
Ardenno e la Colmen
Perdo quota, sempre seguendo la ripida mulattiera che taglia i tornanti della strada, e ben presto arrivo in vista di Ardenno. La montagnetta di neanche 1000 m che si vede sullo sfondo è la Culmine di Dazio, Colmen per gli amici, ed è l’ultimo ostacolo che ancora mi separa da Morbegno. Senza salire in vetta (per fortuna!) la via dei terrazzamenti passa a destra di questa montagnetta, per il paese di Dazio, seguendo per un tratto il percorso del Colmen trail. Ad Ardenno, finita la discesa, mi aspetta non la salita, ma un chilometro e mezzo in falsopiano, che è anche peggio! Mi impongo di correre, anche se a passo di bradipo, per tutta la strada che attraversa Ardenno fino al ponte sospeso sul torrente Masino.
Ponte sul torrente Masino
Eh sì, qui comincia la Val Masino! Attraversato il torrente, prendo la mulattiera in salita verso destra e comincio l’ultimo tratto del percorso: in tutto mi mancano circa 300 m di dislivello, ma almeno qui la strada è abbastanza ripida da camminare con la coscienza a posto. Molto peggio sarà la strada di Dazio, di nuovo un falsopiano corribile – dopo 60 km il concetto di “corribile” si rimette in discussione!
Le indicazioni verso Dazio sono chiarissime
Nel bosco mi oriento facilmente con i cartelli gialli e raggiungo Dazio; da qui proseguo verso Cerido prima in salita, poi finalmente con una lunga discesa su mulattiera. È quasi con commozione che vedo infine la chiesa di Santa Croce comparirmi davanti!
Santa Croce
Da qui si prende il sentiero in discesa e, tagliando i tornanti della strada, si perde quota fino all’Adda, arrivando al ponte romano a cui accennavo all’inizio del post. Nel mio caso, la fortuna ha voluto che Marta recuperasse l’auto e mi venisse incontro, risparmiandomi un paio di antipatici chilometri su asfalto! Bilancio della giornata: una gran faticaccia, soprattutto per il caldo, ma tutto sommato uscita produttiva come chilometraggio. Tempi di percorrenza: 10 ore in tutto, di cui circa 9 ore e mezza effettive. Consigliatissimo, meglio se tra un mesetto.