La Liguria è una delle mie regioni preferite per correre in inverno: con il suo clima mite e i suoi spettacolari sentieri a picco sul mare, è la meta ideale per una gita in maniche corte, lontano dal freddo e dalla nebbia di Milano ma pur sempre a un paio d’ore d’auto. Per inaugurare la stagione trail 2022, il team Martas ha scelto la meravigliosa penisola di Portofino.
Il team Martas, per una volta in spiaggia
Il parcheggio di riferimento è davanti al santuario di Nozarego, poco fuori da Santa Margherita Ligure. Noi siamo arrivate verso le 10,30 e non abbiamo avuto problemi a trovare posto, mentre al ritorno, nel pomeriggio, il parcheggio era pieno. Partendo dal santuario, siamo già praticamente sui sentieri e non vediamo l’asfalto se non per pochi metri.
Il santuario di Nozarego
Qualche informazione di servizio: quasi tutto il percorso si svolge su facile sentiero, ma la parte più bella è un sentiero attrezzato (EE) con qualche punto un po’ esposto; non è assolutamente difficile, ma non è indicato per chi soffre di vertigini. Per quanto riguarda i punti acqua, ce ne sono diversi: noi abbiamo portato due flask piene per essere autonome, ma una sarebbe stata più che sufficiente. Nonostante si trovino molte indicazioni lungo il percorso, infine, consiglio di scaricare la traccia gpx, perché si incrociano davvero tanti sentieri e i cartelli da soli non bastano.
Il golfo di Santa Margherita visto da Nozarego
Per cominciare il giro, si passa sotto l’arco del santuario e si va a prendere la scalinata in salita in direzione Monte Croci di Nozarego. Si prende il secondo sentiero verso destra e, sempre seguendo le indicazioni e i bolli, senza difficoltà si sale fino alla cima di questo primo panettone – Monte Croci di Nozarego, 391 m. I sentieri sono molto curati e, in questo tratto, accessibili anche alle mountain-bike. Si prosegue poi lungo la strada in discesa, che ben presto diventa una bella mulattiera, in direzione San Rocco.
Mulattiera in direzione San Rocco
Abbandoniamo la mulattiera per prendere, sulla sinistra, il sentiero che sale verso il monte di Portofino, che con i suoi 610 m rappresenta il punto più alto del giro. La salita è davvero piacevole, su sentiero pulitissimo e mai troppo ripido.
Salita per il monte di Portofino
La cima non è altro che un’ampia radura nel bosco, dove ci fermiamo giusto il tempo di metterci in maniche corte: il sole è caldo e la temperatura davvero primaverile. Attraversiamo la radura e, dalla parte opposta a quella da cui siamo arrivate, prendiamo il facile sentiero in discesa, privo di indicazioni, che in un attimo ci riporta sulla mulattiera per San Rocco. Qui troviamo la prima fontanella, ma abbiamo le flask piene e tiriamo dritto. Prendiamo poi il sentiero tutto a sinistra che scende verso San Rocco, con la vista che finalmente si apre sul mare e sul golfo di Camogli.
Discesa verso San Rocco
Comincia ora la parte più bella del giro, il sentiero che collega San Rocco a San Fruttuoso. A San Rocco troviamo un’altra fontana, ma anche qui non abbiamo bisogno di fermarci. Alla fine della discesa, con una curva a gomito svoltiamo tutto a sinistra e cominciamo a percorrere una stradina in cemento più o meno pianeggiante, tenendo il mare alla nostra destra e seguendo ora le indicazioni per San Fruttuoso. La stradina si trasforma ben presto in un sentiero e un cartello avverte dell’inizio del tratto EE.
Inizio del sentiero per San Fruttuoso
Se già nel bosco abbiamo incontrato diversi escursionisti, questo tratto così panoramico risulta quasi sovraffollato. Per fortuna abbiamo trovato per lo più gruppi di persone molto educate, che vedendoci arrivare di corsa si sono fatte da parte e ci hanno lasciato passare senza brontolare.
Il sentiero attrezzato, EE ma molto facile
Da San Rocco si percorrono circa 4 km di saliscendi, molto divertenti oltre che panoramici, dove i tratti attrezzati si alternano a facili e corribilissimi tratti su sentiero.
Uno dei punti più panoramici
Alla fine del sentiero attrezzato, una noiosa ma breve salita nel bosco ci fa superare l’ultimo promontorio che ci separa dalla baia di San Fruttuoso, che finalmente raggiungiamo con una bella discesa.
La baia e l’abbazia di San Fruttuoso
La spiaggetta davanti all’abbazia, un vero gioiello raggiungibile solo a piedi o in traghetto, è piena di gente che si gode la bella giornata. Attraversiamo la spiaggia e prendiamo la scalinata che sale dalla parte opposta, seguendo le indicazioni per Torre Doria. Da qualche parte manchiamo un bivio e, senza volerlo, aggiungiamo un po’ di salita al nostro giro arrivando fino all’Agririfugio Molini.
Agririfugio Molini
La deviazione comunque ci piace: ci godiamo un’ultima immagine della baia di San Fruttuoso dall’alto e ci facciamo indicare da un altro runner il sentiero per Base Zero, dove ci ricongiungeremo al percorso che avevamo in mente. A un bivio, dove Base Zero è indicata sia a destra sia a sinistra, prendiamo il sentiero verso destra e con un mezzo chilometro di facile discesa raggiungiamo questo piccolo bivacco o area picnic – non abbiamo capito esattamente che cosa sia.
Discesa verso Base Zero
Da qui prendiamo il sentiero verso sinistra che, con qualche saliscendi, ci porta a un gruppetto di case servite da una strada in cemento. Troviamo anche qui una fontana e questa volta ne approfittiamo per rinfrescarci prima degli ultimi chilometri. Prendiamo poi la strada in discesa e proseguiamo fino a trovare le indicazioni per Nozarego.
Ricompare il golfo di Santa Margherita
Gli ultimi 3 km sono più o meno pianeggianti, con qualche saliscendi, su stradine e mulattiere. Nozarego è sempre indicata e ben presto compare anche il santuario, a indicare il punto esatto in cui abbiamo parcheggiato. Il tempo di cambiarci e siamo in spiaggia a Santa Margherita, a goderci il sole, il mare e la meritata birretta!
Percorso breve e divertente (EE) per le Pietre della Val Trebbia: Pietra Marcia (722 m), Pietra Parcellara (836 m) e Pietra Perduca (548 m). L’Appennino che ci piace!
Periodo: Gennaio 2022
Partenza: Perino (PC)
Distanza: 17 km
Dislivello: 800 m
Acqua: diverse fontane, la maggior parte però chiuse.
Per una volta si cambia zona! Con Demetrio, la migliore guida appenninica che si possa desiderare, vado in esplorazione in Val Trebbia. Mi aspettavo un facile giro collinare, per cui immaginate la mia sorpresa quando mi sono trovata ad arrampicarmi per divertentissime roccette! Consiglio caldamente di scaricare e seguire la traccia gpx, soprattutto per la parte iniziale e finale del giro, dove non troverete indicazioni.
Roccette per la Pietra Parcellara
Si parte da Perino, dove si può lasciare l’auto nel grande parcheggio proprio all’inizio del paese. Da qui si va a prendere il ponte pedonale che attraversa il Trebbia, seguendo le indicazioni per la Pietra Parcellara, che si staglia inconfondibile davanti a noi.
Il fiume Trebbia
Una volta sull’altra sponda, si prende la strada sterrata verso sinistra, da percorrere in piano per circa 1 km. Continuiamo lungo la stessa stradina che svolta verso destra e comincia a salire, mai troppo ripida. Di fronte a noi vediamo la prima delle tre cimette del nostro giro, la Pietra Marcia.
La Pietra Marcia
Alternando tratti di sentiero a tratti su strada, raggiungiamo senza difficoltà la prima cima, da cui la vista spazia sulla Val Trebbia e sull’Appennino.
Vista dalla Pietra Marcia
Proseguiamo ora verso la seconda cima, la Pietra Parcellara. Un breve tratto in discesa ci porta a un crocevia di sentieri, dove prendiamo quello centrale.
Demetrio indica la retta via
Il sentiero esce dal bosco e si inerpica ora su una bella cresta di roccia rossa, dove una serie di bolli indica chiaramente la via da seguire. Il tratto da qui alla vetta è il solo classificato come EE dell’intero percorso, eventualmente evitabile prendendo il sentiero che passa più in basso, a sinistra della cima.
Cresta rocciosa verso la Pietra Parcellara
Senza troppi problemi arriviamo in vista della croce di vetta. Anche da qui la vista è fantastica! Buttiamo un occhio sulla Pietra Perduca, prossima meta dal giro: si tratta di una particolare roccia scura con incastonata una chiesetta.
Croce di vetta della Pietra Parcellara
Dalla vetta, dopo il selfie di rito, si torna indietro brevemente e, con la croce alle spalle, si prende il sentiero in discesa verso destra. La discesa è di grado escursionistico e, in effetti, incrociamo qualche escursionista che sta salendo di qui.
Cappelletta sotto la Pietra Parcellara
Arrivati alla cappelletta, prendiamo il sentiero tutto a destra seguendo le indicazioni per l’ultima delle tre Pietre, la Pietra Perduca. Il sentiero diventa ben presto una facile stradina sterrata, sempre in discesa, con qualche tratto ghiacciato tranquillamente aggirabile.
La Pietra Perduca
Quest’ultima Pietra è meta di facili gite e risulta piuttosto affollata, almeno per lo standard appenninico. Ci sono due fontanelle ma, purtroppo, in questa stagione sono chiuse. Diamo un’occhiata alla chiesetta costruita in una caratteristica roccia scura, dove tra l’altro si trova anche una falesia, e torniamo poi sui nostri passi andando a prendere un sentiero pianeggiante, non indicato, che attraversa i campi.
Sentiero pianeggiante dalla Pietra Perduca
Proseguiamo lungo una strada sterrata, con qualche saliscendi, passando anche per una cascina dove finalmente troviamo un rubinetto per riempire la borraccia. Se provate a ripetere il giro, in quest’ultimo tratto la traccia gpx è essenziale, perché incrocerete diverse strade e stradine senza indicazioni. Un’ultima salita su asfalto ci porta a Donceto e, da qui, in discesa raggiungiamo il ponte pedonale sul Trebbia e il parcheggio a Perino.
Autunno inoltrato, meteo incerto e voglia di far girare le gambe: con Tony e Meme optiamo per il percorso permanente di una gara a cui Tony ha già partecipato due volte, la nota Sky del Canto. Il giro è segnato, ma conviene comunque utilizzare la traccia gpx per non perdersi tra i mille sentieri che si incrociano nei boschi.
Le indicazioni da seguire sono i cartelli “SKY”
La partenza è da Carvico, dove conviene parcheggiare in via Predazzi. Dal parcheggio si vedono subito le indicazioni per il monte Canto, che con i suoi 700 m rappresenta il punto più alto del giro. Si chiama “Sky”, ma io lo definirei piuttosto un bel percorso trail: i sentieri sono facili e corribili, anche se il fango può dare qualche problema, e il dislivello è ben distribuito su quattro salite. Tra queste, la più lunga e la più dura è senza dubbio l’ultima.
La partenza è quasi pianeggiante
Partiamo lungo la strada, tenendo il campo di tiro a segno alla nostra destra, e cominciamo a seguire i cartelli della gara. Dopo un paio di chilometri di saliscendi, il percorso si inerpica e la strada diventa sentiero, fangoso per le recenti piogge. La prima salita ci porta alla croce grande del monte Canto, che però non rappresenta la “vera cima” di questa montagnetta, da cui si passerà solo alla fine del giro.
La croce grande del monte Canto
Superata la croce, ci troviamo a un crocevia di sentieri da cui il percorso di gara passa due volte: bisogna quindi prestare attenzione e prendere il sentiero in discesa verso sinistra, mentre il sentiero verso destra, anch’esso indicato da un cartellino “SKY”, è quello che prenderemo alla fine del giro per tornare a Carvico.
All’incrocio si segue “SKY” verso sinistra
Dopo una divertente discesa di circa 2 km, svoltiamo tutto a destra e intraprendiamo la seconda salita, molto più breve delle altre tre, che ben presto ci porta alla chiesetta di Santa Barbara (667 m).
Illuminati a Santa Barbara
Si scende ora, prima su fangoso sentiero e poi su una mulattiera resa scivolosa da un manto di foglie bagnate. La mulattiera ci deposita sulla strada asfaltata all’altezza dell’abbazia di Sant’Egidio in Fontanella. Qui troviamo un’utilissima fontanella e un inquietante monumento a due gufi/monaci.
Monumento ai due gufi
Proseguiamo in discesa lungo la strada fino a un piccolo cimitero. Da qui, seguendo le indicazioni, si riprende il sentiero, che dopo un breve saliscendi ricomincia a scendere. La discesa finisce poco prima del dodicesimo chilometro: si svolta tutto a destra lungo una stradina in cemento, che sale ripida fino alla rocca degli Alpini di Sotto il Monte.
Tony, Meme e la rocca degli Alpini
La salita continua ora su facile sentiero, fino a raggiungere una strada carrozzabile a tornanti dove comincia la nostra terza discesa. Dopo qualche tornante si abbandona la strada per prendere un sentiero sulla sinistra: le indicazioni ci sono, ma noi non le abbiamo notate subito e abbiamo trovato utile, anche qui, la traccia gpx.
Sentiero indicato ma poco visibile
Questa terza discesa finisce poco prima del sedicesimo chilometro. Anche qui troviamo una chiesa e una fontanella, utile per rabboccare le borracce prima dell’ultima faticosa salita. Ci inoltriamo di nuovo nel bosco seguendo i soliti cartelli “SKY”, che a un certo punto però spariscono. A un crocevia di sentieri senza indicazioni bisogna tenere la sinistra, in leggera discesa, e poi prendere un ripido sentiero in salita sulla destra. Senza la traccia gpx in questo punto non ce la saremmo cavata!
Ultima faticosa salita
Finalmente ricompaiono i cartelli, che ci accompagnano ormai senza possibilità d’errore fino alla “vera cima” del monte Canto (700 m), indicata da una piccola croce in legno. Superata la croce, torniamo verso il punto da cui siamo passati all’inizio del giro e svoltiamo questa volta dalla parte opposta.
La “vera cima” del monte Canto
Con la cima del monte Canto finisce la quarta e ultima salita del percorso di gara, ma non le difficoltà del percorso: la discesa è infatti più ripida rispetto alle precedenti, a tratti tecnica e scivolosa per il fango e le foglie. In breve però il sentiero ci porta fuori dal bosco e in vista del campo di tiro a segno da cui siamo passati all’andata. Da qui un brevissimo tratto su strada ci riporta al parcheggio.
Da Vipiteno a Brunico lungo un’alta via selvaggia, durissima, semplicemente spettacolare.
Primo giorno (40,5 km – 3600 m D+): Vipiteno / Sterzing – Malga Simile / Mahd (2011 m) – Lago Selvaggio / Wilder See – Forcella Rauhtal (2807 m) – Rifugio Bressanone / Brixen (2307 m) – Forcelle Steinkar, Keller e Donnel – Gaisscharte (2700 m) – Rifugio Ponte di Ghiaccio / Edelraut (2545 m).
Secondo giorno (35,5 km – 1800 m D+): Rifugio Ponte di Ghiaccio – Baita Gruipa – Baita Gambia – Forcella Sega Alta / Hohe Säge (2610 m) – Rifugio Lago di Pausa / Tiefrasten (2312 m) – Kleines Tor (2375 m) – Cima delle Dodici / Zwölferspitz (2351 m) – Cime di Putzen – Cime Valperna e Plattner – Monte Sommo / Sambock (2396 m) – Kofl – San Giorgio (Brunico).
Periodo: Agosto 2021
Partenza: Vipiteno
Arrivo: San Giorgio (Brunico)
Distanza: 76 km
Dislivello: 5400 m
Acqua: si trova regolarmente, tranne sulla lunga cresta tra Kleines Tor e il monte Sommo.
Chiunque ci conosca sa che, a noi Martas, le cose facili non piacciono. E l’alta via di Fundres, una lunga e intensa traversata tra i monti dell’Alto Adige da Vipiteno a Brunico, non è stata certo una passeggiata. Il divertimento, d’altra parte, è proporzionale alle difficoltà superate – e noi ci siamo divertite tantissimo.
Il team Martas sull’alta via di Fundres
La logistica di questo giro non è banale: Vipiteno non è proprio dietro l’angolo e prenotare una stanza all’ultimo momento per il 12 agosto non è stato semplice, così come trovare posto al rifugio Ponte di Ghiaccio – per fortuna i gestori sono stati solidali con la nostra piccola impresa e ci hanno riservato due letti di emergenza, sapendo che non avevamo soluzioni alternative per percorrere l’alta via in due giorni. Il giro finisce poi a San Giorgio (Brunico) e da lì abbiamo dovuto prendere un autobus e due treni per tornare a Vipiteno.
Il fantastico rifugio Ponte di Ghiaccio
Problematico è stato anche il reperimento di informazioni precise sul percorso. Le poche relazioni disponibili in italiano (solo a giro concluso ho visto che ci sono relazioni migliori in tedesco) riportano dislivelli errati – in particolare per il secondo giorno ci aspettavamo dai 1200 ai 1400 m di dislivello positivo, ma ne abbiamo fatti più di 1800! – e non rendono neanche vagamente la difficoltà di questa alta via che passa per pietraie, traversi esposti senza protezioni, torrenti da attraversare senza ponte. Tutti problemi che sappiamo affrontare, ma che non ci aspettavamo: dai siti italiani questo giro sembrava una passeggiata per famiglie, divisa in sei comode tappe, quando in realtà richiede esperienza e dimestichezza con un ambiente davvero selvaggio di alta montagna.
Pietraia nei pressi della bocchetta Hohe Säge
A chi volesse provare lo stesso percorso consiglio di tenere a mente quanto segue: 1) il primo giorno è durissimo, ma anche il secondo non scherza; 2) la parte più tosta del giro si affronta alla fine del primo giorno e culmina nella ferratina per scendere dalla forcella Gaisscharte, a 2700 m di altezza, quando ormai è sera e sulle gambe si hanno 3500 m di dislivello; 3) i tratti “corribili” su questa alta via sono pochi e per lo più si procede con lentezza esasperante; 4) per la maggior parte del percorso, compreso il rifugio Ponte di Ghiaccio, il telefono non prende; 5) l’alta via è bene indicata, ma la traccia gpx aiuta e, per avere dei riferimenti, conviene segnarsi i nomi tedeschi: quelli italiani spesso non sono riportati sui cartelli. Con la giusta preparazione, sarà un giro indimenticabile!
Segnavia con marmotta
Si parte dunque da Vipiteno, dove si può lasciare l’auto nell’ampio parcheggio gratuito della stazione. Si attraversa la ferrovia dal sottopasso poco distante e si segue la ciclabile lungo la strada per Wiesen (Prati). In tutto sono un paio di chilometri in piano prima di cominciare la salita per la val di Vizze. Poco prima del cimitero si svolta a destra e si attraversa il Rio di Vizze; subito dopo il ponte si svolta ancora a destra e si trova sulla sinistra un sentiero in salita: l’avventura comincia qui! Le indicazioni da seguire sono sempre quelle per Pfunderer Höhenweg (alta via di Fundres in tedesco) e un inequivocabile cerchio bianco e rosso.
L’impatto con la Val di Vizze non è dei migliori
La salita non comincia proprio nel migliore dei modi: il bosco è umido, infestato da zanzare cattivissime e pieno di alberi caduti da scavalcare. Per di più dobbiamo superare recinzioni per il bestiame che sembrano fortezze, con tanto di filo spinato e nessun passaggio per gli escursionisti. Accaldate, punzecchiate e anche un po’ irritate mettiamo insieme i primi mille metri di dislivello nella speranza che il bosco finisca quanto prima e che cominci finalmente la vera montagna.
“Alta via, dove sei?!”
Superiamo delle baite e continuiamo verso Jagerjöchl, la prima delle tante forcelle da cui ci troveremo a passare in questo lungo viaggio. Per lo più, in realtà, le attraverseremo inconsapevolmente: se dalle nostre parti ogni bocchetta è identificata da un cartello con il nome e l’altitudine, qui le indicazioni sono più rare. Da Jagerjöchl, in ogni caso, siamo sopra i duemila metri e non scenderemo più sotto questa quota se non alla fine del percorso. Finalmente le zanzare ci lasciano in pace e la vista può spaziare sulle montagne che ci circondano.
Finalmente fuori dal bosco
Arrivate a una seconda forcella, che potrebbe essere il giogo di Trens, ma chi lo sa, troviamo le indicazioni per la malga Simile, il primo dei punti di appoggio per chi percorre l’alta via in sei giorni. Poco dopo vediamo dall’alto la malga, servita da una strada pastorale, e la raggiungiamo con una ripida discesa. Siamo, qui, a circa 15 km dalla partenza, troppo presto per fare una vera pausa. Ci limitiamo dunque a riempire le borracce al lavatoio fuori dalla malga e riprendiamo l’alta via in salita verso il lago Selvaggio (Wilder See).
Verso il lago Selvaggio
Si guadagna quota senza grandi difficoltà, in un ambiente che a ogni passo diventa più bello. Attraversiamo ampie vallate verdeggianti e bucoliche, percorse da torrentelli, popolate da placide mucche e colonie di marmotte. Arriviamo a quota 2600 m e davanti a noi si apre lo spettacolo del lago Selvaggio, che costeggiamo continuando a salire.
Si costeggia il bellissimo lago Selvaggio
Proseguiamo fino al punto più alto del percorso, la Forcella Rauhtal (2807 m). Solo qui abbiamo trovato qualche piccolo nevaio, comunque facilmente attraversabile senza ramponcini. Siamo circondate da cime rocciose, invitanti, e in effetti questo è uno dei pochi punti dell’alta via in cui incontriamo qualche escursionista.
Vista spaziale dalla Forcella Rauhtal (2807 m)
Scendiamo, con attenzione ma senza grandi difficoltà, e raggiungiamo il rifugio Bressanone (Brixen). A questo punto abbiamo percorso 24 km e 2200 m di dislivello e, ingenuamente convinte che non ci manchino più di 5 ore, ci concediamo un panino con lo speck e un litro e mezzo di acqua frizzante – in attesa della meritata birra che ci aspetta al Ponte di Ghiaccio. Per chi non volesse acquistare l’acqua al rifugio, c’è anche anche una fontana dove si possono rabboccare le borracce.
Il rifugio Bressanone
In realtà la parte più lunga, difficile e faticosa di questo primo giorno deve ancora cominciare. Avevamo preventivato 10-11 ore in tutto, ma alla fine ce ne abbiamo messe più di 13 (12 in movimento). Dal rifugio Bressanone al Ponte di Ghiaccio non abbiamo incontrato un solo essere umano: solo mucche, pecore e una miriade di marmotte.
Dobbiamo superare quattro bocchette: prima Steinkarscharte, Kellerscharte e Donnelscharte, poi la più temibile Gaisscharte (2700 m). Prese singolarmente, non sono niente di eccezionale, a parte forse l’ultima che comprende una ripida parete da disarrampicare con l’aiuto di una catena – paragonabile alla bocchetta Roma nel giro del Kima, per intenderci. Questa ferratina è l’unico punto indicato sulle relazioni come moderatamente difficile (io toglierei il “moderatamente”). Ma la vera difficoltà sta non in un punto particolare, bensì nel mantenere sempre alta la concentrazione su pietraie e sentieri stretti, esposti e privi di protezioni, dove poche centinaia di metri richiedono spesso decine di minuti.
Steinkarscharte
Dopo Steinkarscharte, dove tra l’altro prendiamo uno scroscio di pioggia e grandine, per fortuna di breve durata, scendiamo in una valle ampia e verdeggiante, ancora più suggestiva perché in tanto spazio non si vede alcun segno della presenza dell’uomo se non i bolli rotondi della nostra alta via. Diversi torrenti scendono dalle montagne circostanti e le mucche pascolano felici in questi enormi prati verdi.
I torrenti sono tanto belli visti dall’alto, quanto fastidiosi se vanno attraversati. In assenza di qualsivoglia forma di ponte, dobbiamo fare almeno tre guadi abbastanza impegnativi, seguite in ogni passaggio dallo sguardo imperturbabile delle mucche.
Guadi delicati
Anche qui perdiamo parecchio tempo a cercare, per ogni torrente, il punto migliore per attraversare. Avendo entrambe una caviglia fasciata causa scavigliate pregresse, cerchiamo in tutti i modi di evitare di bagnarci i piedi. Inutilmente: ci aspetta una pioggia torrenziale verso la fine della giornata, ma questo ancora non lo sappiamo!
Kellerscharte
Risaliamo e superiamo anche Kellerscharte: anche da qui si apre una vista semplicemente fantastica. Le difficoltà però aumentano: il sentiero è sempre più stretto, in molti punti esposto, e alle nostre spalle il cielo ha preso un colore inquietante.
Il sentiero non è dei più comodi
Arriviamo infine alla forcella di Don, o Donnelscharte. Siamo qui a più di 35 km dalla partenza e avremmo dovuto già incontrare il bivacco Brenninger, che le relazioni davano a 34,5 km. Il fatto di non vederlo ancora, nemmeno in lontananza, ci preoccupa un po’: sia perché sta chiaramente per venire un temporale, sia perché ci viene il dubbio che il Ponte di Ghiaccio sia più lontano di quanto pensassimo. In realtà, scopriremo poi, era semplicemente sbagliata la posizione del bivacco nella relazione.
Indicazioni per il bivacco Brenninger
Finalmente, dopo 36 km e qualcosa, troviamo le indicazioni per il bivacco, che però non si trova sul percorso: bisogna scendere un po’ per raggiungerlo, i cartelli lo danno a 20′. Come potete intuire dall’espressione di Marta qui sopra, a questo punto siamo un po’ scoraggiate e valutiamo anche di scendere al bivacco e da lì a valle. Poi però ci facciamo coraggio: non piove ancora e decidiamo di proseguire per il rifugio Ponte di Ghiaccio, che non è mai indicato con questo nome, bensì con il corrispettivo tedesco (Edelrauthütte).
Verso Gaisscharte
La salita verso l’ultima bocchetta di oggi, Gaisscharte, è lunga e faticosa, tutta su pietraia. I tuoni sono sempre più vicini, ma per ora non piove. Salendo, studio i massi più grossi per capire dove potremmo ripararci in caso il temporale ci sorprenda a questa quota. Le pecore che pascolano poco più in alto non sembrano porsi il problema, così decido di non preoccuparmi troppo nemmeno io.
Gaisscharte
L’atarassia delle pecore sembra portarci fortuna: arriviamo alla bocchetta senza che sia ancora caduta una goccia d’acqua. Meno male, penso quando mi affaccio dall’altra parte e butto un occhio sulla via di discesa.
Discesa da Gaisscharte
La discesa in disarrampicata è ripida e impegnativa, ma si tratta di non più di una ventina di metri. Nel momento in cui tocchiamo terra, scoppia il temporale. Siamo state davvero fortunate: pochi minuti prima ci avrebbe sorpreso sulla ferrata.
Il temporale arriva, ma siamo già in salvo
Bagnate come pulcini, ma grate di averla scampata sulla parte più difficile, ci incamminiamo per la pietraia domandandoci quanto mai potrà mancare al rifugio, che ancora non si vede. Perdiamo un po’ di quota e ai massi bagnati e scivolosi si alternano tratti su erba bagnata e scivolosa: bene ma non benissimo. Poi all’improvviso, evidentemente stufa dei nostri piagnistei, Madre Natura decide di zittirci con l’arcobaleno più colorato e luminoso che ci sia mai capitato di vedere. Uno spettacolo che, peraltro, ci siamo godute solo noi di tutto il genere umano!
Finalmente compare sotto di noi il lago Ponte di Ghiaccio e, sul cocuzzolo a sinistra, l’omonimo rifugio. Bisogna faticosamente scendere e poi risalire per un centinaio di metri, ma ce l’abbiamo fatta! Non ci sembra vero di trovare la birra, una bella cena calda (cucina top!) e persino una Trockenraum (stanza asciugatura) da cui scarpe e zainetto sono poi riemersi completamente asciutti. Una bella notte di sonno più o meno ristoratore, colazione sostanziosa e via! si parte per la seconda giornata.
Lasciamo il rifugio verso le 7,30
L’inizio è promettente: un comodissimo e corribilissimo sentiero, il paradiso dopo le pietraie di ieri, ci deposita addirittura su una strada carrozzabile, che percorriamo in discesa sempre seguendo i bolli dell’alta via. Cominciamo poi a risalire verso la forcella delle Vacche (Kuhscharte) e, da lì, proseguiamo più o meno in piano lungo un sentiero (non più corribile) che attraversa ripide valli, prati e torrenti, fino alla baita Gruipa.
La baita Gruipa
La tappa successiva è la baita Gambia, ma lì non abbiamo trovato acqua: conviene quindi rabboccare le borracce alla fontana della baita Gruipa. Il sentiero tra le due malghe è facile e ci permette di procedere di buon passo, se non proprio di corsa. Dalla baita Gambia ricominciamo a salire verso la Forcella Sega Alta (Hohe Säge) a 2610 m, il punto più alto di questa seconda parte di alta via, passando dal Passenjoch a 2440 m. Da Passenjoch a Hohe Säge i pascoli cedono di nuovo il passo a pietraie e laghetti alpini.
Pietraia tra Passenjoch e Hohe Säge
Continuiamo a guadagnare quota, chiedendoci da dove mai potremo passare per superare una corona di montagne dall’aspetto davvero severo. Il sentiero, in realtà, è ripido ma non difficile.
Arriviamo comodamente alla forcella Hohe Säge
Da qui vediamo il laghetto della Pausa, prossima tappa dell’alta via, e l’omonimo rifugio, che in tedesco si chiama Tiefrastenhütte. Si scende da una scalinata ripida e vertiginosa, dove incontriamo diversi escursionisti che probabilmente arrivano dal rifugio.
Discesa verso il lago della Pausa
Per la prima volta dalla Val di Vizze il telefono torna a dare segni di vita. Al rifugio prendiamo una coca e ci facciamo preparare un panino da portare via. Abbiamo percorso 15 km e circa 800 m di dislivello, per cui siamo (erroneamente) convinte che la salita sia quasi finita. Scendiamo lungo il facile e affollato sentiero per il rifugio fino a trovare sulla sinistra le indicazioni dell’alta via e quelle per il sentiero 5A. All’inizio si tratta dello stesso sentiero, poi al bivio si abbandona il 5A e si prosegue in salita per l’alta via.
Verso Kleines Tor
Continuiamo a salire verso il passo che si vede in lontananza verso sinistra, Kleines Tor. Per arrivarci attraversiamo una valle dove scorre qualche ruscello e troviamo un provvidenziale tubo da cui escono poche gocce d’acqua. Armate di pazienza, ci prendiamo tutto il tempo necessario per riempire le borracce, e per fortuna: ancora non lo sappiamo, ma per più di 10 km non troveremo altre fonti d’acqua. Il sentiero sale poi verso sinistra e in breve raggiungiamo il passo, da cui l’alta via prosegue in direzione Zwölferspitz (Cima delle Dodici), dove comincia la lunga cresta che percorreremo fino al monte Sommo.
Sentiero da Kleines Tor verso le creste
Si tratta ora di superare una cimetta dopo l’altra, su facile sentiero – a parte pochi tratti su roccette – fino al monte Sommo, dove la salita diventa invece un po’ più tecnica. Siamo circondate da un ambiente bellissimo, che non ci godiamo appieno solo per il fatto che ci aspettavamo meno salita.
La parte finale dell’alta via sul filo di cresta
Il sentiero lungo le creste disegna un ampio arco verso destra, che culmina appunto nel monte Sommo. Questa è davvero l’ultima salita! In basso, a sinistra rispetto alla cima, si vede finalmente Brunico.
Roccette senza protezioni per il monte Sommo
L’ultimo tratto di salita in alcuni punti è un po’ esposto, altro dettaglio mai menzionato nelle relazioni. Arriviamo in cima stanche e assetate, con 1800 anziché 1200 m di dislivello sulle gambe, brontolando contro chi ha scritto relazioni così superficiali. Ma il genere umano subito si riscatta grazie a una coppia gentilissima che, salita dalla parte opposta, ci offre dell’acqua e ci rassicura sulla presenza di una fontana un po’ più avanti.
La discesa è un’autostrada
Cominciamo a scendere verso San Giorgio: il sentiero è lungo, ma tutto facile e corribile. Ben presto troviamo la fontana che ci è stata indicata, una vera benedizione dopo diverse ore al sole e al vento. Bisogna seguire le indicazioni per Kofl e, da qui, il sentiero 66 per San Giorgio. Non sappiamo esattamente che cosa indichi il “Grosse Pippe” che leggiamo su un cartello in legno, ma si sposa bene con il nostro stato d’animo dopo 7 km di discesa nel bosco.
“Grosse Pippe”
Sempre seguendo il sentiero 66 arriviamo a San Giorgio, dove si segue la strada verso il torrente Aurino; dopo il ponte a destra troviamo la fermata dell’autobus (il biglietto si fa a bordo) che ci porterà alla stazione di Brunico, in tempo per prendere il treno delle 17,31, nonché una piazzetta con fontana per rinfrescarci un po’ prima di prendere i mezzi (per fortuna ci sono social distancing e mascherine). Ecco, l’alta via finisce ufficialmente qui. Per chi volesse vedere le nostre facce da Pfunderer Höhenweg, metto la foto qui sotto. Tschüss!
In cerca di idee per macinare chilometri senza allontanarvi troppo da Milano? Questo giro è facile e tutto corribile, adatto anche alle mountain bike. Scaricate la traccia gpx per non impazzire a ogni incrocio!
Periodo: Marzo 2021
Partenza: Bevera di Sirtori
Distanza: 30 km
Dislivello: 1100 m
Acqua: fontana prima di San Genesio, a Mondonico e a Montevecchia
La primavera si avvicina e, mentre i pro si preparano per le gare, io comincio a programmare nuovi percorsi ad anello per l’estate: un giro più epico dell’altro, alte vie, concatenamenti tra rifugi, passi a tremila metri… quale motivazione migliore per iniziare seriamente a mettere chilometri nelle gambe?
In attesa che la neve si sciolga e finisca il lockdown, vi propongo allora questo giro nel parco del Curone, che può tornare utile a chiunque si stia preparando per una gara lunga, maratona o trail che sia. Si tratta di un percorso tutto corribile, equamente diviso tra asfalto, sterrato e sentiero facile, fattibile anche in mountain bike. In effetti, per quasi tutte le salite sono stata accompagnata da simpatici ciclisti, che poi regolarmente perdevo alla prima discesa.
Un gruppo di ciclisti mi semina su via Pianezzo, Montevecchia
La partenza è da Bevera di Sirtori, all’altezza del bar Aurora, dove si può parcheggiare. Alla rotonda si svolta a sinistra verso Bevera di Barzago e poco dopo si prende a destra via Don Gaffuri, in leggera discesa. All’incrocio con via Valmara si svolta a destra e si prosegue in discesa per andare a prendere il sentiero sulla destra. (Memorizzare tutti gli incroci, in ogni caso, è impossibile: questo giro si può fare solo con la traccia gpx sull’orologio).
Questo sentiero ci porta alla frazione di Cologna, che attraversiamo seguendo la strada che sale in direzione Colle Brianza; svoltiamo poi tutto a destra, sempre in leggera salita, seguendo le indicazioni per Runcasc. Tra le due mulattiere bisogna prendere quella più alta.
All’incrocio svoltiamo tutto a sinistra, in direzione Runcasc, e proseguiamo su questa mulattiera fino a Piecastello. Attraversiamo il paese e alla rotonda prendiamo la seconda strada a sinistra, via Europa, che va percorsa per circa 3 km, tutti in salita, passando per Giovenzana e arrivando infine a Cagliano. Per un attimo si può tirare il fiato attraversando il paese in piano, ma subito si incontrano le indicazioni per San Genesio e si riprende a salire.
Seguiamo i cartelli gialli per il San Genesio
La strada diventa sterrata e al posto delle bici da corsa compaiono le mountain bike. Una provvidenziale fontanella permette un rifornimento di acqua freschissima prima dell’ultimo tratto di salita.
La “vetta” del San Genesio (877 m)
Al ristoro alpino in cima al monte di San Genesio (877 m) c’è sempre una folla di escursionisti e ciclisti, per cui mi fermo giusto il tempo di una foto e riparto subito per la parte più gustosa del giro: la discesa verso Mondonico. Dal ristoro alpino si scende verso la chiesa bianca e si segue il perimetro delle mura lungo il sentiero n. 1, sempre bene indicato.
Dopo neanche un chilometro il sentiero svolta tutto a destra e per Mondonico ci sono due varianti: a sinistra quella consigliata per le bici, mentre io che sono a piedi svolto a destra e, dopo un breve tratto di strada, continuo in facile discesa lungo il sentiero n. 1.
Il sentiero n. 1 per Mondonico
A Mondonico conviene fare di nuovo rifornimento d’acqua: c’è una fontanella all’inizio di via della Molgoretta. Si prosegue in piano per diversi chilometri, piuttosto noiosi a dire il vero, passando per Tre Strade, Monticello, Casternago. Poco prima di Roncaglia, si supera il torrente Molgora e si prende verso destra via Pianezzo, in direzione Montevecchia che si vede ora dritto davanti a noi. A Pianezzo si svolta a destra e, poco dopo, troveremo il sentiero n. 7 sulla sinistra. Bye bye asfalto!
A Pianezzo prendiamo il sentiero n. 7
Si segue questo sentiero fino a incrociare il cosiddetto sentiero dei guadi, particolarmente amato dai mountain-biker, che segue il corso del torrente Curone. Proseguiamo per duecento metri con il torrente sulla destra e prendiamo poi il sentiero n. 11 che svolta a destra, attraversa il torrente e sale verso Montevecchia.
Il sentiero n. 11
Alla fine del sentiero ci troviamo nella località Belsedere (sic!) e proseguiamo lungo la strada in leggera salita, continuando sempre a salire verso il santuario di Montevecchia.
Il santuario di Montevecchia
Il giro non è completo se non si percorre tutta la scalinata fino alla chiesa!
Dopo quest’ultima fatica, possiamo rilassarci e scendere a goderci la terrazza panoramica, da cui la vista spazia per tutta la Brianza fino a Milano. Troveremo qui una fontana e anche un bar: meglio riempire la borraccia, non ci sono altri punti acqua da qui alla macchina.
Lasciamo ora il centro di Montevecchia prendendo il vicolo sulla destra che ci riporta sulla strada principale. Scendiamo nel parcheggio e cerchiamo le indicazioni per il sentiero n. 2, in direzione Ca’ Soldato.
Il sentiero n. 2 per Ca’ Soldato
Questo sentiero, tutto in discesa, ci porta a una cascina in località Ca’ Soldato; teniamo la destra e seguiamo la mulattiera fino a raggiungere via Bagaggera, che imboccheremo verso destra. Dobbiamo ora risalire per andare a prendere quello che a mio parere è il sentiero più bello del parco del Curone, il sentiero dei cipressi.
Il sentiero dei cipressi
Si prosegue rimanendo sempre alti lungo il profilo di queste belle colline, in un divertente e facile saliscendi, fino a incontrare di nuovo la strada asfaltata. Si imbocca la strada verso sinistra e la si segue per un breve tratto in leggera discesa, per poi prendere il cosiddetto sentiero dei sassi in discesa verso sinistra. Questo sentiero scende e poi risale, portandoci sulla via panoramica per Montevecchia.
La via panoramica per Montevecchia
Naturalmente non seguiremo le indicazioni per Montevecchia, ma quelle per Lissolo, che raggiungiamo dopo un ultimo tratto di blanda ma faticosa salita. Prendiamo ora il sentiero in discesa fino a Sirtori e, dopo la chiesa, svoltiamo tutto a destra.
Si prosegue in discesa lungo via Resempiano
Raggiunto il bivio nella foto, si prende via Resempiano e si prosegue sempre in leggera discesa, superando una zona industriale. All’incrocio si svolta a destra in via Lecco e in un attimo ci si ritrova a Bevera di Sirtori.
Riale – Alpe Bettelmatt (2112 m) – Rifugio Città di Busto (2482 m) – Rifugio 3A (2960 m) – Rifugio Claudio e Bruno (2708 m) – Rifugio Móres (2504 m) – Riale
Periodo: Agosto 2020
Partenza: Riale (1.760 m)
Distanza: 22 km
Dislivello: 1300 m
Acqua: fontane e ruscelli non mancano lungo tutto il percorso.
In fondo al Piemonte, al confine con la Svizzera, lontano dalle rotte più battute dagli escursionisti del weekend, si nasconde la Val Formazza, dove maestose vette innevate si specchiano in laghi azzurro cielo e una rete bene organizzata di sentieri e rifugi permette di immergersi senza troppa fatica in un ambiente davvero selvaggio di alta montagna.
Il giro dei 5 rifugi si può cominciare da Riale, oppure più avanti, dalla diga del lago di Morasco: entrambi i parcheggi sono a pagamento. Chi volesse parcheggiare gratis e aggiungere qualche chilometro al giro può lasciare l’auto più in basso, a località Frua, nell’ampio spiazzo davanti al ristorante Cascata del Toce.
Si parte da 1700 m e l’intero giro si svolge ad alta quota: in estate inoltrata e condizioni meteo perfette, il percorso si può definire relativamente semplice – con la sola eccezione del tratto sul nevaio, indicato come EE. Con meteo incerto o neve abbondante, le difficoltà naturalmente aumenterebbero in modo esponenziale.
Con Ugo e Vincenzo siamo partiti da Riale e, rispetto al giro ufficiale, ci siamo concessi un paio di varianti fuoripista, di cui deve tenere conto chi voglia utilizzare la traccia gpx qui allegata. Il giro è comunque indicato benissimo e si può ripetere tranquillamente anche senza la traccia.
Dal parcheggio di Riale si prosegue lungo la strada asfaltata, pianeggiante per circa un chilometro e mezzo, fino alla base della diga di Morasco; da qui si tiene la destra e si può seguire la strada, ora in salita, o il sentiero che ne taglia i tornanti, fino ad arrivare all’altezza del lago, che va poi costeggiato per un chilometro abbondante. Alla fine del lago troveremo un bivio: a sinistra è indicato il lago dei Sabbioni, da cui arriveremo al ritorno, mentre adesso dobbiamo tenere la destra e proseguire in direzione Alpe Bettelmatt e Passo del Gries.
Uno strappetto ci porta a guadagnare velocemente circa duecento metri di dislivello, poi il sentiero spiana. Arriviamo nella bucolica piana del Bettelmatt, attraversata dal torrente Gries, dove pascolano felici le mucche produttrici del noto formaggio. Ben presto si vedrà sulla sinistra l’Alpe Bettelmatt: è qui che dobbiamo dirigerci, abbandonando il sentiero che prosegue in piano verso Passo del Gries e imboccando quello in salita verso il Rifugio Città di Busto (2482 m).
Come prima, a una ripida salita segue un bel tratto in piano dove possiamo riprendere fiato: superato il rifugio, infatti, si prosegue per circa un chilometro per la piana dei Camosci, fino a incontrare le indicazioni per il Ghiacciaio del Siedel – che purtroppo del ghiacciaio non ha più molto – e per il Rifugio 3A. Questo tratto, come si è detto, è solo per escursionisti esperti.
Dobbiamo risalire il nevaio, le cui condizioni ovviamente vanno valutate di volta in volta con attenzione. Noi abbiamo trovato poca neve non ghiacciata e, se non avessimo seguito le tracce del gatto invece che i bolli del sentiero, non ci sarebbero neanche serviti i ramponcini. Il fuoripista però, come spesso accade, si è rivelato divertente e panoramico.
In un modo o nell’altro siamo riusciti a riguadagnare il sentiero e a raggiungere il Rifugio 3A, posto a quasi tremila metri di altezza con una vista fantastica sul lago dei Sabbioni, su quanto rimane dell’omonimo ghiacciaio e sulle vette innevate che segnano il confine tra Italia e Svizzera.
Una discesa molto semplice e corribile ci porta al rifugio successivo, il Claudio e Bruno (2708 m). Poco prima di arrivarvi si incontra sulla destra un sentiero senza indicazioni che sale per la pietraia: è il sentiero per il Blinnenhorn, che con i suoi 3374 m rappresenta la più alta vetta della Val Formazza e, ci è stato detto al 3A, si raggiunge piuttosto facilmente in questo periodo dell’anno (preso nota per il prossimo giro!).
Dal Rifugio Claudio e Bruno si prosegue sempre in discesa verso la diga, che finalmente raggiungiamo e attraversiamo. Una breve salita ci porterà all’ultimo dei cinque rifugi, il Cesare Mores (2504 m). Da qui, anziché scendere dal sentiero più battuto a fondovalle, siamo rimasti alti seguendo una traccia che di sicuro un tempo doveva essere stata un sentiero, ma che adesso si vede e non si vede. Anche questo fuoripista si è rivelato interessante, perché ci ha portato a scoprire un tunnel misterioso che si inoltra nel cuore della montagna. Ricerche su internet non hanno portato a niente: se qualcuno ne conosce la funzione ce lo faccia sapere, siamo curiosi!
Dopo un’esplorazione superficiali della galleria (non ci siamo spinti troppo in fondo), siamo scesi in qualche modo fino a recuperare il sentiero principale e lo abbiamo seguito fino al lago di Morasco.
Da qui si percorre semplicemente a ritroso il percorso dell’andata fino al parcheggio.
Da Levanto a Portovenere lungo il sentiero AV5T (alta via delle 5 terre), passando per Punta Mesco, il passo del Termine, il colle del Telegrafo e Campiglia
Periodo: Giugno 2020
Partenza: Levanto
Arrivo: Portovenere
Distanza: 35,5 km
Dislivello: 1650 m
Acqua: hotel a Colla di Gritta (km 10), un paio di bar al colle del Telegrafo (km 27), bar e fontanella a Campiglia (km 30)
L’alta via delle cinque terre (AV5T) è un sentiero ben segnato che da Levanto porta fino a Portovenere, mantenendosi alto sopra i caratteristici borghi di Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola, Riomaggiore. Le parti più belle e caratteristiche, a picco sul mare, sono la prima – da Levanto a Punta Mesco – e l’ultima – da Campiglia a Portovenere. La parte centrale del percorso si svolge invece nell’entroterra, tra una fitta macchia mediterranea e freschi boschi di castagni che nascondono la vista sia del mare sia delle cinque terre.
Si tratta di un sentiero ideale per il trail, con un terreno quasi sempre facile e corribile. Dopo averlo affrontato in piena estate, il mio consiglio è di andarci in pieno inverno! Per quanto lungo, infatti, il percorso è molto veloce e si può fare tranquillamente in poche ore anche quando le giornate sono brevi, con il vantaggio di non avere sempre il sole che picchia e l’acqua razionata.
Il golfo di Levanto
La logistica richiede un minimo di organizzazione. Noi abbiamo parcheggiato alla Spezia, in via del Cappelletto, dove ci sono le ultime strisce bianche prima di entrare in centro. Da lì, una corsetta di due chilometri e mezzo ci ha portato alla stazione, dove abbiamo preso il treno per Levanto. Il percorso parte appunto dalla stazione di Levanto e finisce a Portovenere: da qui, siamo tornate in autobus alla Spezia e un’ultima passeggiata ci ha riportato alla macchina.
Dalla stazione si parte in leggera discesa verso il grazioso centro di Levanto: lo attraversiamo velocemente, risalendo poi verso il castello.
Da Levanto verso Monterosso
Seguiamo il segnavia bianco-rosso (in questo primo tratto il sentiero indicato sui cartelli non è AV5T, ma SVA) in direzione Monterosso e Colla di Gritta, lungo una bella mulattiera che passa tra gli olivi guadagnando quota poco a poco. In diversi punti si incrocia la strada: i segnavia sono abbastanza evidenti, ma consiglio comunque, per evitare dubbi, di scaricare anche la traccia gpx.
Il sentiero passa alto lungo la costa, con scorci meravigliosi sul mare, e di tanto in tanto si inoltra nel bosco, graziandoci con salitelle per lo più all’ombra.
Eremo di Sant’Antonio del Mesco
In meno di 6 km siamo a Punta Mesco, una piccola penisola alla cui estremità troviamo i resti dell’eremo di Sant’Antonio del Mesco. In basso a sinistra si intravede il golfo di Monterosso.
Dall’eremo, dopo una doverosa pausa per le foto, si torna indietro per un tratto e, senza scendere verso Monterosso, si prosegue in leggera salita seguendo le indicazioni per Termine. Godiamoci la vista del mare, perché da qui in poi per parecchi chilometri ci addentreremo nell’entroterra e non vedremo altro che bosco.
Si continua verso l’entroterra
Il sentiero prosegue in una fitta e profumata macchia mediterranea alternando tratti pianeggianti e brevi salite, che sotto il sole di fine giugno risultano comunque abbastanza impegnative. Torniamo in vista di Levanto, poi il sentiero svolta verso destra e passa alto sopra Monterosso, che invece non vedremo più.
Una bella discesa ci porta a Colla di Gritta, dove passa la strada e dove sorge in posizione strategica un albergo-ristorante. A questo punto – km 10 – un rifornimento d’acqua ci avrebbe fatto comodo: l’albergo purtroppo era chiuso, ma abbiamo approfittato di un provvidenziale rubinetto esterno per riempire le borracce.
Si passa ora per un breve tratto sulla strada, per poi riprendere il sentiero seguendo i segnavia. Ci aspetta ora una salita piuttosto faticosa, nell’unico punto in cui abbiamo dovuto farci un po’ largo nella vegetazione tra spine e qualche pianta urticante, che pure non siamo riuscite a identificare. Alla fine della salita si sbuca sulla strada, che va presa verso destra (nonostante un segnavia un po’ ingannevole sulla sinistra). Si prosegue, con qualche saliscendi, lungo un ampio sentiero che ci porterà al passo del Termine.
Da qui in avanti il sentiero è indicato molto chiaramente come AV5T. Una nuova salita ci porta al punto più alto del giro – “alto” si fa per dire, siamo comunque sotto gli 800 m di quota. Si prosegue con saliscendi vari fino al km 22: da qui il percorso sarà prevalentemente in discesa. Particolarmente felice, almeno per noi, è stato l’arrivo al colle del Telegrafo, sopra Riomaggiore, intorno al km 27: qui, infatti, non solo si ricomincia a vedere il mare, ma ci sono anche un paio di bar dove rifocillarsi! Il primo bar compare come un miraggio sbucando sulla strada dal sentiero, mentre il secondo si incontra proseguendo per qualche centinaio di metri lungo l’alta via.
La tappa successiva (km 30) è Campiglia, un grazioso paesino con vista sulle cinque terre. In piazza troveremo una rara nonché utilissima fontanella. Da Campiglia si comincia a intravedere anche La Spezia, ma il nostro percorso prosegue dritto lungo la penisola in fondo alla quale si trova Portovenere.
Questa è in assoluto la parte più bella dell’alta via: il sentiero, quasi sempre in discesa, diventa più tecnico e la vista si apre sul golfo di Portovenere.
Il golfo di Portovenere
Un ultimo tratto di strada e sentiero in leggera salita ci porta sul monte Muzzerone, dove tra l’altro si trova, con vista spaziale e in posizione strategica per escursioni e scalate, il rifugio Muzzerone. Poco più avanti comincia la discesa verso il castello di Portovenere, che dall’alto possiamo ammirare in tutta la sua imponenza.
Una volta in paese, dove i nostri vestiti sporchi e sudati contrastano singolarmente con l’eleganza dei turisti, si possono acquistare alla Proloco i biglietti dell’autobus per La Spezia. Una pucciatina nel mare, birretta e focaccia, e siamo come nuove!
Da Cambiasca a Miazzina, sentiero per Rugno, km verticale fino al monte Todum (1.298 m), lungo la dorsale fino alla Colma di Cossogno, Pizzo Pernice (1.506 m), croce del Pian Cavallone (1.564 m), discesa verso Alpe Pont e Caprezzo.
Periodo: Marzo 2020
Partenza: Cambiasca
Distanza: 22,5 km
Dislivello: 1.450 m
Acqua: fontanella dopo Pian Cavallone e a Caprezzo
Non sapevamo che il 7 marzo 2020 sarebbe stato l’ultimo giorno utile per una gita fuori Milano, prima delle restrizioni per combattere l’emergenza del Coronavirus. Sapevamo, invece, che era necessario evitare gli assembramenti e i luoghi affollati, anche in montagna. Quale meta migliore, dunque, del parco nazionale della Val Grande, dove l’uomo è stato così saggio da fare un passo indietro e permettere alla natura di svilupparsi indisturbata?
Il parco, che si sviluppa tutto intorno alla riserva integrale della Val Grande, definita come “l’area wilderness più estesa in Europa”, offre una sentieristica impeccabile, percorsi da facili a impegnativi, alpeggi bucolici e scorci meravigliosi sul lago Maggiore. Ai rari visitatori è richiesto, naturalmente, il massimo rispetto per il prezioso ecosistema del parco e della riserva, dove da decenni regna sovrana madre natura.
La partenza è da Cambiasca, dove possiamo lasciare l’auto nel parcheggio tra la posta e il circolo sportivo. Per cominciare il giro ci dirigiamo verso l’ufficio postale, scendiamo gli scalini in fondo a sinistra e ci inoltriamo nel paese superando il piccolo municipio. Seguiamo la strada che svolta a sinistra e, poco dopo, prendiamo sulla destra una mulattiera dapprima leggermente in discesa, poi in salita, non segnata. Percorriamo questo sentiero risalendo fino a Miazzina, dopo avere incrociato più volte i tornanti della strada.
Da Miazzina non bisogna seguire le indicazioni in salita a destra per l’alpe Pala, ma proseguire dritto e in piano lungo una strada secondaria fino a trovare, sulla sinistra al primo tornante, il sentiero pianeggiante per Runchio/Rugno. Lo seguiamo, attraversando il Rio Aurelio e risalendo fino a incontrare le indicazioni per km verticale, Monte Todum.
Da qui in avanti l’orientamento risulterà facilissimo: basta seguire per Monte Todum e, poi, per il Pizzo Pernice. Risaliamo il km verticale superando l’alpe Aurelio, mentre la vista si apre sul lago e sui monti. La pendenza aumenta man mano che ci avviciniamo alla vetta del Todum – che poi, più che una vetta, è un belvedere con tavolini da picnic e un panorama a dir poco spettacolare.
Percorriamo ora una lunga, panoramica dorsale che ci porterà ad addentrarci sempre più nel cuore della Val Grande, con il lago sulla destra e, a sinistra, le montagne selvagge della riserva. Per quanto a bassa quota, intorno ai 1.200 m, abbiamo trovato da qui in poi parecchia neve; il percorso, molto semplice e corribile in estate, risulta comunque sicuro, sia pure più faticoso, anche in versione invernale.
Proseguiamo dunque, seguendo le indicazioni per la Colma di Cossogno e il Pizzo Pernice, a 1.506 m di altezza. In cima troveremo una croce, mentre l’antecima è indicata da una fotogenica banderuola.
Dal Pizzo Pernice si scende, seguendo le indicazioni per Pian Cavallone. Alla fine della discesa, incontreremo un bivio: proseguiamo dritto, mantenendoci ancora sulla linea della dorsale e affrontando un’ultima faticosa salita per raggiungere la croce del Pian Cavallone, che con i suoi 1.564 m rappresenta il punto più alto del giro.
Ora è tutto in discesa! Alla cappella Valgrande Martire imbocchiamo il sentiero a destra per il rifugio Pian Cavallone, e da qui di nuovo a destra seguendo le indicazioni per Caprezzo. In un bosco fiabesco, percorriamo il facile sentiero in discesa fino alla cappella Fina, dove comincia la strada. Alternando asfalto e sentiero, seguendo le indicazioni sempre presenti, arriviamo all’alpe Pont e poi a Caprezzo.
Possiamo seguire la strada in discesa o tagliare un paio di tornanti con un comodo sentierino, poi imbocchiamo la mulattiera che scorre a sinistra della strada fino a sbucare al cimitero di Cambiasca. Qui svoltiamo a destra, alla rotonda a sinistra e in un attimo siamo al parcheggio.
Cascata del Toce – Lago di Morasco (1.815 m) – Lago dei Sabbioni (2.460 m) – Piano dei Camosci e Rifugio Città di Busto – Passo del Gries (2.469 m) – Capanna Corno Gries (2.338 m) – Laghi del Boden (2.348 m) – Lago Kastel (2.216 m) – Cascata del Toce
Periodo: Ottobre 2019
Partenza: Frua, cascata del Toce (1.675 m)
Distanza: 34 km
Dislivello: 1790 m
Acqua: non ci sono fontane, si può prendere dai torrenti
La Val Formazza non è proprio a due passi da Milano, ma nemmeno così lontana da non consentire una gita in giornata. Estrema propaggine settentrionale del Piemonte, al confine con la Svizzera, la valle ospita le sorgenti e la famosa cascata del fiume Toce – che con i suoi 143 m è la cascata più alta d’Europa e viene considerata una delle più spettacolari nelle Alpi, benché non sia visibile in tutta la sua portata se non in rari periodi dell’anno.
Proprio dalla cascata parte il nostro giro: parcheggiamo a località Frua, nell’ampio spiazzo davanti al ristorante Cascata del Toce. Qui troveremo una mappa che illustra il percorso dell’antica strada del Gries lungo la val Formazza; poco oltre comincia il sentiero. Dopo un breve tratto pianeggiante tra i prati, uno strappetto ci porta a un bivio: a destra i laghi di Boden e il lago Kastel, da cui arriveremo al ritorno, a sinistra il lago di Morasco.
Seguiamo le indicazioni per il lago di Morasco, proseguendo in piano per un paio di chilometri e attraversando il piccolo centro abitato di Riale. Arrivati ai piedi della diga di Morasco, prendiamo la strada che sale verso sinistra fino alla diga e seguiamo poi il facile sentiero pianeggiante girando tutto intorno al lago, che rimarrà alla nostra destra. In alternativa si può prendere la strada che sale verso destra e aggirare il lago dal lato opposto, risparmiando forse un chilometro. Le due strade, in ogni caso, alla fine si ricongiungono.
Verso il km 6 raggiungiamo un bivio con indicazioni accurate per tutte le possibili destinazioni della zona. Bisogna seguire quelle per il lago dei Sabbioni (2.460 m), dato verso sinistra a 1 h 50′ lungo il sentiero G39. Il sentiero a destra, G41, porta sempre al lago dei Sabbioni ma con un giro più lungo, che prenderemo al contrario dal lago verso il Piano dei Camosci e il rifugio Città di Busto.
Lago dei Sabbioni
Dopo un breve tratto semi-pianeggiante, il sentiero si impenna e comincia la prima e più dura salita del giro – oltre 600 m senza mai tirare il fiato. Ma il paesaggio dalla diga dei Sabbioni merita tutta la fatica: nello specchio d’acqua si riflettono cime innevate di una bellezza unica.
Attraversiamo la diga e torniamo indietro dall’altro lato della valle, seguendo le indicazioni per il Piano dei Camosci. Il sentiero non è tecnicamente difficile, ma in alcuni tratti risulta esposto e vi ho trovato ghiaccio nonostante le temperature relativamente miti: consigliati ramponcini e bastoncini!
Piano dei Camosci
Dopo una serie di saliscendi arriviamo al Piano dei Camosci e da qui un bel falsopiano in discesa ci porta al rifugio Città di Busto. Imbocchiamo ora il sentiero G41 in discesa verso sinistra. In appena un chilometro e mezzo perdiamo 400 metri di dislivello, atterrando infine in un ampio pianoro verdeggiante percorso da ruscelli, con cascatelle che scendono tutto intorno dalle ripide vette circostanti; in basso, dal lato opposto, si intravede di nuovo il lago di Morasco.
Punta dei Camosci
Dal pianoro seguiamo le indicazioni per il passo del Gries (2.469 m) e ci inerpichiamo per la seconda faticosa salita di questo giro. Si guadagna velocemente quota, 400 m in poco più di 2 km, mentre intorno a noi la vista si allarga, sempre più spettacolare, man mano che ci avviciniamo al passo. Alle nostre spalle svetta la Punta dei Camosci o Battelmatthorn, che supera i 3000 m di altezza; di fronte sulla destra vediamo il Corno Gries e in basso a sinistra l’omonimo lago. Al passo, una targa ricorda il passaggio di Wagner nel 1852. Siamo ora in territorio svizzero!
Seguiamo adesso il sentiero, parte del GTA (Grande Traversata delle Alpi), costeggiando il lago di Gries in un ambiente fantastico, di cui le pale eoliche non riescono nemmeno a scalfire la bellezza.
Costeggiamo il lago del Gries
Al bivio manteniamo la destra e, dopo un’ultima salitella, finalmente possiamo goderci la cavalcata in discesa lungo il GTA fino a Capanna Corno Gries (2.338 m). Anche qui ho trovato parecchia neve e tratti con ghiaccio.
Arrivati a Capanna Corno Gries, abbandoniamo il GTA, che scende dritto verso la Svizzera, e imbocchiamo invece il sentiero a destra, in direzione San Giacomo, che ci riporta verso l’Italia.
Ci aspetta ora un bel tratto di saliscendi, molto corribile e con una vista spettacolare sulla strada a tornanti per il Nufenenpass, o passo della Novena, che collega la Valle di Goms nell’alto Vallese con la Val Bedretto nell’alto Ticino.
La strada per Nufenenpass
Il sentiero svolta poi verso destra, riportandoci verso l’Italia. Teniamo sempre la destra seguendo le indicazioni per il passo San Giacomo e proseguiamo in salita fino a raggiungere una piccola pozza d’acqua. Qui, volendo accorciare il giro, si può prendere la strada carrozzabile seguendo le indicazioni per Riale.
Proseguendo invece verso sinistra, in leggera salita e in direzione Laghi di Boden – Capanna Maria Luisa, aggiungeremo ancora qualche chilometro e un centinaio di metri di dislivello, ampiamente ripagati dalla vista dall’alto su questi pittoreschi laghetti alpini. Il sentiero qui è sufficientemente segnalato da bolli sbiaditi, ma non sempre evidentissimo: potrebbe risultare difficile orientarsi in caso di nebbia, per cui consiglio comunque di seguire la traccia gpx.
Il primo lago comparirà all’improvviso superando una bocchetta: scendiamo fino alle sue sponde e lo aggiriamo a sinistra.
Si segue poi il sentiero, tenendo la destra al bivio, fino al secondo lago, che vedremo alla nostra sinistra, e si prosegue arrivando in vista della possente diga del lago Kastel (2.216 m). In caso di dubbio, seguiamo sempre le indicazioni per Riale.
Alla diga, imbocchiamo la carrozzabile verso sinistra in direzione Cascata del Toce. La seguiamo per circa 2 km, dopodiché troveremo sulla destra il sentiero per la cascata del Toce. Seguiamo questo sentiero, una discesa piuttosto ripida e faticosa, fino al bivio da cui siamo passati all’andata. Poche centinaia di metri e siamo al parcheggio.
Forno di Coazze – Molé – Rifugio Balma (1.986 m) – Monte Rocciavré (2.778 m) – Monte Robinet (2.676 m) – Punta Loson (2.643 m) – Lago Soprano – Rifugio Balma e ritorno via Molé
Periodo: Settembre 2019
Partenza: Forno di Coazze (1050 m)
Distanza: 20 km
Dislivello: 1.890 m
Acqua: si incontrano due fontane lungo il sentiero 415 da Molé al rifugio Balma, una al rifugio, una salendo verso il Rocciavré e un’altra al lago Soprano.
Il parco naturale Orsiera Rocciavré è stato una scoperta tanto interessante quanto casuale – sono finita in questo territorio a me completamente ignoto seguendo il buon Meteo Swiss, che indicava qui una finestra di bel tempo in un weekend altrimenti piovoso. Da Milano a Forno di Coazze, punto di partenza del giro, sono circa due ore di auto: non molto più di quanto si impieghi per raggiungere certi posti in Valtellina o sulle Orobie, a ben pensarci, anche se qui bisogna mettere nel conto il costo dell’autostrada. Ma vale decisamente la pena di fare un salto in queste valli: vi ho trovato sentieri in buone condizioni anche se poco battuti, paesaggi spettacolari e più stambecchi che umani! Il giro si può ripercorrere tranquillamente seguendo le indicazioni sui sentieri, senza bisogno della traccia gpx. Senza mai essere troppo difficile, è comunque sconsigliabile a chi soffra di vertigini.
Si sale in auto fino al santuario “Grotta di Nostra Signora di Lourdes”. Si può parcheggiare qui o poco più avanti, all’altezza del bivio con indicazione Molé. Si prosegue poi a piedi lungo la strada asfaltata in salita verso Molé, dove si imbocca il sentiero 415 – ben segnalato – verso il Rifugio Balma. Il sentiero sale a tratti dolcemente e a tratti in modo più deciso, senza mai diventare troppo faticoso, in una bella e ampia valle lungo il corso del Rio della Balma. L’acqua non manca: da Molé al rifugio incontreremo ben tre fontane.
Sentiero 415 per il rifugio Balma
Superato il Rifugio Balma (1.986 m) ignoriamo un primo sentiero verso destra e proseguiamo dritto, sempre seguendo il 415. Ben presto arriveremo al bivio con il 441, da cui arriveremo al ritorno. Ora invece teniamo la destra e continuiamo a salire in direzione dei monti Rocciavré e Robinet, dati a 2 h di cammino (io ho impiegato un’ora abbondante salendo con molta calma e fermandomi diverse volte a scattare foto).
Si prosegue lungo il 415 verso il Rocciavré
Per quanto il Rocciavré sia la nostra prima meta, nonché una delle due montagne che danno il nome a tutto il parco, non troveremo più questo nome se non sull’ultimissimo cartello prima della vetta. Seguiamo comunque senza preoccuparci le indicazioni per il Robinet.
Il paesaggio è sempre più lunare
Anche qui il sentiero alterna tratti ripidi a tratti pianeggianti, in cui possiamo goderci il panorama. Davanti a noi si comincia a vedere il colletto tra il monte Robinet, a sinistra, e il Rocciavré, a destra. Il sentiero svolta a destra per aggirare un massiccio roccioso che a prima vista sembrerebbe attaccato al Rocciavré, poi comincia a salire verso sinistra fino a raggiungere il colletto. Bisogna sempre seguire le indicazioni per il Robinet.
Si segue la cresta verso destra per il Rocciavré
Finalmente al colletto incontriamo un cartello in cui viene nominato il Rocciavré, e lo seguiamo prendendo la cresta che sale verso destra. Adesso i bolli vengono sostituiti da sporadici ometti – sconsiglio assolutamente il giro in caso di scarsa visibilità – che seguiamo tra grossi massi rossi, in un paesaggio sempre più bello e selvaggio. L’ultimo tratto di cresta prima di raggiungere la croce e la madonnina di vetta è particolarmente vertiginosa. Qualche piccolo bollo bianco ci aiuterà a seguire il percorso più sicuro, e negli ultimi metri, i più esposti, troveremo anche una catena con cui aiutarci.
Ultimo tratto di cresta
Dopo avere ammirato il paesaggio a trecentosessanta gradi dalla cima del Rocciavré (2.778 m), torniamo indietro da dove siamo arrivati fino al colletto Robinet, prestando attenzione a seguire gli ometti in discesa verso destra e non quelli che proseguono dritto in cresta. Dal colletto continuiamo lungo la cresta, arrivando ben presto in cima al Robinet (2.676 m), dove una graziosa cappella può servire da bivacco in caso di necessità. In questo punto ho incontrato un branco di stambecchi, con tanto di cuccioli, del tutto indifferenti alla mia presenza.
Stambecco in cima al Robinet
Si prosegue sempre lungo la cresta fino alla vetta successiva, la Punta Loson (2.643 m). Qui il sentiero è segnalato da bolli e ometti piuttosto evidenti: se non ne vedete per un po’, tornate indietro o cercate di riavvicinarvi alla cresta. Il paesaggio è meraviglioso, lunare e solitario. Il percorso non è tecnicissimo se non in alcuni tratti, ma neanche banale – lo classificherei come EE, e di nuovo lo consiglio solo se la visibilità è ottima.
Punta Loson
Superata la croce di vetta della Punta Loson, la vista si apre sul lago Rouen – bellissimo – mentre proseguiamo in discesa fino a incontrare finalmente delle nuove indicazioni: seguiamo il sentiero 441 per il lago Soprano e il rifugio Balma.
Lago Rouen
Il sentiero adesso diventa un po’ antipatico, stretto e esposto, ma è solo un breve tratto. Superiamo il colletto Balma e continuiamo a scendere più tranquillamente verso il lago Soprano, seguendo bolli bianco-rossi riverniciati di recente, più evidenti di quelli incontrati finora. Arriviamo al rifugio e ripercorriamo i nostri passi fino alla macchina.