Se il sabato a pranzo si è invitati a una grigliata a Branzi, non si può non cogliere l’occasione per una corsetta apri-stomaco ai popolarissimi laghi Gemelli per una via di salita alternativa a quella da Carona. Con Meme, Yaz, Samu e Tony parcheggiamo con calma verso le 9 nell’ampio e semi deserto parcheggio vicino al centro sportivo di via Cagnoli e prendiamo la mulattiera in salita verso il rifugio Laghi Gemelli.
Selfie di gruppo prima di perdere i pezzi
Partiamo insieme e facciamo una danza del serpente al contrario, separandoci via via lungo il percorso. Yaz decide di salire con calma e ci saluta poco dopo la partenza, mentre Tony, che diversamente da noi non ha in programma una grigliata a mezzogiorno, bensì una quarantina di chilometri per andare a trovare la mamma a Serina, parte in quarta e detta un passo militare.
Lago Casere
Il primo lago che raggiungiamo è il Casere (1841 m): attraversiamo la diga e ci ricongiungiamo al percorso “classico”, decisamente più affollato del nostro, che sale ai laghi Gemelli da Carona. Arriviamo al rifugio Laghi Gemelli (1968 m) in un’ora e mezza dal parcheggio.
Rifugio Laghi Gemelli
Qui Tony ci saluta e prosegue verso l’Alpe Corte. Anche Samu decide di tornare indietro a cercare Yaz, non si capisce se per galanteria o perché sta per cominciare la parte corribile del giro, quella che proprio non sopporta. Solo con Meme mi avvio dunque verso la diga dei laghi Gemelli.
I laghi Gemelli
Superata la diga proseguiamo a sinistra verso il lago Colombo (2046 m), che raggiungiamo con un ultimo, breve strappo in salita.
Al lago Colombo
Di fronte a noi svetta il pizzo del Becco, meta di un giro più lungo provato qualche anno fa; svoltiamo a sinistra seguendo le indicazioni per il giro dei laghi e cominciamo la discesa.
Verso il lago del Becco
Il sentiero qui è davvero piacevole, corribile e poco battuto rispetto a quello per i laghi Gemelli. Ben presto arriviamo al lago Becco (1872 m).
Al lago Becco
L’espressione corrucciata di Meme dipende dal fatto che un cartello, a questo punto, indica il lago Marcio in una direzione diversa da quella che ho deciso di seguire. Brontola, ma alla fine accetta di proseguire per un breve tratto in direzione Carona, prima di raggiungere comunque il lago Marcio (1841 m) per altra via.
Lago Marcio
Costeggiamo ora il lago Marcio lungo un bel sentiero pianeggiante, il solito che arriva da Carona, fino a tornare sul percorso da cui siamo arrivati. Qui recuperiamo Yaz e Samu in discesa dai laghi Gemelli. Ricomposto il quartetto, scendiamo dallo stesso sentiero da cui siamo saliti. Al centro sportivo troviamo anche una canna per darci una sciacquata, poi, con lo stomaco ormai ben aperto, ci avviamo alla meritata grigliata.
Il monte Croce di Muggio, ben noto a escursionisti e famiglie per i suoi sentieri semplici ma panoramici, i ristorantini all’alpe Giumello e i pendii innevati dove i bambini possono divertirsi in inverno, è meno frequentato da chi pratica la corsa in montagna. A torto: dal lago alla vetta si mette insieme un bel dislivello, alternando tratti verticali a tratti veloci e corribili. Insomma, un ottimo terreno d’allenamento!
Facili sentieri intorno al Croce di Muggio
A Bellano si può arrivare comodamente in treno; per chi invece si muove in auto, l’ideale è trovare posto, con un po’ di fortuna, in via Roma, da dove partono i sentieri. In alternativa si può usare il parcheggio dietro la stazione, a pagamento nei giorni feriali, o approfittare degli spazi un po’ abusivi (ma senza divieti) che si trovano all’ultimo tornante della strada in discesa per Bellano, subito prima del passaggio a livello. Io come al solito mi sono fermata in uno di questi spazi, senza entrare in paese. A piedi, poi, ho attraversato i binari, superato il supermercato e svoltato a destra nella strada principale; dopo il ponte sul il torrente Pioverna, la prima via sulla destra è appunto via Roma, da cui si imbocca la mulattiera in salita verso l’orrido di Bellano.
Mulattiera in salita da Bellano
La salita mi porta alla frazione Ombriaco e a un bivio, dove svolto a sinistra; al ritorno arriverò in questo stesso punto, ma dalla parte opposta. Mi trovo su un terreno molto familiare, il Sentiero del Viandante, e comincio a seguire i noti cartelli arancione in direzione Varenna. Ben presto, come spesso accade quando penso di conoscere a memoria la strada, mi distraggo, perdo di vista i cartelli e mi ritrovo su un sentiero sconosciuto, poco più in alto rispetto al Viandante. Supero una chiesetta e arrivo a un belvedere, da dove la vista spazia fino a Varenna.
Il lago di Como con la penisoletta di Varenna
Il tempo, come potete vedere dalle foto, non è meraviglioso, ma questo giro è abbastanza semplice da potersi fare pressoché in qualsiasi condizione meteo. L’alpe Giumello e il monte Croce di Muggio, del resto, con il bel tempo sono troppo affollati per i miei gusti: una grigia giornata di inizio autunno è proprio quello che ci vuole per un allenamento da queste parti! I boschi, in ogni caso, non sono deserti, perché molti sono in giro a raccogliere le castagne, che in questo periodo si trovano a quintali.
Seguo le indicazioni per tornare al Viandante
Trovo sulla sinistra un sentiero in discesa con indicazioni per il Viandante, che vorrei andare a riprendere. Il sentiero mi porta a una strada asfaltata, che in assenza di altri cartelli imbocco verso destra. Il Viandante, ahimé, si trova da qualche parte ancora più in basso, ma ora che me ne rendo conto ho già percorso qualche centinaio di metri lungo la strada e decido di perseverare nell’errore: la direzione, infatti, è corretta, e lungo la strada trovo indicazioni per l’alpe Giumello. Dopo due tornanti in salita, lascio la strada e prendo il sentiero tutto a sinistra, letteralmente ricoperto di castagne.
Sentiero tutto a sinistra nel castagneto
Proseguo lungo questo sentiero, molto grazioso e in buone condizioni, con la speranza che mi porti da qualche parte. Supero un alpeggio e il bosco si apre, lasciando spazio a prati e campi coltivati.
Il sentiero prosegue fuori dal bosco
A un crocevia di sentieri trovo finalmente delle indicazioni, tra cui quelle per Noceno: stranamente sono già riuscita a rimettermi sulla retta via senza passare per rovi, torrenti o burroni come mio solito! Seguo dunque senza possibilità d’errore la mulattiera in salita, a tratti bella ripida, che tra cappellette e castagni mi farà guadagnare i circa 3-400 m di dislivello che mi separano da Noceno.
Mulattiera per Noceno
Questo piccolo alpeggio, tutto arroccato su un ripido pendio, va letteralmente scalato per proseguire, sempre in salita, verso Camaggiore. Una fontana permette qui di fare un primo rifornimento d’acqua.
Noceno
Alla fine del paese, piuttosto che seguire la mia traccia, vi conviene tirare dritto cercando di riprendere subito la mulattiera verso Camaggiore. Io invece ho di nuovo sbagliato strada, attratta dai belati di alcune simpatiche pecorelle, e pur di non tornare indietro mi sono trovata a risalire più o meno a caso nel bosco fino a rimettermi sulla retta via.
Pecore simpatiche, ma fuori percorso
Finalmente a Camaggiore, ormai oltre i 1200 m di quota, prendo verso sinistra la strada per S. Ulderico, che ben presto mi porta a un altro fantastico belvedere.
Belvedere di Camaggiore
Proseguo ora in piano lungo una facile e corribilissima strada sterrata, per circa due chilometri e mezzo. Poi la strada finisce bruscamente nel nulla, anche se non posso lamentarmi di non essere stata avvertita: poco prima della fine, infatti, ho visto e ignorato un sentiero in discesa per San Ulderico. Di nuovo decido di non tornare sui miei passi, ma di esplorare il bosco alla mia destra, certa di andare a incrociare l’anello di Muggio che passa da qualche parte un po’ più in alto.
In esplorazione nel bosco
Si vedono alcune tracce, ma definirlo “sentiero” è un po’ eccessivo. Ligia alle regole non scritte del buon ravanage, tiro dritto mantenendomi sempre il più in alto possibile sul crinale, che ha una pendenza dapprima accettabile, poi sempre più elevata, fin quasi al 50%. Chi non ama questo tipo di ambiente o non si sente sicuro fuori sentiero può evitare questo tratto prendendo l’anello di Muggio direttamente da Camaggiore. Io, personalmente, ho trovato questa parte nel bosco divertente e comunque priva di pericoli.
Ritorno su sentieri segnati
Continuando a ravanare, e seguendo qua e là le tracce di qualcuno che da queste parti deve essere passato prima di me – anche se poteva benissimo essere un branco di cinghiali – raggiungo l’anello, che potrei imboccare in una o nell’altra direzione, dato che in entrambi i modi si arriva all’alpe Giumello. Nel dubbio, ho scelto una terza via, di cui mi piaceva il nome: Sentiero dei Mirtilli.
Sentiero dei Mirtilli
Seguo dei bolli giallo fluo, che ricordano quelli di una gara, disegnati qua e là sugli alberi, e supero un primo tratto non proprio corribilissimo per la presenza di radici bagnate e scivolose. Il sentiero diventa poi più bellino e riesco a correre fino a un bivio privo di indicazioni. Decido di salire in cima al monte Croce di Muggio, avvolto da un innocuo nuvolone, e prendo dunque il sentiero in salita verso destra.
Sentiero per la cima del Croce di Muggio
Dal bivio alla croce di vetta mancano forse 100 m di dislivello, che percorro rapidamente su facile sentiero, passando per gli impianti da sci che caratterizzano il monte Croce di Muggio. Dalla croce (1799 m) il panorama di solito è bello, ma oggi non si vede proprio niente!
Croce di vetta (1799 m)
Attraverso tutta la cima e prendo il sentiero che scende dall’altra parte. Anche questo è facile e corribile, e ben presto mi ritrovo all’alpe Giumello. Passo a bere un caffè al ristoro Genio e riparto poi lungo l’anello di Muggio in direzione Alpe Chiaro.
Alpe Chiaro
Proseguo fino all’omonimo belvedere, dove finalmente le nubi si diradano e torno a vedere il lago di fronte a me. Anziché proseguire lungo l’anello, si prende qui a sinistra il sentiero in discesa, poco visibile ma indicato, per Vendrogno.
Si svolta a sinistra in direzione Vendrogno
Dopo una discesa piuttosto ripida arrivo a un pianoro con una fontana. Il sentiero prosegue in discesa nel bosco verso destra, anche se ci metto un attimo a individuarlo. Continuo a scendere fino a un alpeggio, dove trovo nuove indicazioni per Vendrogno.
Indicazioni per Vendrogno
Continuo in discesa su facile sentiero fino a sbucare su una strada carrozzabile, che imbocco verso sinistra; subito l’abbandono, prendendo il sentiero non indicato che scende verso destra. Qui si trova qualche altro bivio, sempre con poche indicazioni: nel dubbio tenete la destra e proseguite in discesa, affidandovi anche alla mia traccia gpx (no worries, qui non ci sono originali varianti fuori pista!). Sbuco infine sulla strada asfaltata e, passando per Mornico, continuo a seguire i cartelli per Vendrogno, che mi permettono qua e là di tagliare i tornanti su facile sentiero.
Seguo le indicazioni per Vendrogno
Da Vendrogno proseguo prima su strada, poi di nuovo su sentiero, in direzione Bellano. Ben presto raggiungo la frazione Ombriaco e da qui non mi resta che ripercorrere la strada dell’andata fino alla macchina. Tempo di percorrenza: circa 4 ore al netto delle pause.
Rifugio “Il Pirata” (Tartano) – Passo di Tartano (2108 m) – Cima di Lemma (2348 m) – Passo di Lemme (2137 m) – Laghetto Cavizzola – Sentiero 101 o delle Orobie occidentali – Forcella Rossa (2055 m) – 3° Lago di Porcile ( 2095 m) – Passo di Porcile (2290 m) – Sentiero 201 verso Foppolo – Strada di Dordona – Montebello (Terrazza Salomon) – Lago delle Trote – Passo Dordona (2061 m) – Sentiero 201A – Bocchetta dei Lupi (2316 m) – 2° Lago di Porcile (2030 m) – Rifugio “Il Pirata”.
Periodo: Agosto 2021
Partenza: Rifugio “Il Pirata”, località Arale, Tartano
Finalmente in ferie, Tony e le Martas non hanno dubbi su come inaugurarle: una bella cavalcata orobico-valtellinese, alla scoperta di nuovi sentieri per concatenare valli più o meno note, è proprio quello che ci vuole!
Tony e le Martas alla terrazza Salomon
Tony e Marta arrivano da Bergamo, io (l’altra Marta) sono ormai valtellinese d’acquisizione: loro partono dal rifugio S.A.B.A., nella bergamasca, per una traversata di oltre 40 km, mentre io lascio l’auto al rifugio “Il Pirata”, sopra Tartano, per un giro ad anello come piace a me. Decidiamo di trovarci alla terrazza Salomon, Montebello, nel primo pomeriggio, per condividere l’ultima parte del giro e una cenetta al rifugio.
Alpe Arale e rifugio “Il Pirata”, val Tartano
Parto con calma, forse troppa (sono le 9 passate quando parcheggio al Pirata), in direzione del passo di Tartano. Ho visto dalle mappe che ci sono dei sentieri alternativi rispetto a quello più frequentato per i laghi di Porcile e, non avendo fretta, decido di andare in esplorazione. Scendo dunque dal rifugio alla strada carrozzabile sottostante e la percorro brevemente seguendo il corso del torrente fino a trovare sulla destra un ponticello.
Si attraversa il torrente Tartano
Non ci sono indicazioni se non quelle, opposte, per i laghi di Porcile. Si attraversa il torrente e si prosegue dall’altra parte. Il sentiero c’è, è anche relativamente battuto (dalle mucche), ma non è bollato e bisogna fare attenzione a non perderlo di vista. Certo, non si può procedere troppo spediti su questo terreno, ma in compenso ci si gode la pace di una valle deserta, le distese di mirtilli, i ruscelli gorgoglianti e le marmotte che scorrazzano indisturbate. Consiglio caldamente, per questo e altri tratti, di usare la mia traccia gpx.
Il sentiero c’è, anche se non sempre si vede
Attenzione a un bivio, dove il sentiero più intuitivo sembra essere quello che va a sinistra attraversando un ruscello, mentre bisogna prendere quello in salita verso destra. Senza la traccia gpx avrei sbagliato di sicuro. Finalmente il bosco finisce e vedo in lontananza, sopra di me, la croce del passo di Tartano.
Il passo di Tartano
Vedo il passo, sì, ma in compenso perdo di vista il sentiero, complici anche i mille ruscelli e rigagnoli che si sono formati dopo le piogge torrenziali dei giorni scorsi. Pazienza, la pendenza non è eccessiva e salgo dritto per dritto tra mirtilli e rododendri, cercando di tenere i piedi il più possibile asciutti. Incrocio infine un sentiero, anch’esso poco visibile ma segnato, che scopro poi essere l’alta via della Val Tartano.
Seguo i bolli dell’alta via della Val Tartano
Seguendo questi bolli bianco-rossi arrivo a una casera, dove appunto trovo le indicazioni dell’alta via, e proseguo in salita fino al passo di Tartano (2108 m), crocevia di sentieri.
Il passo di Tartano
Per i prossimi 5 km seguirò il percorso della GVO (Gran Via delle Orobie), un altro sentiero spesso poco indicato, dove facilmente si perde l’orientamento. In questo tratto, in realtà, basta seguire il filo di cresta in salita passando per le antiche trincee della linea Cadorna fino alla cima di Lemma (2348 m) e da qui in discesa fino all’omonimo passo.
In cresta dalla cima di Lemma al passo
Dal passo di Lemme si prosegue in piano, seguendo il sentiero – quando c’è – o in alternativa cercando i bolli sparsi qua e là sulle roccette. Utile, anche qui, la traccia gpx.
La GVO prosegue con traccia poco evidente
Dopo un ultimo tratto in salita bisogna scendere tutto a sinistra. A ben guardare c’è una piccola freccia con la scritta “GVO” nascosta dietro un sasso, ma senza la traccia gpx avrei certamente proseguito dritto. Il sentiero è ora più evidente e comincio a scendere spensierata, senza più fare caso ai bolli. Naturalmente questo mi porta subito fuori strada e davanti a una baita, detta “del Mondo” (Raimondo).
Baita del Mondo, leggermente fuori percorso
Poco male, vedo il sentiero più in basso e lo raggiungo, continuando a scendere fino all’alpe Cavizzola. Qui trovo le indicazioni per il laghetto Cavizzola, che è la mia prossima tappa. Non ho capito a che punto ho abbandonato la GVO ma, sapendo di dover passare da questo laghetto, senza farmi troppe domande proseguo di buon passo, ora su facile sentiero. Al laghetto, dove trovo anche una fontana, mi fermo per fare merenda con la mia “cupeta” valtellinese.
La tradizionale “cupeta” valtellinese
Dovrei ora prendere il sentiero 101, o sentiero delle Orobie occidentali, di cui però al laghetto non trovo traccia. Vedo solo un sentiero 111 in discesa e lo seguo fino a quando diventa evidente che mi sto allontanando troppo dal 101. Interpreto una croce su un sasso e una leggerissima traccia nell’erba come un segno del destino e, per una volta, la fortuna mi assiste: risalendo per i prati raggiungo infatti una casera e, finalmente, il sentiero delle Orobie occidentali.
Finalmente sul sentiero 101
Adesso è tutto facile: il 101 è sempre ben segnato e mi permette di procedere spedita – anche perché un’occhiata all’orologio mi dice che è il caso di darmi una mossa! A un breve tratto in salita, che culmina alla Forcella Rossa (2055 m), segue una discesa e poi un lungo e corribilissimo tratto in piano. Si passa per alcuni alpeggi intorno ai 1800 m di quota e, in basso, si vede San Simone. Riprende la salita e di nuovo mi trovo a guardare, sia pure da una diversa prospettiva, la croce del passo di Tartano.
Il passo di Tartano dal sentiero 101
Senza arrivare al passo, salgo verso destra in direzione dei laghi di Porcile e vado a prendere il sentiero 201 (il 101 non ho capito che fine abbia fatto) che passa per il 3° lago di Porcile e sale all’omonimo passo.
Verso i laghi e il passo di Porcile
Questa zona è decisamente frequentata, rispetto a quelle semi-deserte da cui sono passata finora. Superando una distesa di bagnanti intenti a prendere il sole, salgo di buon passo verso la bocchetta. Il sentiero è sempre facile, anche se sto attraversando una pietraia dall’aspetto suggestivo e selvaggio.
Pietraia verso il passo di Porcile
Salendo mi trovo a un bivio: a destra il sentiero 201 per il passo di Porcile e Foppolo, a sinistra il 201A per la bocchetta dei Lupi e il rifugio Dordona. Da qui arriverò più tardi con i miei amici, quindi ora prendo il sentiero a destra e in un attimo sono al passo di Porcile (2290 m).
La discesa verso Foppolo
Comincio a scendere verso Foppolo: il sentiero all’inizio è ripido e richiede attenzione, poi migliora un po’ man mano che si perde quota. Una volta a fondovalle, le indicazioni da seguire sono quelle per il passo Dordona, prima lungo un facile sentiero nel bosco e poi su strada – bisogna prendere la cosiddetta “Strada Dordona”, una noiosa carrozzabile in salita. Dalla carrozzabile si stacca poi il sentiero per Montebello.
Si prende il sentiero per Montebello
Passando sotto la seggiovia, risalgo fino alla terrazza Salomon (o rifugio Montebello), dove mi aspettano Marta e Tony. Sono in ritardo sulla tabella di marcia: speravo di arrivare qui per le 14 e invece sono quasi le 15,30! Ho perso parecchio tempo a orientarmi nell’erba alta tra la GVO e il sentiero 101. Pazienza, ora sono con i miei amici: ci manca una decina di chilometri con non più di 500 m di dislivello, per cui possiamo prendercela con calma.
Verso il passo Dordona
Ci incamminiamo dunque in leggera salita verso il passo Dordona, passando per il piccolo e affollato lago delle Trote. Dal passo prendiamo la strada carrozzabile in discesa verso il rifugio Dordona, che vediamo chiaramente più in basso, anche se non ci arriveremo: prima del rifugio, infatti, vediamo sulla sinistra le indicazioni per il sentiero 201A e la bocchetta dei Lupi. A sorpresa, ci ritroviamo ancora sulla GVO!
In salita verso la bocchetta dei Lupi
La salita è lunga, ma non eccessivamente ripida, e le montagne illuminate dalla luce calda del pomeriggio ci ripagano di tutta la fatica. Arrivati alla bocchetta (2316 m), la vista si apre di nuovo sui laghetti di Porcile, che da questa nuova prospettiva sembrano ancora più belli.
Vista dalla bocchetta dei Lupi
Da qui è tutta discesa, prima su sentiero ripido e sdrucciolevole, poi su morbidi prati dove pascolano mucche isteriche e teneri vitelli.
2° lago di Porcile con vitelli al pascolo
Si continua a scendere in direzione Alpe Arale, Tartano. Abbiamo trovato il sentiero allagato dalle recenti piogge, cosa che ci ha rallentato un po’. Normalmente si tratta di una discesa noiosa, ma semplice e veloce.
Quasi arrivati, ci pregustiamo la birra
Gli ultimi chilometri sono, come sempre, i più faticosi. Ma finalmente raggiungiamo il rifugio, i cui fantastici gestori per nostra fortuna accettano di rifocillarci con un’ottima pasta alla bresaola, oltre naturalmente alla meritatissima birra!
Era da un po’ che volevo esplorare la Val Tartano: una visita di Stefano e una domenica dal meteo perfetto sono state la scusa per lanciarmi! Valle laterale sul versante orobico della bassa Valtellina, parallela e simile alla Val Gerola, la Val Tartano offre percorsi ideali per la corsa in montagna in estate e per lo scialpinismo in inverno, che permettono di arrivare facilmente sopra i duemila metri con una vista spaziale sulle più belle cime valtellinesi e orobiche.
In Val Budria con lo sfondo del Disgrazia
Il percorso che vi propongo è davvero poco battuto nella prima parte, da Tartano fino ai piani di Lemme passando per la bellissima Val Budria; la cima di Lemma, facilmente raggiungibile anche dalla bergamasca, è invece più frequentata e anche i laghetti del Porcile richiamano diverse persone nelle calde giornate estive. Lungo l’alta via GVO (Gran Via delle Orobie), in ogni caso, non ci sono rifugi che attraggano folle di escursionisti, per cui il giro risulta nel complesso tranquillo e piacevolmente corribile. Vi segnalo che nel mese di giugno si svolge qui una gara di corsa in montagna, il Rally estivo della Val Tartano.
Indicazioni per il sentiero 116 – Val Corta
Dopo avere parcheggiato a Tartano, poco prima della chiesa, proseguiamo a piedi fino al bar del paese, dove troveremo una quantità mostruosa di indicazioni. Non è necessario leggerle tutte, basta seguire quelle per la Val Corta in discesa verso destra: dovremo seguire la stradina lungo il fiume che si individua chiaramente dall’alto.
Dopo un paio di chilometri ci troviamo a un bivio, all’altezza di Ponte di Barbera: a sinistra si prosegue per la Val di Lemma, lungo il corso dell’omonimo torrente, mentre noi continuiamo dritto seguendo le chiare indicazioni per la Val Budria. Anche qui, seguiremo per un po’ il corso del fiume.
Seguiamo la strada sterrata a fondovalle
La stradina sterrata che si inoltra in Val Budria è quasi pianeggiante, con alcuni tratti in leggera salita. In generale, si può correre tutta. Prestate solo attenzione al primo bivio, circa mezzo chilometro dopo Ponte di Barbera: i bolli mandano a sinistra, di nuovo in Val di Lemma, mentre noi dobbiamo proseguire dritto lungo la nostra stradina, evidente nonostante l’assenza di segnavia.
Attraversiamo il torrente
Dopo un altro chilometro si vedrà un ponticello che attraversa il torrente. Lo utilizziamo per passare sull’altra sponda e proseguire nella stessa direzione. Superiamo una baita, dove troveremo una fontana, e continuiamo lungo un sentiero poco battuto, ma decisamente pulito dalla rigogliosa vegetazione del fondovalle – probabilmente grazie alla gara appena svoltasi. Finalmente raggiungiamo la fine della valle – che, per essere indicata come “Val Corta”, ci è sembrata piuttosto lunga! – e cominciamo a salire di quota. Siamo soli e circondati da una natura meravigliosa: marmotte, fiori di tutti i colori, cascate e un ultimo nevaio in scioglimento.
Ultimo nevaio in scioglimento
Il sentiero sale ora con decisione, facendoci guadagnare velocemente i circa 500 metri di altezza che ci separano dal panoramico pianoro chiaramente visibile anche dal basso, punto di arrivo della teleferica che passa alta sopra le nostre teste.
Fine della prima salita
Passiamo da una graziosa casera e qui incrociamo la GVO (Gran Via delle Orobie), l’alta via che seguiremo da qui in avanti fino ai laghi di Porcile.
Indicazioni della GVO
Non facciamo in tempo a rallegrarci delle indicazioni appena trovate, che subito perdiamo di vista i bolli in un enorme prato costellato di tane di marmotte. Poco male, non ci sono punti pericolosi e proseguiamo un po’ a caso nella direzione in cui ci hanno orientato i cartelli, verso la pietraia che si vede poco lontano. Prima della pietraia, scorgiamo un bollo e torniamo sul sentiero, ora ben visibile e segnato.
Il sentiero torna a vedersi chiaramente
Un ultimo strappetto ci porta a una bocchetta non meglio identificata, da cui la vista si apre su quella che dovrebbe essere la Val di Lemma. Non essendo pratici della zona, facciamo fatica a identificare le cime e a orientarci, tanto più che non abbiamo ancora trovato nessuno a cui chiedere informazioni.
Prima bocchetta (circa 2150 m)
Ci lanciamo ora in una divertente discesa, sempre facendo attenzione a non perdere di vista i bolli che, nel prato, tendono di nuovo a sparire.
Ste mi semina in discesa
Un breve tratto in salita ci porta a un’altra bocchetta e a una nuova discesa fino ai Piani di Lemme, crocevia di sentieri, dove finalmente qualche cartello ci aiuta a orientarci: vediamo che il sentiero 116 prosegue verso il passo di Lemma e San Simone, nella bergamasca, mentre il nostro percorso verso la Cima di Lemma e il passo Tartano, sempre parte della GVO, è ora indicato come sentiero 101. Si tratta dunque del sentiero delle Orobie occidentali, che finora avevo percorso “solo” da Cassiglio a Passo San Marco! Buono a sapersi, prenderò ispirazione per un nuovo giro.
Andiamo a prendere il sentiero in cresta
Attraversiamo un altro prato, con qualche bollo sparso qua e là, e ci dirigiamo verso le creste che vediamo ormai sempre più vicine. A questo punto basta seguire il filo di cresta fino alla cima di Lemma, che con i suoi 2348 m rappresenta il punto più alto del giro.
Sulla cima di Lemma (2348 m)
Si scende ora verso il passo di Tartano, circa 250 m più in basso e già visibile dalla cima, passando per le antiche trincee della linea Cadorna.
Antiche trincee della linea Cadorna
Dal passo di Tartano si prosegue dritto e in piano, seguendo le indicazioni per i laghi di Porcile, curiosamente dati a 20 e a 30 minuti di distanza da due cartelli a pochi centimetri l’uno dall’altro.
I tre laghi di Porcile
I tre laghetti compaiono ben presto alla nostra sinistra. Al bivio, seguiamo il sentiero che scende a sinistra in direzione del secondo lago – da quello più in alto non passeremo.
Secondo lago di Porcile
Dal lago, si seguono le indicazioni per Tartano. Non preoccupatevi delle due ore e mezza date dai cartelli: da qui alla macchina mancano solo 8 km, tutti in discesa su facile sentiero, sterrato e asfalto, per cui di corsa ci vuole meno di un’ora.
Rifugio Il Pirata
Alla fine del sentiero, prendiamo la strada sterrata verso destra che in un attimo ci porta al rifugio Il Pirata. Qui, se volete fermarvi, sarete serviti da un simpatico e gentilissimo pirata. Altrimenti potete semplicemente riempire le borracce alla fontana e proseguire lungo la carrozzabile in discesa che porta a Tartano.
Ultimo tratto su sterrato
La strada sterrata diventa infine asfaltata e finalmente spunta il campanile di Tartano. Gli ultimi chilometri sono piuttosto faticosi, sotto il sole e con tutte le auto che salgono al rifugio, ma ben presto siamo alla macchina pronti per cambiarci e premiarci con una birretta!
Voleva essere un giro più lungo, ma anche così ne è uscito un bel percorso. Con Meme siamo partiti nel primo pomeriggio e siamo arrivati con il buio, godendoci la parte più bella del giro – le creste del Moregallo – con la luce calda del tramonto.
La partenza è da Civate, via Cerscera. Da qui si prende la scalinata in salita tra le case e si seguono i cartelli per San Pietro fino alla località Pozzo. Alla fine di via del Pozzo, dove normalmente si svolta a destra per andare verso San Pietro e il Cornizzolo, abbiamo preso il sentiero a sinistra per Suello.
Il bivio alla fine di via del Pozzo
Questo sentiero è stato una super scoperta: grazioso e panoramico, in un paio di chilometri di leggera discesa ci ha portato a Suello, dove comincia la direttissima per il Cornizzolo. Ignorando anche questo percorso arcinoto, abbiamo proseguito, ora in leggera salita, lungo la strada che porta a Cesana Brianza e al parco del Roccolo. Si costeggia questo piccolo parco continuando a salire, ora su sterrato, fino al santuario Madonna della neve (440 m), da cui si apre un bello scorcio sul lago di Pusiano.
Il lago di Pusiano dal santuario Madonna della neve
Senza superare il santuario, bisogna prendere il sentiero un po’ nascosto che sale verso destra, seguendo le indicazioni per il Cornizzolo.
Si sale per poco lungo una strada sterrata e, al tornante, si prende il sentiero non indicato che prosegue dritto nel bosco. Basta ora continuare lungo questo sentiero fino a incrociare la strada a tornanti che da Eupilio sale verso il Cornizzolo, e proseguire lungo questa strada in salita fino al punto in cui, sulla sinistra, si trovano le indicazioni per il cosiddetto Senterùn.
Meme mi fa mangiare la polvere del Senterùn
Questo sentiero, facile e bene indicato, alterna tratti in piano a qualche salitella, per poi scendere a tutta verso Canzo. Qui si prende la strada verso destra che in breve porta alla fonte di Gajum, primo importante punto acqua del giro. Attenzione, la fonte è un po’ nascosta dietro il parcheggio.
La fonte di Gajum a Canzo
Superata la fonte, si prende la mulattiera in salita verso sinistra seguendo le indicazioni per Prim’alpe (725 m). Anche qui troveremo una bella fonte di acqua fresca.
Meme a Prim’alpe si fa notare per le sue fiammanti scarpe nuove
Si continua brevemente lungo la mulattiera verso Second’alpe e Terz’alpe, ma ben presto si raggiunge un bivio. Si abbandona qui la mulattiera per prendere il sentiero n. 5 in direzione rifugio SEV ai Corni.
Lungo il sentiero n. 5 per il rifugio SEV
Il sentiero ci fa guadagnare un po’ di quota, per poi proseguire con lunghi tratti in piano alternati a salitelle non troppo faticose. Poco prima di arrivare al SEV si incontra una sorgente, ultimo punto acqua per parecchio tempo.
Ultima neve davanti al SEV
Davanti al rifugio SEV (1276 m) abbiamo trovato ancora della neve, nonostante la primavera inoltrata. Sulla destra si stagliano i Corni di Canzo, mentre a sinistra la vista può spaziare fino al lago di Como. Dal rifugio siamo scesi verso sinistra nel prato innevato, dove si trovano diverse indicazioni: abbiamo seguito quelle per il sentiero n. 6 verso il Moregallo.
Imbocco del sentiero n. 6 per il Moregallo
Sui cartelli la difficoltà non è indicata, ma il sentiero delle creste non è proprio escursionistico: lo definirei un EE, per escursionisti esperti, sebbene non sia difficile. Chi non se la sentisse può sempre tagliare il giro prendendo il facile sentiero n. 4 per San Tomaso, ma tenete conto che in questo modo ci si perde la parte migliore del giro!
Verso le creste del Moregallo
Dopo un tratto in leggera discesa nel bosco, riprendiamo a salire e ben presto ci ritroviamo fuori dalla vegetazione, in un ambiente che diventa sempre più selvaggio.
Sul filo di cresta
Si rimane sempre sul filo di cresta, anche se volendo c’è un sentiero – non so se e quanto più semplice – che passa poco più in basso. Bisogna prestare attenzione in alcuni punti sdrucciolevoli: anche se l’esposizione non è mai eccessiva, qua e là si aprono degli strapiombi notevoli! La vista, in compenso, è spettacolare.
Il lago di Como dalle creste del Moregallo
Dopo qualche saliscendi, si arriva a un ultimo tratto di ripida salita in un canalino attrezzato con qualche catena: niente di difficile, ma dal mio punto di vista sufficiente a classificare il sentiero come EE.
Meme in posa nel canalino attrezzato
Superato questo tratto, sbuchiamo sull’ampia cima erbosa del Moregallo (1276 m), che soprattutto all’ora del tramonto rimane per me la montagna più bella del triangolo lariano.
La cima erbosa del Moregallo
Si superano la madonnina e la croce di vetta, proseguendo lungo il sentiero in discesa fino alla bocchetta di Sambrosera (1192 m). Da qui si prosegue dritto in direzione Valmadrera via Preguda. Se invece si volesse tagliare il giro, basta prendere il sentiero in discesa verso destra che porta direttamente alla fonte di Sambrosera, senza passare dal Sasso di Preguda. Entrambi i sentieri sono ripidi e sdrucciolevoli, ma non particolarmente difficili.
Meme sale su un sasso a caso e lo dichiara “Sasso di Preguda”
A un nuovo bivio prendiamo a sinistra in direzione Preguda, mentre il buio incipiente mette fretta a Meme, che voglioso di arrivare a destinazione prende il primo sasso che trova per il Sasso di Preguda. Quando finalmente ci arriveremo, si scoprirà che il Sasso di Preguda è davvero inconfondibile.
Il vero Sasso di Preguda (647 m)
Si svolta ora tutto a destra seguendo le indicazioni per Sambrosera. Il sentiero è lungo traverso, panoramico e più o meno pianeggiante; in alcuni tratti è un po’ esposto – sconsigliato con neve e ghiaccio.
Il sentiero n. 5 per Sambrosera
Arriviamo infine alla fonte di Sambrosera, crocevia di sentieri per il Moregallo. Da qui saremmo dovuti risalire verso il Cornizzolo, ma Meme ormai pensava solo alla sua pasta alla nduja e così abbiamo deciso di rientrare dalla via più breve. Abbiamo quindi preso il sentiero n. 5 in discesa verso Valmadrera, arrivando ben presto alla strada carrozzabile per San Tomaso, dove una fontanella ci ha permesso un ultimo rifornimento d’acqua.
La fontanella sulla carrozzabile per San Tomaso
Abbiamo poi seguito la carrozzabile in discesa fino a Frazione Belvedere e da qui la strada per Valmadrera, affidandoci infine a google maps per i 5 km rimasti da qui a Civate.
Un percorso fantastico, facile e corribile, lungo le antiche gallerie del Tracciolino con lo sfondo del lago di Mezzola, della val Codera, del Legnone e poi della meravigliosa valle dei Ratti.
Il Tracciolino è sempre una buona idea! Soprattutto in inverno, quando si cerca un percorso facile e sicuro senza per questo rinunciare a uno sfondo di cime innevate e paesaggi mozzafiato.
La partenza di questo giro, che coincide in buona parte con il percorso del Tracciolino Trail, è da Verceia, sul lago di Mezzola. Arrivando dalla SS36, si parcheggia dopo il ponte e poco prima del tunnel, all’imbocco di via San Francesco. Questo parcheggino, dove al mattino si trova posto senza problemi, sembra fatto apposta per noi, trovandosi accanto al sottopasso che ci permette di attraversare la statale portandoci sul lungolago.
Il lago di Mezzola
Seguiamo il lungolago per circa 4 km fino a Novate Mezzola. Abbandoniamo qui la pista ciclo-pedonale (e la pianura) e ci inoltriamo su per il paese seguendo le indicazioni per la Val Codera. Dopo poco più di un chilometro la strada finisce e comincia, sulla sinistra, la ripida e panoramica scalinata che porta verso Codera.
La scalinata per Codera
Si guadagnano d’un fiato 500 metri di quota, mentre la vista si apre via via sul lago di Mezzola, alle nostre spalle, e sulla bellissima val Codera, di fronte a noi. Del sole, per ora, non c’è traccia, e io e super Tony battiamo i denti nonostante la salita con pendenza del 30-40%.
La vista si apre sul pian di Spagna e il lago di Mezzola
Arrivati al mini borgo di Avedè (790 m) tutti i disagi svaniscono come per magia: il sentiero spiana e il sole finalmente si fa vedere!
Il sentiero spiana dopo Avedè
Adesso sì che si ragiona: con le gambette calde e lo spettacolo delle vette innevate che si stagliano contro il cielo blu riprendiamo a correre, superando una galleria piuttosto umida e raggiungendo infine Codera (825 m).
Ultima salitella per Codera
Attraversiamo il paese e sulla destra troviamo subito le indicazioni che ci interessano, quelle per il Tracciolino.
Le indicazioni per il Tracciolino
Seguiamo i cartelli, davvero senza nessuna possibilità di errore, in discesa fino al ponte che attraversa il torrente Codera e poi in leggera salita fino al Tracciolino. Il sentiero è facile e ci permette di guardarci intorno: di fronte abbiamo sua maestà il Legnone, mentre alle nostre spalle si aprono scorci molto belli su Codera.
Ultimo scorcio su Codera e l’omonima valle
Raggiunto il Tracciolino, ci aspettano 8-9 km di corsa completamente in piano. Tratti al sole si alternano a gelidi tratti in ombra, con colate di ghiaccio qua e là. Abbiamo portato i ramponcini, ma per il momento non sono necessari: i punti esposti sono tutti ben protetti.
Si corre in piano lungo il Tracciolino
All’altezza di San Giorgio, notiamo che il percorso della gara scende fino al paesino, per tornare a riprendere il sentiero principale un paio di chilometri dopo. Noi ci risparmiamo la fatica e proseguiamo in piano, riservandoci di ammirare San Giorgio dall’alto un po’ più avanti.
Vista panoramica su San Giorgio
Le gallerie da qui in poi richiedono l’uso della frontale, soprattutto l’ultima che è lunga ben 360 metri.
Frontale alla mano, ci inoltriamo nelle gallerie
Alla fine di quest’ultimo tunnel si svolta a sinistra e si prosegue ancora per un paio di chilometri lungo i binari, fino a incontrare la strada che scende a Verceia e il sentiero che sale verso Frasnedo.
La salita per Frasnedo
Ci aspetta l’ultima salita, circa 400 m di dislivello che guadagniamo senza troppa fatica lungo un bel sentiero panoramico. Qui peraltro troviamo diverse fontane, tutte aperte anche in pieno inverno. La val dei Ratti si spalanca ora in tutto il suo splendore e, superati i 1000 m di quota, cominciamo a calpestare chiazze di neve.
Frasnedo e la val dei Ratti
A Frasnedo, che con i suoi 1287 m è il punto più alto del giro, la neve è tanta, ma ammorbidita dal sole: anche qui i ramponcini rimangono al loro posto nello zainetto.
Attraversiamo il paesino innevato
Superiamo il paesino e, poco oltre, il rifugio Frasnedo, proseguendo in piano e poi in leggera discesa lungo l’ampio sentiero innevato che si inoltra nella val dei Ratti.
Ultimo sguardo sulla val dei Ratti prima della discesa
Troviamo sulla destra le indicazioni per Verceia e cominciamo a scendere verso il torrente che si sente già scrosciare a fondovalle. E finalmente arriva il momento di dare un senso ai ramponcini che ci siamo portati fin qua: il sentiero è tutto in ombra e la neve è ghiacciata, per cui un po’ di grip non guasta.
Attraversiamo il torrente a fondovalle
Attraversiamo il torrente e proseguiamo sull’altra sponda. Ancora qualche centinaio di metri e il sole torna a riscaldarci! La discesa adesso è semplice e rilassante.
La diga in località Casten
Arriviamo in località Casten, attraversiamo la diga e torniamo sui binari del Tracciolino, che seguiamo fino a raggiungere la strada già incrociata prima.
Ultimo tratto di Tracciolino
Affrontiamo ora l’ultima discesa fino a Verceia, seguendo il sentiero, facile e bene indicato, che taglia i tornanti della strada.
La discesa per Verceia
In circa 3 km siamo al parcheggio, pronti per la meritata birretta in riva al lago!
Percorso misto trail + asfalto: Eupilio – ciclabile del Segrino – Canzo – Asso – Colletta dei Corni (878 m) – rifugio S.E.V. (1276 m) – Forcella dei Corni (1298 m) – La Colma (997 m) – Sasso Malascarpa – bocchetta di San Miro – monte Rai (1259 m) – rifugio S.E.C. (1110 m) – monte Cornizzolo (1241 m) – monte Pesora (1190 m) – alpe Carella – Eupilio.
Periodo: Ottobre 2020
Partenza: Eupilio (383 m)
Distanza: 23 km
Dislivello: 1450 m
Acqua: si trovano diverse fontanelle lungo il percorso.
Il meteo non prometteva bene sabato mattina, quando alle prime luci dell’alba ho parcheggiato a Eupilio, davanti al lago del Segrino e all’inizio di via Roma, dove comincia la salita per il Cornizzolo. Nebbiolina, qualche goccia di pioggia, freddo e umido. Così ho optato per un giro facile e veloce, non troppo lungo e con diversi chilometri su asfalto. Davvero alla portata di chiunque abbia i 25 km nelle gambe.
Il lago del Segrino
Ho costeggiato il lago del Segrino lungo la pista ciclo-pedonale, proseguendo poi sulla statale verso Canzo – c’è anche un sentiero che collega i due paesi partendo dal lungolago, ma il fango e la luce ancora scarsa mi hanno fatto optare per la strada asfaltata. Da Canzo si prosegue verso Asso, superando la stazione e continuando sempre lungo la strada principale, ora in leggera salita.
Il fiume Lambro ad Asso
Seguendo le indicazioni per Valbrona, ho superato Asso – dove si trovano un paio di fontanelle – e percorso un tratto di strada, circa 500 m, un po’ pericoloso perché senza marciapiede. Si arriva ben presto a un incrocio dove si svolta tutto a destra e, dopo un altro centinaio di metri, si trova finalmente sulla destra una stradina sterrata in discesa con indicazioni per la Colletta dei Corni e il cartello giallo del Trail dei Corni. Ora è tutto facile: per un po’ basterà seguire i segnavia, attraversando il fiume Foce e cominciando a salire nel bosco verso i Corni di Canzo.
Il bosco in questa stagione è bellissimo, con la nebbia, il foliage autunnale e un tappeto di ricci e castagne. Adoro le prime ore del mattino, quando in giro non c’è davvero nessuno: in questo periodo, tuttavia, il silenzio del bosco è spesso disturbato dagli spari dei cacciatori. Perché qualcuno abbia licenza di sparare negli stessi boschi in cui i bambini raccolgono le castagne non mi è del tutto chiaro, ma tant’è.
Si passa per un tratto lungo il sentiero naturalistico dello Spaccasassi, ma le indicazioni da seguire fino alla Colletta dei Corni sono sempre i cartelli gialli della gara, oltre ai bolli bianco-rossi. Va detto, a onore dei CAI locali, che i sentieri di queste montagne sono sempre in ottime condizioni. Dopo un tratto semipianeggiante tra le betulle e dopo avere superato indenne un capanno di caccia, sono arrivata alla Colletta (878 m) e ho proseguito in direzione S. Miro – Terz’alpe lungo una strada carrozzabile, che ho poi abbandonato per prendere il sentiero in salita in direzione Corni di Canzo. Da qui in poi bisogna smettere di seguire i cartelli gialli, che pure incontreremo di nuovo qua e là lungo il percorso.
Dopo il primo tratto in salita, comincia un piacevole traverso con qualche saliscendi, dove troviamo anche una fontanella. Il sentiero ci deposita infine sulla strada carrozzabile che sale da Valbrona e che conduce al rifugio S.E.V., dove gli alberi si diradano e la vista si apre, spettacolare, sulle Grigne. Finalmente mi trovo al di sopra della nebbia in cui è immersa la pianura!
Le Grigne e il rifugio S.E.V.
Superato il rifugio, si prosegue in salita seguendo le indicazioni, sempre evidenti, verso la Forcella dei Corni. Ho trovato questo tratto particolarmente bagnato e fangoso, ma la vista dei Corni coronati dal bosco in veste autunnale, con lo sfondo del cielo azzurro, ha compensato di gran lunga il disagio di scivolare indietro di un passo per ogni due passi che facevo in avanti.
Corno di Canzo Occidentale
Dalla forcella (1298 m) comincia la ripida discesa – lungo la quale si trova un’altra fontanella – verso la Colma, circa trecento metri più in basso.
La Colma
Si ricomincia a salire verso il Sasso di Malascarpa e, superati gli ultimi alberi, la vista si apre questa volta sul Resegone.
Il Resegone emerge dalle nuvole
Verso destra invece compare, meno gradevole alla vista ma utile per l’orientamento, l’antenna gigante del Sasso di Malascarpa. La si raggiunge dopo un divertente tratto di cresta rocciosa, mai tecnicamente difficile.
L’antenna del Sasso di Malascarpa
Qui si trovano le indicazioni per la bocchetta di S. Miro (30 minuti) e il monte Rai (40 minuti). In realtà, correndo, ci vuole molto meno. Si prosegue dunque lungo la strada carrozzabile che porta al rifugio S.E.C., in leggera discesa, fino a incontrare sulla sinistra nuove indicazioni per S. Miro e Rai. Saliamo dunque e in un attimo arriviamo alla bocchetta. Qui i cartelli sono fin troppi e possono confondere: senza guardarli, basta prendere il sentiero in salita verso destra e ben presto si raggiunge la cima erbosa del monte Rai (1259 m).
Il monte Rai
Finalmente posso godermi la mia parte preferita dei monti lariani: la facile e divertente discesa lungo l’ampia cresta del Rai verso il S.E.C. e il monte Cornizzolo, ben visibile verso destra (a sinistra, con lo sfondo del Resegone, c’è invece il selvaggio Corno Birone, che oggi però ho deciso di saltare).
Il Cornizzolo visto dal monte Rai
Alla fine della discesa si riprende per un breve tratto la strada che proviene dal Sasso di Malascarpa, si arriva alla cappelletta e al rifugio e, da qui, si sale alla croce del Cornizzolo (1241 m). Da qui la vista è davvero a trecentosessanta gradi e nelle giornate limpide spazia fino al monte Rosa.
La croce del Cornizzolo
La cimetta che si intravede oltre il Cornizzolo è il monte Pesora, ed è lì che mi dirigo per concludere il giro in bellezza: dopo una ripida discesa arrivo a una sella, con un tratto semipianeggiante e poi l’ultima salitella della giornata. Dal Pesora, infatti, è tutto in discesa.
La cresta in discesa dal Pesora
Il sentiero scende, sempre seguendo la linea della cresta, fino a incontrare la strada asfaltata che porta a Eupilio. Si possono tagliare alcuni tornanti con ulteriori tratti di sentiero, cosa che io ho fatto fino a quando sono rientrata nel mare di nebbia che ancora ricopriva la pianura: da lì in avanti, per non sbagliare, ho seguito la strada.
Passando per l’alpe Carella e tra un enorme gregge di capre, ho percorso in fretta gli ultimi chilometri e raggiunto l’auto strategicamente posteggiata alla fine della discesa!
Moggio (Loc. Torrente) – sentiero 726 – Piani di Artavaggio (1650 m) – Rifugio Gherardi (1647 m) – Passo Baciamorti (1540 m) – Pizzo Baciamorti (2009 m) – Monte Aralalta – Monte Sodadura (2010 m) – Cima di Piazzo (2059 m) – sentiero 724 – Moggio (Loc. Torrente)
Periodo: Ottobre 2020
Partenza: Moggio Loc. Torrente (890 m)
Distanza: 29 km
Dislivello: 2080 m
Acqua: fontanelle all’inizio del sentiero, ai piani di Artavaggio e sul sentiero 724 al ritorno.
Questo giro ad anello, adatto alle mezze stagioni e alle giornate dal meteo incerto, è tanto semplice quanto panoramico. Percorre lunghe creste erbose e passa per ben tre cime – con relative madonnine – a cavallo tra la Valsassina e le Orobie, in enormi spazi aperti dove la vista può spaziare a trecentosessanta gradi. Lo sconsiglio in piena estate e suggerisco di evitare questa zona nelle ore di punta delle belle giornate, dato che ai piani di Artavaggio arrivano frotte di turisti in funivia; può invece andare bene, con la dovuta attenzione e l’attrezzatura necessaria, quando c’è neve. In autunno le condizioni sono quasi ideali: il solo problema sono i cacciatori – ne ho incontrati a dozzine e per tutta la mattina gli spari hanno riecheggiato nei boschi. (Piccola riflessione: per mesi i runner sono stati messi alla gogna come pericolo pubblico, mentre il fatto che uomini armati di fucile vadano in giro a sparare agli uccelli negli stessi posti in cui la gente va a passeggiare sembra non infastidire nessuno).
Si parcheggia nel punto indicato come Località Torrente: seguendo la strada in discesa che da Moggio va verso la Culmine di San Pietro, a un tornante della strada si trova un grande parcheggio sterrato che può essere completamente pieno o deserto a seconda dell’ora del giorno e del meteo. Io, per sicurezza, cerco sempre di arrivare alle prime luci dell’alba. Il sentiero comincia proprio qui e segue il corso del torrente; ben presto sbuca sulla stradina sterrata che arriva da Moggio paese. Dobbiamo sempre seguire le inequivocabili indicazioni per i Piani di Artavaggio, sentieri n. 726 e 724, che dapprima procedono uniti e poi, a un bivio chiaramente segnalato, si separano.
La sagoma delle Grigne con le prime luci
All’andata ho preso verso destra il 726, dove ai bolli bianco-rossi si aggiungono dei curiosi segnavia fallici che fanno sempre sorridere chi si avventura da queste parti per la prima volta. Si prende quota velocemente, mentre la vista si apre sulle Grigne dietro di noi. Il sentiero è sempre ben segnalato: attenzione a un bivio, dove bisogna mantenere la destra in leggera discesa proseguendo lungo il corso del torrente, mentre un’altra traccia porta verso sinistra. Dopo avere guadagnato 700 metri di dislivello in meno di 4 km, il sentiero finalmente spiana: siamo arrivati ai piani di Artavaggio (1650 m).
La piramide del Sodadura dai piani di Artavaggio
Sbuchiamo su una strada sterrata, da imboccare verso sinistra in leggera salita. Finalmente si può correre un po’! Per chi volesse fare a meno della traccia gpx (che comunque consiglio di utilizzare per questo giro), bisogna continuare in direzione dell’albergo degli sciatori e della chiesetta in legno dal tetto spiovente, alle cui spalle si erge l’inconfondibile piramide del monte Sodadura. Qui troveremo anche una fontana che nelle giornate calde può rivelarsi preziosa. Superata la chiesa, abbandoniamo la strada che sale verso il rifugio Nicola e prendiamo il sentiero/mulattiera in salita verso destra, senza indicazioni di alcun tipo, che passa a destra del Sodadura.
Il sentiero che costeggia il Sodadura
Si tratta di un sentiero generalmente poco battuto (se non dai cacciatori) che a me piace molto: quasi pianeggiante, con qualche saliscendi, è corribile e panoramico. Dopo un paio di chilometri ci troviamo a un bivio: prendiamo la mulattiera in discesa verso destra. Si risale per un pezzo e si sbuca in un bel pianoro con piccoli laghetti e lo sfondo delle Orobie: bisogna proseguire dritto fino al rifugio Gherardi. Non ci sono indicazioni e il sentiero si perde nell’erba, ma aguzzando un po’ la vista si intravede la bandiera del rifugio, che si trova poco più in basso.
Dal Gherardi si prende la strada carrozzabile (non il sentiero!) che porta a Quindicina: proseguiamo velocemente in discesa seguendo questa strada per circa 3 km, perdendo parecchio dislivello. Prima di arrivare a Quindicina, a un tornante della strada, si prende il sentiero che si inoltra nel bosco tutto a sinistra. Utile anche qui la traccia gpx: non ci sono indicazioni. Fate attenzione, questo bosco è particolarmente infestato dai cacciatori.
Il passo Baciamorti
Si prosegue più o meno in piano, poi in leggera salita, fino al passo Baciamorti (1540 m). In questo punto incontriamo il sentiero 101, o sentiero delle Orobie occidentali, che sale da Cassiglio e passa ai piedi delle cime che ci accingiamo a scalare. Questo sentiero è una valida alternativa alle creste, da tenere in considerazione in caso di maltempo, vento o scarsa visibilità.
La cresta per il Baciamorti
Svoltiamo dunque tutto a sinistra e, ignorando il 101 che prosegue a mezzacosta, prendiamo il sentiero in cresta indicato da paletti che ci porterà, con una estenuante ma estremamente panoramica salita, in vetta al Baciamorti (2009 m) e alla prima delle nostre tre madonnine.
Prima madonnina: pizzo Baciamorti (2009 m)
Possiamo adesso goderci una bella cavalcata, sempre in cresta, fino all’Aralalta, antecima del Baciamorti per chi arriva dalla parte opposta, e poi giù lungo il ripido pendio erboso fino a ricongiungerci con il sentiero 101.
Seguiamo il 101 per un paio di chilometri, passando per la bocchetta di Regadur, fino a trovarci sulla sinistra – anche qui, senza indicazioni – il ripido sentiero che ci porterà alla vetta del Sodadura (2010 m) e alla seconda madonnina del nostro giro. Da qui possiamo ammirare tutto il nostro percorso, i sentieri da cui siamo arrivati e quelli ancora davanti a noi.
Seconda madonnina: monte Sodadura (2010 m)
Il Sodadura è generalmente più affollato rispetto al Baciamorti, perché si trova proprio sopra il rifugio Nicola e i piani di Artavaggio, che infatti vediamo ora distintamente ai nostri piedi nella direzione opposta a quella da cui siamo arrivati; la prima montagnetta (un panettone, più che altro) a destra rispetto al Nicola è invece la Cima di Piazzo, nostra prossima meta. Scendiamo dunque in questa direzione, prestando attenzione all’unico tratto un po’ ripido e sdrucciolevole (può dare problemi in caso di neve e ghiaccio), riprendiamo il sentiero 101 e, prima di arrivare al Nicola, lo abbandoniamo per imboccare la traccia che si diparte verso destra. Di nuovo, nessuna indicazione. Troveremo due sentieri: uno passa in cresta e l’altro più in basso. Ho seguito il primo in salita e il secondo in discesa, ma è la stessa cosa.
Terza madonnina: cima di Piazzo (2059 m)
Dalla Cima di Piazzo (2059 m) si apre una vista fantastica sulle vette più alte della Valsassina, tra cui il Legnone e il Pizzo dei Tre Signori, e su tutto l’arco delle Orobie. Dopo la foto di rito alla terza e ultima madonnina, riprendiamo una delle due tracce in discesa e torniamo sul nostro buon sentiero 101, che imbocchiamo verso destra in direzione della bocca di Campelli. Prima di arrivare alla bocchetta, prendiamo il sentiero in discesa che ci riporta nella valle di Artavaggio e ci deposita ben presto su una strada carrozzabile, dove troviamo finalmente delle indicazioni per Moggio, 1h55′ verso sinistra.
In discesa, con lo sfondo del Resegone
Seguiamo questa strada per circa un chilometro, fino a trovare sulla destra un sentiero in discesa per Moggio, con tempi di discesa che chissà perché anziché diminuire aumentano: non fateci caso, ovviamente ci vuole molto meno. Per tornare al parcheggio, dobbiamo seguire le indicazioni per il sentiero 724 (non il 723!) e poi proseguire per Località Torrente (non Moggio paese). Il sentiero 724 ci porterà al bivio incontrato all’inizio del giro e da qui non dovremo fare altro che ripercorrere i nostri passi fino alla macchina.
Carona – Lago Marcio (1.841 m) – Laghi Gemelli (1.968 m) – Lago Colombo (2.046 m) – Passo d’Aviasco (2.289 m) – Valle dei Frati – Lago dei Frati (1.941 m) – Pagliari – Carona
Periodo: Agosto 2020
Partenza: Carona (1.110 m)
Distanza: 18,6 km
Dislivello: 1250 m
Acqua: fontana al rifugio Laghi Gemelli e a Pagliari
Questo giro è piuttosto semplice e veloce, ma decisamente appagante. Si passa per quattro laghi orobici e per la selvaggia Valle dei Frati, dove non è raro incontrare stambecchi e marmotte. La discesa per questa valle è un po’ tecnica, anche se mai esposta o pericolosa; per il resto, si passa solo per semplici sentieri escursionistici.
La partenza è dal lungolago di Carona: scendendo in auto verso la diga si incontrano prima delle strisce bianche, poi i parcheggi a pagamento. Dopo avere parcheggiato si segue di corsa il lungolago e, superato il bar Pineta, si imbocca il noto e frequentatissimo sentiero CAI 211 in salita verso sinistra per il rifugio Laghi Gemelli. In circa 4 km guadagneremo 700 m, arrivando al lago Marcio (1.841 m). Qui si prende a destra il sentiero semi-pianeggiante che costeggia il lago e che ci condurrà con un ultimo strappetto ai laghi Gemelli (1.968 m). Conviene rabboccare le borracce alla fontana davanti al rifugio, perché poi per parecchio tempo non troveremo altra acqua.
Lago Marcio
Attraversiamo la diga e prendiamo a sinistra il facile sentiero che porta al lago successivo, il lago Colombo (2.046 m). Superata anche questa diga, si prosegue in salita seguendo le indicazioni per il Passo d’Aviasco e per il Pizzo del Becco, il primo raggiungibile seguendo il facile sentiero 214 che costeggia il lago Colombo, il secondo invece passando per un canalone segnalato come EE – che poi potrebbe anche essere un EEA, vista la ripida ferrata per arrivare in vetta. Se vi interessa aggiungerlo al giro, tenete conto che è consigliabile almeno il caschetto.
Con il nobile scopo di riportare a casa il fratellino tutto intero, sennò poi chi la sente la mamma, ho optato per il sentiero 214, che costeggia il lago Colombo e sale poi verso il Passo d’Aviasco (2.289 m). Se fino ai Gemelli il percorso è molto battuto, in questo tratto l’affollamento diminuisce e ci si immerge finalmente in una natura incontaminata.
Verso il passo d’Aviasco
Dal passo, si prende il sentiero in discesa verso sinistra e ci si addentra nella Valle dei Frati, il vero obiettivo di questa gita. Il sentiero in alcuni tratti è ripido e sdrucciolevole, in altri è una semplice sequenza di bolli nella pietraia: ma non è mai troppo difficile e soprattutto i tratti più tecnici non sono esposti.
Discesa nella Valle dei Frati
Arrivati all’ultimo laghetto, il Lago dei Frati, lo si costeggia e si comincia poi a scendere nel bosco, fino a raggiungere un bivio: si svolta a sinistra, seguendo senza possibilità d’errore il sentiero 247 per Pagliari (Carona). La discesa adesso è semplice e rilassante. Attraversato il torrente, si passa per il grazioso alpeggio di Pagliari, dove tra l’altro si può fare rifornimento d’acqua, e si prosegue poi in discesa lungo la strada carrozzabile fino a Carona.
Da Pescegallo (1.450 m) all’omonimo lago (1.865 m) – Passo di Verrobbio (2.026 m) – Sentiero 101 o delle Orobie occidentali – Rifugio Benigni (2.222 m) – Bocchetta di Trona (2.224 m) – discesa verso il lago di Trona e ritorno a Pescegallo.
Periodo: Luglio 2019
Partenza: Pescegallo (1.450 m)
Distanza: 21 km
Dislivello: 1450 m
Acqua: qualche ruscello nella prima parte e fontana non potabile al Benigni, meglio portare una scorta abbondante e/o soldi.
Un giro relativamente breve, immediato e semplice da seguire, anche senza la traccia gpx. Il percorso, svolgendosi intorno ai 2000 m di quota, è adatto alla stagione estiva.
Partiamo da Pescegallo (Gerola Alta). La strada a tornanti che arriva da Morbegno termina in un ampio parcheggio, davanti alla seggiovia e a un invitante bar con terrazza. Parcheggiamo il più vicino possibile al bar e torniamo indietro nella direzione da cui siamo arrivati, lasciandoci sulla destra la strada di servizio delle piste da sci e l’albergo Mezzaluna. Subito dopo l’albergo prendiamo la strada asfaltata in salita verso destra. All’angolo troveremo una bella fontana con acqua fresca, perfetta per riempire le borracce prima e dopo il giro.
Seguiamo la strada per circa 300 metri, poi imbocchiamo il sentiero in salita verso destra. Percorriamo senza possibilità d’errore questo sentiero, che dopo un chilometro abbondante, in cui guadagniamo circa 300 m di dislivello, ci deposita sulla strada di servizio già incontrata al parcheggio. La imbocchiamo verso sinistra e la percorriamo fino alla diga del lago di Pescegallo (1.865 m).
Attraversiamo la diga e prendiamo il sentiero verso destra, seguendo le indicazioni per il passo di Verrobbio. Il sentiero, in leggera salita, costeggia dapprima il lago, per poi inerpicarsi su per la montagna.
Attraversiamo una prima bocchetta, più o meno alla stessa altezza del nostro passo, e scolliniamo nella valle accanto. Dopo un tratto di sentiero in discesa, riprendiamo a salire tra roccette e sfasciumi, passando per il laghetto di Verrobbio, fino ad arrivare al passo di Verrobbio (2.026 m).
Da qui ci aspettano 2 km di facile discesa verso Passo San Marco, fino a incrociare il sentiero 101, o sentiero delle Orobie occidentali, che imbocchiamo con una curva a gomito verso destra in direzione del Rifugio Benigni.
Seguiamo questo bellissimo, panoramico sentiero per circa 8 km, con un tratto ancora in discesa e poi ricominciando gradualmente a guadagnare quota con brevi salite alternate a tratti di saliscendi divertenti e veloci.
Il sentiero, sempre chiaramente indicato, prosegue semplice e evidente fino all’ultimo strappo verso il Benigni. Qui si inerpica all’improvviso, trasformandosi in un ripido canalone roccioso – peraltro sempre molto affollato nelle domeniche di bel tempo, in quanto ultimo tratto del percorso che da Ornica porta al rifugio.
Arrivati al Benigni (2.222 m), se vogliamo fare rifornimento d’acqua possiamo utilizzare la fontana del rifugio. Un cartello avverte che si tratta di acqua non potabile ma, quando ci si ritrova – come a me spesso capita – con molta sete e il portafogli 1000 metri più in basso, può comunque tornare utile. Io ne ho approfittato un paio di volte e non ho avuto problemi.
Riprendiamo il sentiero 101 in direzione del rifugio Grassi e proseguiamo per un breve tratto in discesa, poi di nuovo in salita, verso la bocca di Trona (2.024 m). Da qui la vista si apre sulla Val Gerola in tutto il suo splendore, tra laghi, ghiaioni e vette aguzze.
Alla bocchetta abbandoniamo il 101 e prendiamo il sentiero che scende in Val Gerola verso il lago di Trona. Perdiamo rapidamente quota, facendo attenzione a mantenerci sul sentiero che rimane a destra del torrente e in alto sopra il lago – un altro sentiero, ben segnalato e bollato, attraversa il torrente e scende al lago, ma non è quello giusto!
Costeggiando il lago, che vedremo per tutto il tempo in basso a sinistra, e superando il Pizzo di Tronella e il Pizzo del Mezzodì sulla destra, arriviamo finalmente a incrociare il sentiero che collega Pescegallo con la diga del lago di Trona.
Imbocchiamo questo sentiero verso destra e lo percorriamo fino al parcheggio di Pescegallo. Impossibile sbagliare: all’unico bivio, quello per il lago di Pescegallo, manteniamo la sinistra e proseguiamo in discesa nel bosco fino a tornare al punto di partenza.