Valbondione è notoriamente il punto di partenza per due popolarissimi rifugi orobici, il Coca e il Curò, verso cui si dipartono sentieri sempre molto frequentati. Vi sono anche, però, percorsi meno conosciuti e altrettanto interessanti – come il giro ad anello che vi propongo oggi.
La partenza è dal grande parcheggio davanti all’ufficio turistico e al campo sportivo di Valbondione. Attenzione: tutti i parcheggi sono a pagamento – 5 euro per l’intera giornata – con biglietto acquistabile alle macchinette, all’ufficio turistico oppure online (in quest’ultimo caso bisogna stampare l’email di conferma ed esporla nell’auto). Dopo avere parcheggiato, a piedi si risale per un breve tratto lungo via Beltrame, si svolta a destra in via Galizzi e si imbocca poi via Roncaglia, la stradina in salita sulla sinistra. Quando la strada finisce, si prosegue in salita lungo un sentiero che taglia i tornanti della strada e ci porta fino a Lizzola.
Attraversiamo il paese seguendo via San Bernardino. Una fontana permette di fare rifornimento di acqua fresca; sulla sinistra troveremo delle indicazioni per il rifugio Curò, che noi però raggiungeremo passando più in alto per altri sentieri. Ben presto si cominceranno a vedere delle frecce blu, a cui successivamente si aggiungerà il segnavia biancorosso del sentiero 322.
Dopo avere superato Lizzola, la traccia gpx non serve più: basta seguire le indicazioni per Baita di Sasna e Passo Bondione. Dopo una breve salita su stradina carrozzabile si arriva a un tratto pianeggiante e corribile, che segue il corso del torrente Bondione tra alpeggi e pascoli.
Riprendiamo a salire, sempre seguendo il sentiero 322 per Passo Bondione, che qui diventa più accidentato e a tratti mangiato dalla vegetazione. Incroceremo il sentiero 304, indicato anche come Sentiero delle Orobie: è questo, infatti, il tratto della spettacolare traversata delle Orobie orientali (chi fosse interessato troverà qui il giro completo) che collega il rifugio Curò con l’Albani.
Il sentiero si inerpica, permettendoci di guadagnare quota piuttosto rapidamente in un ambiente che diventa sempre più bello e selvaggio. Poco prima di arrivare alla baita di Sasna, bisogna fare attenzione a non perdersi di vista come è successo a noi, perché il sentiero si sdoppia per un tratto abbastanza lungo e si può finire su percorsi diversi. Entrambi, in realtà, portano alla baita di Sasna, ma chi non lo sa rischia di dare il compagno per disperso e tornare indietro a cercarlo!
Superata la baita, si arriva ai laghetti di Sasna e si continua in salita in questa ampia e pittoresca vallata, che con la luce del tardo pomeriggio ci ha offerto degli scorci davvero stupendi.
Si attraversa il torrente e si riprende a salire tra prati e roccette fino a incrociare il sentiero 321, anch’esso bene indicato. Tenendo la destra si prosegue per il Passo Bondione e il rifugio Tagliaferri, mentre noi abbiamo svoltato a sinistra seguendo le indicazioni per il rifugio Curò.
Il piano originale, in realtà, comprendeva anche il Passo Bondione, il Pizzo Tre Confini e il Recastello, ma arrivate al crocevia ci siamo rese conto di essere partite troppo tardi e senza frontale, così abbiamo puntato direttamente al rifugio evitando le due vette, che sono rimaste alte sopra di noi.
Il sentiero che scende per la val Cerviera non presenta particolari difficoltà, ma tenete conto che ci si trova in un ambiente severo di alta montagna: bisogna prestare attenzione a un breve tratto in cresta e a una ripida discesa, oltre che alle condizioni meteo, che possono cambiare velocemente.
Lungo la discesa abbiamo incontrato greggi di pecore, una famigliola di marmotte e, per la prima volta da queste parti, un branco di camosci – di solito da queste parti bazzicano i più socievoli stambecchi. La pendenza diminuisce e il paesaggio si addolcisce man mano che ci si avvicina al fondovalle. Si attraversa in diversi punti il torrente (di cui non conosco e non ho trovato da nessuna parte il nome) che scende con noi dalla val Cerviera per poi gettarsi nel lago artificiale del Barbellino.
Una volta al lago, si prende verso sinistra l’ampia strada carrozzabile che in breve conduce al rifugio Curò – dove consiglio caldamente di fermarsi per cena (a pranzo è molto affollato), per una fetta di torta o una birretta prima di tornare a valle: la gentilezza dei gestori e l’ottimo cibo valgono una sosta prima della discesa!
Tornare a Valbondione è davvero semplice: basta seguire la strada carrozzabile fino in paese.
Anello di due giorni da Chiesa in Valmalenco lungo il percorso della VUT. Primo giorno: sentiero Rusca – Piasci – rifugio Bosio-Galli (2086 m) – laghetti di Sassersa – passo Ventina (2765 m) – rifugi Ventina e Gerli-Porro – Chiareggio – rifugio Longoni (2450 m) – Lago Palù – rifugio Motta. Secondo giorno: Alpe Musella – valle di Scerscen – rifugio Marinelli Bombardieri (2813 m) – rifugio Carate (2636 m) – forcella di Fellaria (2787 m) – rifugio Bignami (2401 m) – Campomoro – rifugio Cristina (2287 m) – Alpe Cavaglia – Caspoggio – Chiesa.
Periodo: Agosto 2020
Partenza: Chiesa in Valmalenco (960 m)
Distanza: 92 km
Dislivello: 5900 m
Acqua: tra fontane, ruscelli e rifugi si trova abbastanza facilmente.
L’alta via della Valmalenco, nota a chiunque pratichi o segua la corsa in montagna per la celebre gara che vi si svolge nel mese di luglio, è un percorso che sarebbe riduttivo definire “bello”: passando per alpeggi bucolici, selvagge pietraie, laghetti alpini, rifugi arroccati in posizioni fantastiche, valli glaciali con scorci su vette innevate e quanto resta dei ghiacciai, a cui le foto davvero non rendono giustizia, non si può fare altro che rallentare il passo e godersi l’incredibile varietà e la struggente bellezza di questi posti. Per fortuna il percorso, per quanto faticoso, è quasi tutto escursionistico e permette spesso di camminare in estasi con il naso per aria!
Il team delle Martas, fedele al principio per cui chi va piano va lontano, ha suddiviso il giro in due tappe: da Chiesa al rifugio Motta (45 km – 3750 m D+) e dal Motta a Chiesa (47 km – 2150 m D+). Procedendo a passo tranquillo ma costante, corricchiando solo in discesa, abbiamo impiegato circa 12 ore per la prima tappa e 11 per la seconda. Diversi tratti semplici e pianeggianti si potrebbero certamente percorrere più in fretta, ma davanti a tali spettacoli della natura vale ben la pena di “perdere tempo” a guardarsi intorno. O almeno questo è ciò che pensiamo noi.
Il team delle Martas
Per chi volesse spezzare il giro in tre tappe più brevi, si può pensare di fermarsi una notte a Chiareggio e un’altra al rifugio Marinelli o al Carate. I punti di appoggio non mancano lungo il percorso, e ovunque troverete persone che conoscono a fondo queste montagne e che sapranno darvi informazioni utili. L’alta via, poi, è davvero ben segnata e la traccia gpx serve a poco – è utile nei pochi tratti fuori dal percorso di gara, quindi all’inizio, alla fine e al Motta, oltre che all’Alpe Musella, quando l’alta via si sdoppia e si rischia di sbagliare strada.
Per quanto riguarda il materiale: il rifugio Motta fornisce lenzuola, asciugamano e bagnoschiuma, per cui abbiamo potuto viaggiare davvero leggere; i bastoncini sono risultati molto utili per affrontare il dislivello del primo giorno; due borracce da mezzo litro a testa sono state sufficienti nonostante il caldo, perché tra fontane e ruscelli l’acqua si trova abbastanza facilmente. Abbiamo portato un paio di ramponcini, che non sono serviti: si tenga presente, però, che a luglio o anche a inizio agosto la situazione neve può essere molto diversa.
Ultima neve verso la bocchetta Fellaria
Abbiamo lasciato la macchina a Chiesa in Valmalenco, davanti al centro sportivo Vassalini. Da qui si percorre la pista ciclabile verso valle fino a intercettare il sentiero Rusca, che segue il corso del torrente Mallero. I primi 4 km sono in leggera discesa e si possono correre senza fatica, guadagnando un po’ di tempo.
Sentiero Rusca
Prima di arrivare a Torre di Santa Maria, si prende il sentiero in salita che attraversa il piccolo abitato di Dosso e taglia poi i tornanti della strada, guadagnando velocemente dislivello. Da qui si trovano i segnali gialli della VUT e i catarifrangenti, visto che il tratto iniziale della gara si corre al buio. Oltre a queste indicazioni, possiamo seguire quelle per il rifugio Bosio (senza tenere conto dei tempi di percorrenza, davvero poco realistici).
Superata l’alpe Son – che si riconosce senza possibilità d’errore per il nome scritto su un cartello in legno – si segue il sentiero in leggera discesa verso sinistra; si attraversa il torrente e si riprende a salire nella pineta, su un sentiero facile e ombreggiato, mai troppo ripido. Si passa poi per Piasci, graziosissimo alpeggio, da attraversare tutto in salita per poi continuare verso destra per il rifugio Bosio.
Piasci
La pendenza diminuisce, mentre il sentiero tra prati e bosco diventa sempre più bello – o almeno così è sembrato a noi. Finalmente si arriva al rifugio: da qui si attraversa il torrente, seguendo il triangolo giallo rovesciato dell’alta via e le indicazioni per Primolo. La prossima tappa è il passo Ventina, ma da qui i cartelli non lo indicano ancora. Proseguiamo su strada carrozzabile e poi su sentiero in discesa, perdendo un po’ di dislivello e superando altri alpeggi. All’alpe Giumellino prendiamo il sentiero in salita a sinistra, seguendo per il passo Ventina, ora indicato.
Verso il passo Ventina
L’ambiente diventa più selvaggio man mano che ci allontaniamo dal bosco per inoltrarci nella pietraia rossa che sovrasta l’alpe Pradaccio e Primolo – entrambi visibili più in basso. Il passo Ventina – che poi sarebbe più accurato definire “i passi Ventina”, al plurale, visto che per ben tre volte si arriva a una bocchetta nella speranza che sia quella definitiva – è il punto più alto del primo giorno, a 2765 m di quota. Vi si arriva dopo una lunga ma divertentissima salita per roccette, passando per i laghi di Sassersa.
Laghetti di SassersaUltima pietraia prima del passo Ventina
Una volta al passo, con la val Sassersa alle spalle, la vista si apre sulla val Ventina. A sinistra, il Pizzo Rachele nasconde il Cassandra, mentre possiamo ammirare il Disgrazia, il Pizzo Ventina e quanto resta dell’omonimo ghiacciaio. Il Disgrazia, in particolare, si vedrà sempre meglio nel corso della ripida discesa verso i rifugi Ventina e Gerli-Porro.
La Val VentinaIl monte Disgrazia
Arrivando ai rifugi, l’impressione è quella (non proprio gradevole) di essere tornati nella civiltà: superando orde di escursionisti lungo la mulattiera in discesa, ben presto arriveremo a Chiareggio. Da qui bisogna imboccare la strada principale verso destra fino al ponte sul torrente Nevasco, al momento aperto solo di giorno e super controllato dopo la recente frana (agosto 2020). Il sentiero per il rifugio Longoni, tappa successiva del giro, è stato distrutto dalla frana nel tratto in cui appunto supera il torrente. Bisogna quindi utilizzare il ponte e, subito dopo, seguire i nastri bianco-rossi in salita nel bosco fino a ricongiungersi al sentiero.
Dopo un tratto di salita nel bosco, il paesaggio torna ad aprirsi tra ampi pascoli, roccette, ruscelli e cascate. La vista sul Digrazia, da qui, è semplicemente spettacolare. Anche se il segnavia da seguire è sempre il triangolo giallo rovesciato dell’alta via, ci troviamo ora sul sentiero Bernina Sud, che seguiremo fino al Longoni e che riprenderemo nella seconda tappa dalla valle di Scerscen.
Vista sul Disgrazia dal sentiero Bernina Sud
Dal rifugio Longoni, arroccato a 2450 m, bisogna seguire per il lago Palù – anche qui, i tempi di percorrenza indicati sono davvero abbondanti. Un primo tratto di discesa su sentiero ci porta a una strada carrozzabile, che va imboccata verso sinistra in leggera salita. Si prosegue più o meno in costa e sempre in costa bisogna rimanere, senza prendere i sentieri in discesa verso l’alpe Entova né quelli in salita verso l’omonima bocchetta. Le indicazioni qui non sono particolarmente accurate.
La strada lascia il posto a una selvaggia pietraia mentre cambiamo versante della montagna. Questa parte dell’alta via è poco battuta e ci costringe a procedere lentamente, ma ormai quasi tutta la salita è alle spalle e bisogna solo scendere fino al lago Palù, che finalmente compare sotto di noi.
Il lago Palù
La VUT passa per il rifugio Palù ed è qui che avremmo pernottato, se non fosse stato chiuso. Su consiglio del rifugista ci siamo rivolte al Motta, che si trova poco più avanti, vicino alle piste da sci. Più che un rifugio, sembra un albergo di quelli di lusso, da sciatori: camera privata con bagno, pulitissima e profumata, e ottima cena alla carta. Il conto, alla fine, non è stato molto più alto di quello di un rifugio con camerata e bagni comuni. Ma la cosa più bella è stata l’accoglienza: tutto il personale del Motta si è fatto in quattro per sistemarci, prepararci la cena, darci informazioni con una gentilezza che, dopo 12 ore in giro per i monti, ci ha riscaldato il cuore quasi quanto la meritatissima birra!
Meritatissima birra al Motta!
Dopo una notte di sonno rigenerante, disturbata solo dalle risa sguaiate di attempati escursionisti che chiaramente non avevano la sveglia alle 6, siamo ripartite per la seconda metà del percorso – consapevoli che il grosso del dislivello era già fatto, ma che la giornata sarebbe stata lunga, se non altro per il chilometraggio. Dal Motta si risale la pista da sci e si scende verso il lago di Campomoro, ben visibile di fronte a noi, fino a incontrare sulla sinistra un sentiero che si addentra nel bosco senza alcuna indicazione se non quella di un percorso per mountain bike. Utile, qui, la traccia gpx, almeno per sapere dove svoltare. Proseguendo lungo questo sentiero, ritroveremo i segnali della VUT: siamo di nuovo sul percorso.
Dopo una bella e facile discesa, il sentiero riprende a salire fino all’alpe Musella e al rifugio Mitta. Da qui, ignorando i cartelli che danno il rifugio Marinelli tutto dritto a 2h30′, dobbiamo prendere il sentiero a sinistra, indicato come variante, per la valle di Scerscen e il rifugio Marinelli (4h40′). Non spaventatevi, anche camminando ci vuole molto meno. Entrambi i sentieri sono segnati come alta via con il triangolo giallo rovesciato, ma per fare il giro completo della VUT bisogna prendere appunto la variante. Attenzione anche a un secondo alpeggio, dove si arriva poco dopo il bivio: il sentiero, un po’ nascosto, prosegue tutto a sinistra dopo avere superato una recinzione.
Ci inoltriamo nella valle di Scerscen
Dopo un tratto nel bosco, ci addentriamo nella bellissima valle di Scerscen, la parte del giro che in assoluto ci è piaciuta di più, anche perché non vi abbiamo incontrato anima viva. Si segue il corso del torrente in un ambiente sempre più selvaggio, che a ogni svolta del sentiero si apre a mostrare una nuova vetta, un nuovo pezzo di ghiacciaio.
Vedretta di ScerscenLa selvaggia valle di Scerscen
Le foto davvero non bastano a descrivere la meraviglia di questa valle, la vista sulle vette innevate e sui ghiacciai di Scerscen, il fragore delle cascate e del torrente che ci ha accompagnato per tutto il tempo. Tra l’altro, siamo tornati sul sentiero Bernina Sud. Cambiamo valle e arriviamo al rifugio Marinelli Bombardieri (2813 m), punto più alto dell’intero percorso. Anche da qui la vista non è male: di fronte, le cime di Musella e l’omonimo laghetto, a sinistra Punta Marinelli (3182 m) e il gruppo del Bernina, a destra la Vedretta di Scerscen Superiore.
Cime e laghetto di MusellaVedretta di Scerscen superiore
Si prosegue ora in discesa verso il rifugio Carate. Abbandonando il sentiero principale, molto frequentato, abbiamo seguito quello più alto e forse un poco più faticoso che passa per il monumento al V Alpini. Da qui, un bel traverso panoramico ci porta proprio sopra il Carate.
Monumento al V alpiniPanoramico traverso prima del Carate
Il tratto Carate – Bignami è altrettanto affollato, soprattutto nel mese di agosto e in questa pazza estate 2020, in cui tutti sono improvvisamente diventati montanari. Rimpiangeremo un po’ la pace e il silenzio della valle di Scerscen, ma l’ambiente anche qui è talmente spettacolare che nemmeno gli schiamazzi di certi escursionisti riescono a intaccarne la bellezza.
Verso la forcella Fellaria
Avvicinandoci alla forcella di Fellaria (2787 m) abbiamo trovato gli ultimi residui di neve – fino a qualche settimana prima di sicuro ce n’era molta di più. Si prosegue in salita per facili e divertenti roccette fino alla bocchetta, da dove si apre una vista spaziale sul ghiacciaio di Fellaria e sul lago sottostante.
Dalla forcella compare il ghiacciaio Fellaria
Comincia ora una lunga discesa, all’inizio piuttosto ripida, poi decisamente facile e corribile, fino al rifugio Bignami.
Ghiacciaio Fellaria
Anche questo rifugio, facilmente raggiungibile da Campomoro, attira frotte di escursionisti: lo abbandoniamo in fretta, prendendo la facile mulattiera in discesa lungo il lago di Gera e attraversando poi la diga per scendere dall’altra parte, sempre su stradina corribile e poi su asfalto, costeggiando il lago di Campomoro. È tristemente ironico osservare dall’alto la foresta di auto parcheggiate a duemila metri di altezza per permettere ai turisti di andare a vedere con poca fatica il ghiacciaio che si sta sciogliendo a causa del cambiamento climatico.
Una volta a Campomoro, si prende il sentiero in salita a sinistra per il rifugio Zoia – che si raggiunge in pochi minuti – e per il rifugio Cristina. Il sentiero, pur non spettacolare come quelli da cui siamo passati finora, è molto grazioso e, tra falesie, boschi e alpeggi, ci porta al Cristina relativamente in fretta.
Si prosegue tra prati e boschi per il Cristina
Le indicazioni da seguire, adesso, sono quelle per l’alpe Cavaglia, che sembra lontanissima e in effetti lo è. Quest’ultima parte del giro è davvero lunga e faticosa, anche se rimane ben poca salita da fare. Dopo tutti questi chilometri, gli ultimi dieci, anche se in discesa, sembrano non finire mai. Dall’alpe Cavaglia si prosegue in direzione Caspoggio, passando per il graziosissimo alpeggio di Pianaccio. Da qui consiglio di seguire la traccia gpx, perché il percorso di gara prosegue verso Lanzada, mentre noi dobbiamo scendere a Caspoggio, altro borgo molto bello e pittoresco, e da qui verso il cimitero, per prendere il sentiero in discesa per Chiesa. Alla fine di questo sentiero sbucheremo sulla ciclabile che ci riporterà all’auto. Dopo questo viaggio, sembra incredibile che l’abbiamo parcheggiata lì solo la mattina precedente!
Carona – Lago Marcio (1.841 m) – Laghi Gemelli (1.968 m) – Lago Colombo (2.046 m) – Passo d’Aviasco (2.289 m) – Valle dei Frati – Lago dei Frati (1.941 m) – Pagliari – Carona
Periodo: Agosto 2020
Partenza: Carona (1.110 m)
Distanza: 18,6 km
Dislivello: 1250 m
Acqua: fontana al rifugio Laghi Gemelli e a Pagliari
Questo giro è piuttosto semplice e veloce, ma decisamente appagante. Si passa per quattro laghi orobici e per la selvaggia Valle dei Frati, dove non è raro incontrare stambecchi e marmotte. La discesa per questa valle è un po’ tecnica, anche se mai esposta o pericolosa; per il resto, si passa solo per semplici sentieri escursionistici.
La partenza è dal lungolago di Carona: scendendo in auto verso la diga si incontrano prima delle strisce bianche, poi i parcheggi a pagamento. Dopo avere parcheggiato si segue di corsa il lungolago e, superato il bar Pineta, si imbocca il noto e frequentatissimo sentiero CAI 211 in salita verso sinistra per il rifugio Laghi Gemelli. In circa 4 km guadagneremo 700 m, arrivando al lago Marcio (1.841 m). Qui si prende a destra il sentiero semi-pianeggiante che costeggia il lago e che ci condurrà con un ultimo strappetto ai laghi Gemelli (1.968 m). Conviene rabboccare le borracce alla fontana davanti al rifugio, perché poi per parecchio tempo non troveremo altra acqua.
Lago Marcio
Attraversiamo la diga e prendiamo a sinistra il facile sentiero che porta al lago successivo, il lago Colombo (2.046 m). Superata anche questa diga, si prosegue in salita seguendo le indicazioni per il Passo d’Aviasco e per il Pizzo del Becco, il primo raggiungibile seguendo il facile sentiero 214 che costeggia il lago Colombo, il secondo invece passando per un canalone segnalato come EE – che poi potrebbe anche essere un EEA, vista la ripida ferrata per arrivare in vetta. Se vi interessa aggiungerlo al giro, tenete conto che è consigliabile almeno il caschetto.
Con il nobile scopo di riportare a casa il fratellino tutto intero, sennò poi chi la sente la mamma, ho optato per il sentiero 214, che costeggia il lago Colombo e sale poi verso il Passo d’Aviasco (2.289 m). Se fino ai Gemelli il percorso è molto battuto, in questo tratto l’affollamento diminuisce e ci si immerge finalmente in una natura incontaminata.
Verso il passo d’Aviasco
Dal passo, si prende il sentiero in discesa verso sinistra e ci si addentra nella Valle dei Frati, il vero obiettivo di questa gita. Il sentiero in alcuni tratti è ripido e sdrucciolevole, in altri è una semplice sequenza di bolli nella pietraia: ma non è mai troppo difficile e soprattutto i tratti più tecnici non sono esposti.
Discesa nella Valle dei Frati
Arrivati all’ultimo laghetto, il Lago dei Frati, lo si costeggia e si comincia poi a scendere nel bosco, fino a raggiungere un bivio: si svolta a sinistra, seguendo senza possibilità d’errore il sentiero 247 per Pagliari (Carona). La discesa adesso è semplice e rilassante. Attraversato il torrente, si passa per il grazioso alpeggio di Pagliari, dove tra l’altro si può fare rifornimento d’acqua, e si prosegue poi in discesa lungo la strada carrozzabile fino a Carona.
Riale – Alpe Bettelmatt (2112 m) – Rifugio Città di Busto (2482 m) – Rifugio 3A (2960 m) – Rifugio Claudio e Bruno (2708 m) – Rifugio Móres (2504 m) – Riale
Periodo: Agosto 2020
Partenza: Riale (1.760 m)
Distanza: 22 km
Dislivello: 1300 m
Acqua: fontane e ruscelli non mancano lungo tutto il percorso.
In fondo al Piemonte, al confine con la Svizzera, lontano dalle rotte più battute dagli escursionisti del weekend, si nasconde la Val Formazza, dove maestose vette innevate si specchiano in laghi azzurro cielo e una rete bene organizzata di sentieri e rifugi permette di immergersi senza troppa fatica in un ambiente davvero selvaggio di alta montagna.
Il giro dei 5 rifugi si può cominciare da Riale, oppure più avanti, dalla diga del lago di Morasco: entrambi i parcheggi sono a pagamento. Chi volesse parcheggiare gratis e aggiungere qualche chilometro al giro può lasciare l’auto più in basso, a località Frua, nell’ampio spiazzo davanti al ristorante Cascata del Toce.
Si parte da 1700 m e l’intero giro si svolge ad alta quota: in estate inoltrata e condizioni meteo perfette, il percorso si può definire relativamente semplice – con la sola eccezione del tratto sul nevaio, indicato come EE. Con meteo incerto o neve abbondante, le difficoltà naturalmente aumenterebbero in modo esponenziale.
Con Ugo e Vincenzo siamo partiti da Riale e, rispetto al giro ufficiale, ci siamo concessi un paio di varianti fuoripista, di cui deve tenere conto chi voglia utilizzare la traccia gpx qui allegata. Il giro è comunque indicato benissimo e si può ripetere tranquillamente anche senza la traccia.
Dal parcheggio di Riale si prosegue lungo la strada asfaltata, pianeggiante per circa un chilometro e mezzo, fino alla base della diga di Morasco; da qui si tiene la destra e si può seguire la strada, ora in salita, o il sentiero che ne taglia i tornanti, fino ad arrivare all’altezza del lago, che va poi costeggiato per un chilometro abbondante. Alla fine del lago troveremo un bivio: a sinistra è indicato il lago dei Sabbioni, da cui arriveremo al ritorno, mentre adesso dobbiamo tenere la destra e proseguire in direzione Alpe Bettelmatt e Passo del Gries.
Uno strappetto ci porta a guadagnare velocemente circa duecento metri di dislivello, poi il sentiero spiana. Arriviamo nella bucolica piana del Bettelmatt, attraversata dal torrente Gries, dove pascolano felici le mucche produttrici del noto formaggio. Ben presto si vedrà sulla sinistra l’Alpe Bettelmatt: è qui che dobbiamo dirigerci, abbandonando il sentiero che prosegue in piano verso Passo del Gries e imboccando quello in salita verso il Rifugio Città di Busto (2482 m).
Come prima, a una ripida salita segue un bel tratto in piano dove possiamo riprendere fiato: superato il rifugio, infatti, si prosegue per circa un chilometro per la piana dei Camosci, fino a incontrare le indicazioni per il Ghiacciaio del Siedel – che purtroppo del ghiacciaio non ha più molto – e per il Rifugio 3A. Questo tratto, come si è detto, è solo per escursionisti esperti.
Dobbiamo risalire il nevaio, le cui condizioni ovviamente vanno valutate di volta in volta con attenzione. Noi abbiamo trovato poca neve non ghiacciata e, se non avessimo seguito le tracce del gatto invece che i bolli del sentiero, non ci sarebbero neanche serviti i ramponcini. Il fuoripista però, come spesso accade, si è rivelato divertente e panoramico.
In un modo o nell’altro siamo riusciti a riguadagnare il sentiero e a raggiungere il Rifugio 3A, posto a quasi tremila metri di altezza con una vista fantastica sul lago dei Sabbioni, su quanto rimane dell’omonimo ghiacciaio e sulle vette innevate che segnano il confine tra Italia e Svizzera.
Una discesa molto semplice e corribile ci porta al rifugio successivo, il Claudio e Bruno (2708 m). Poco prima di arrivarvi si incontra sulla destra un sentiero senza indicazioni che sale per la pietraia: è il sentiero per il Blinnenhorn, che con i suoi 3374 m rappresenta la più alta vetta della Val Formazza e, ci è stato detto al 3A, si raggiunge piuttosto facilmente in questo periodo dell’anno (preso nota per il prossimo giro!).
Dal Rifugio Claudio e Bruno si prosegue sempre in discesa verso la diga, che finalmente raggiungiamo e attraversiamo. Una breve salita ci porterà all’ultimo dei cinque rifugi, il Cesare Mores (2504 m). Da qui, anziché scendere dal sentiero più battuto a fondovalle, siamo rimasti alti seguendo una traccia che di sicuro un tempo doveva essere stata un sentiero, ma che adesso si vede e non si vede. Anche questo fuoripista si è rivelato interessante, perché ci ha portato a scoprire un tunnel misterioso che si inoltra nel cuore della montagna. Ricerche su internet non hanno portato a niente: se qualcuno ne conosce la funzione ce lo faccia sapere, siamo curiosi!
Dopo un’esplorazione superficiali della galleria (non ci siamo spinti troppo in fondo), siamo scesi in qualche modo fino a recuperare il sentiero principale e lo abbiamo seguito fino al lago di Morasco.
Da qui si percorre semplicemente a ritroso il percorso dell’andata fino al parcheggio.
Filorera (Casa della Montagna) – Rifugio Scotti (1465 m) – Rifugio Ponti (2559 m) – Bocchetta Roma (2894 m) – Bivacco Kima (2750 m) – Passo Cameraccio (2950 m) – Bivacco Manzi (2562 m) – Passo Torrone (2518 m) – Rifugio Allievi-Bonacossa (2384 m) – Passo dell’Averta (2551 m) – Passo Qualido (2647 m) – Passo Camerozzo (2765 m) – Rifugio Gianetti (2534 m) – Passo Barbacan (2570 m) – Rifugio Omio (2108 m) – Bagni di Masino – San Martino – Filorera.
Periodo: Luglio 2020
Partenza: Filorera (841 m)
Distanza: 52 km
Dislivello: 4200 m
Acqua: fontana all’Allievi e alla Giannetti, per il resto ci siamo serviti ai ruscelli.
I numeri del Trofeo Kima, una delle più spettacolari skymarathon in Italia, sono impressionanti: 52 km, 4200 m di dislivello positivo e 7 passi ad alta quota, tecnicissimi, da superare in velocità lungo quella meravigliosa alta via che è il Sentiero Roma. Roba da top runner, insomma. Pensare ai tempi non solo di chi vince la gara in sei ore, ma anche di chi la chiude entro le undici ore concesse dal regolamento, mette davvero in soggezione i comuni mortali come me. Mai avrei immaginato di poterlo fare in un giorno solo.
Ma i super soci Meme e Samuel hanno deciso di osare: come avrei potuto tirarmi indietro senza poi passare la giornata a rosicare per non essere lì con loro? La mia idea era di partire con loro e a un certo punto ritirarmi in buon ordine: dall’Allievi scendendo per la val di Zocca, oppure più avanti, dal bivacco Molteni-Valsecchi per la Val del Ferro – le vie di fuga non mancano, in questo giro, e in tutta onestà è stata proprio la possibilità di abbandonare a convincermi a provare. Invece le gambe giravano, i soci mi aspettavano pazientemente e, in qualche modo, abbiamo trovato tutti e tre la motivazione per superare, uno dopo l’altro, i sette temibili passi del Kima e l’infinita discesa per chiudere il giro.
Ecco allora il racconto della nostra impresa, per chi vuole affrontare la stessa sfida e per chi preferisce dividere il percorso in due o più giorni: in entrambi i casi, sarà un viaggio indimenticabile.
Permettetemi innanzitutto di darvi qualche consiglio pratico. Primo, bisogna essere preparati ad affrontare un ambiente estremamente severo di alta montagna: provate magari a percorrere qualche pezzo del Sentiero Roma prima di affrontare il giro completo, in modo da rendervi conto delle difficoltà. Secondo, a meno che siate al tempo stesso alpinisti provetti e runner di livello, considerate dei tempi molto più lunghi di quelli che potreste impiegare, a parità di distanza e dislivello, in una gara trail. Terzo, aspettate che le condizioni meteo siano ideali: sarebbe pericoloso affrontare questo percorso con la pioggia o in condizioni di scarsa visibilità. Un altro fattore da tenere a mente è la neve: nel mese di luglio ce n’è ancora tanta e alcuni nevai permangono in agosto; la parte più alta del giro è anche quella che affronterete per prima, tra la Bocchetta Roma e il Passo Cameraccio, e passando al mattino presto rischiate di trovare neve ghiacciata. I ramponcini, se non proprio indispensabili per chi si sa muovere bene, sono comunque uno strumento fondamentale per superare velocemente e in sicurezza i primi traversi su nevaio. Infine, vi consiglio caldamente di affrontare l’impresa in compagnia di un paio di amici fidati: non solo perché è bello condividere gioie e dolori di questo percorso, ma anche perché è più facile arrivare alla fine con qualcuno accanto che ti incoraggia e ti tira su di morale negli inevitabili momenti di crisi.
In attesa del segnale GPS
La partenza è da Filorera, dal piazzale antistante la Casa della Montagna – dove, se volete, la gentilissima signora Iris vi offrirà una sistemazione per la notte e preziosi consigli sulle condizioni del percorso. Tutto il giro è perfettamente indicato, per cui mi sento di dire che la traccia gpx, che pure allego al post come al solito, in questo caso non serve se non a consumarvi la batteria dell’orologio. Una volta acquisito il segnale gps – operazione che nel nostro caso ha richiesto parecchio tempo – si attraversa il ponte e si parte!
Per i primi 7 km si segue la strada asfaltata che sale per la valle di Predarossa, passando per il Rifugio Scotti. In questo primo tratto si supera una galleria non brevissima, illuminata da una luce temporizzata la cui durata deve però essere stata calcolata sui tempi di Kilian – meglio tenere la frontale a portata di mano, se non la percorrete proprio di corsa. Dopo Sasso Bisolo, troviamo sulla sinistra un sentiero, poco battuto ma bene indicato, che taglia i tornanti e ci porta rapidamente a quota 1980 m, dove finisce la strada e comincia il sentiero per il Rifugio Ponti.
Comincia il sentiero per la Ponti
La vista da qui si apre, regalandoci un piccolo assaggio dello scenario che ci attende poco più in alto. Possiamo goderci un chilometrino di corsa in piano lungo il torrente, prima che il sentiero cominci di nuovo a inerpicarsi verso il Rifugio Ponti (2559 m) e poi ancora più su, sempre più in alto, fino ai 2894 m della Bocchetta Roma.
Verso Bocchetta Roma, il Disgrazia sullo sfondo
Niente male, se si pensa che abbiamo guadagnato in un sol colpo duemila metri di quota. Di fronte a noi troneggia il Disgrazia mentre, più che seguire una traccia, saltelliamo da un blocco di granito all’altro seguendo i bolli, sempre evidenti, del Sentiero Roma fino alla bocchetta omonima, il primo dei sette passi che ci aspettano.
Il sentiero diventa una pietraia
Superata la bocchetta, ci aspetta una discesa vertiginosa, tutt’altro che banale, giù per enormi placche di granito attrezzate con catene. Purtroppo non ho foto per illustrare i punti più verticali: portavo i guanti, avevo le mani occupate con le catene e la testa concentrata sull’obiettivo sopravvivenza. Credetemi, però, se vi dico che scendere dalla Bocchetta Roma al nevaio sottostante, con il vento e la temperatura che può esserci a quella quota alle nove del mattino, può risultare impegnativo anche per i più esperti.
Traverso su neve ghiacciata
Si attraversano ora dei tratti su nevaio, alcuni un po’ delicati a causa della neve ghiacciata. I ramponcini si sono rivelati fondamentali in questa fredda, severa Val Cameraccio. Superiamo il bivacco Kima e proseguiamo in un fantastico anfiteatro di vette aguzze in direzione di quella più aguzza di tutte, il Pizzo Cameraccio.
Verso il passo Cameraccio
Superando o aggirando, a seconda dei casi, qualche altra lingua di neve, ora più morbida perché esposta al sole, arriviamo al Passo Cameraccio, che con i suoi 2950 m è il punto più alto del giro. Anche qui, la discesa è molto ripida e la roccia, forse per la neve, forse per la pioggia del giorno prima, risulta bagnata e scivolosa: dobbiamo calarci facendo affidamento solo sulle catene e sulla forza delle braccia, il che per alcuni (vedi i miei soci) non rappresenta un problema, per altri (vedi me) può risultare impegnativo. Come prima, alla fine delle catene atterriamo su un bel nevaio in discesa.
Samuel arriva sciando in fondo al nevaio
Per fortuna adesso la neve è morbida e ci si può lasciare scivolare verso il basso, chi sciando con qualche tonfo (vedi i miei soci), chi usando direttamente il sedere come slittino (vedi me). Pur con qualche abrasione, siamo arrivati in fondo al nevaio, ritrovandoci in un ambiente fantastico, reso ancora più bello dai famosi “blocchi di ghiaccio che si aggirano” di cui mi aveva parlato la signora Iris, per il divertimento di Samuel e Meme. Una valanga, infatti, si era staccata dalle ripide pareti del Pizzo Cameraccio, dando a questa valle, già imponente, un aspetto più fiabesco del solito.
Blocchi di ghiaccio che si aggirano
Perdiamo ora parecchia quota, passando per il bivacco Manzi e scendendo giù per la Val Torrone. Dopo tanto tempo a spasso su neve e pietraie oltre i 2700 metri, il paesaggio sembra addolcirsi e finalmente possiamo corricchiare su una parvenza di sentiero.
Val Torrone
La discesa dura troppo poco e ben presto si riprende a salire, per arrivare al canalino attrezzato con catene che porta al Passo Torrone (2518 m). La difficoltà non ha niente a che vedere con quella dei due passi precedenti e, in ogni caso, a questa quota sembra tutto più facile. Entriamo ora in un nuovo anfiteatro roccioso, quello della Val di Zocca. Circa duecento metri più in basso vediamo il Rifugio Allievi-Bonacossa, che per noi segna la metà del percorso. Qui facciamo la prima vera pausa, con rifornimento d’acqua alla fontana e di coca cola al rifugio, poi, senza perdere troppo tempo, ripartiamo alla volta del Rifugio Gianetti, che i cartelli danno a 7 ore di cammino.
Verso il passo d’Averta
Superiamo pietraie e roccette attrezzate mentre ci avviciniamo al Passo dell’Averta (2551 m). Per superarlo ci aiutiamo in discesa con delle catene, con qualche passaggio non difficile, ma esposto. Altra valle, altro spettacolare anfiteatro di montagne: ma la stanchezza comincia a farsi sentire mentre di nuovo ci inerpichiamo verso il prossimo passo, il Qualido (2647 m).
Quasi arrivati al passo Qualido
A questo punto siamo a cinque passi su sette. Abbiamo sulle gambe tremila metri di dislivello e dobbiamo farne ancora mille. Abbiamo percorso circa trenta chilometri e sappiamo che ne mancano una ventina. Bene ma non benissimo, come si può dedurre dall’espressione di Meme qui sotto.
Meme pensieroso al passo Qualido
Ci facciamo coraggio e continuiamo in discesa lungo una canale franoso ma fortunatamente breve, trovandoci immersi nel fantastico scenario della Val del Ferro tra rocce, roccette ed enormi placche di granito. Il sentiero qui non esiste, bisogna seguire i bolli dipinti sulle rocce. Vediamo più in basso il bivacco Molteni-Valsecchi (2510 m), che per noi rappresenta l’uscita di emergenza: da qui si potrebbe scendere fino a raggiungere la Val di Mello, San Martino e poi Filorera in tempi relativamente brevi. La tentazione c’è, ma siamo determinati a proseguire.
Val del Ferro
Il prossimo ostacolo da superare è il Passo Camerozzo (2765 m), decisamente più impegnativo dei tre precedenti. Va detto che, seguendo il giro del Kima, ci troviamo ad affrontare la parte difficile di questo passo in salita, non in discesa come per la Bocchetta Roma e il Passo Cameraccio. Dobbiamo comunque mantenere alta la concentrazione per aggirare una lingua di neve e un paio di catene rotte mentre faticosamente ci arrampichiamo verso la bocchetta, che sembra non arrivare mai.
Verso il passo Camerozzo
Invece arriva e, finalmente, davanti a noi si spalanca la Val Porcellizzo in tutta la sua bellezza, con il Rifugio Gianetti ancora lontano, ma perlomeno in vista. Per scendere dobbiamo superare ancora qualche roccetta attrezzata con catene, ma il peggio è passato. Da qui in avanti non saranno tanto le doti alpinistiche a fare la differenza, quanto la resistenza e la resilienza che sapremo trovare dentro di noi.
Val Porcellizzo
Al rifugio ci fermiamo giusto il tempo di rabboccare le borracce e ammirare il Cengalo e il Badile che, nonostante sia ormai sera, sono ancora ben visibili in questa giornata dal meteo semplicemente perfetto. Il prossimo rifugio, l’Omio, è indicato a tre ore e mezza di cammino. Proseguiamo più o meno in piano, attraversando la Val Porcellizzo fino alla salita, l’ultima, per il Passo Barbacan (2570 m).
Verso il passo Barbacan
Il passo, in sé, non è impegnativo: in salita c’è qualche tratto attrezzato con catene, di cui si può anche fare a meno, in discesa invece bisogna fare i conti con un sentiero ripido e scomodo, ma privo di particolari difficoltà. Quando ci è sembrato di avere finalmente raggiunto un terreno facile, poi, abbiamo dovuto fare i conti con un vero e proprio pantano che ha rallentato ulteriormente il nostro passo – soprattutto il mio.
La parte più dura di tutto il giro è stata la discesa, infinita: dal Rifugio Omio ai Bagni di Masino attraverso il bosco, ormai con la frontale accesa; dai Bagni di Masino per circa 7 km lungo la strada fino a San Martino e poi a Filorera. Dando fondo alle ultime energie rimaste e ignorando i dolori ai piedi e alle ginocchia, finalmente abbiamo guadagnato il parcheggio della Casa della Montagna, senza finish line e senza pubblico, è vero, ma con un bel trofeo morale da mettere in bacheca!
Conclusione raggiunta dopo 17 ore (ebbene sì) in giro per i monti: tutto si può fare, a patto di avere gambe allenate, forza di volontà e soprattutto un paio di buoni amici che ti sostengono quando gambe e testa vacillano, aiutandoti a superare i tuoi limiti e a raggiungere un obiettivo altrimenti irrealizzabile.
Ornica – Val Pianella – sentiero 107 – rifugio Benigni (2222 m) – sentiero 101 o delle Orobie occidentali – bocca di Trona (2224 m) – bocchetta d’Inferno (2306 m) – Pizzo dei Tre Signori (2554 m) – discesa dal sentiero 106 per la valle d’Inferno
Il Pizzo dei Tre Signori, che con i suoi 2554 m spicca tra le vette della Valsassina, particolarmente amate da noi milanesi, si può raggiungere anche dalla Val Brembana: non per niente rappresentava, un tempo, lo spartiacque tra lo Stato di Milano e la Repubblica di Venezia.
Questo giro parte da Ornica, piccolo borgo in posizione strategica ai piedi della val Pianella e della valle d’Inferno, attraversato dal torrente Valle d’Inferno. Si supera il centro del paese, seguendo il corso del torrente lungo via Santuario, fino alla zona di parcheggio appena dopo, appunto, il santuario.
Una volta lasciata l’auto, si prosegue a piedi lungo la strada in salita, dove comincia il sentiero 106 per la valle d’Inferno. Il sentiero segue la strada, tagliandone i tornanti, per qualche centinaio di metri: poi l’abbandona per inoltrarsi nella valle d’Inferno lungo l’omonimo torrente. Da qui torneremo alla fine del giro, mentre adesso dobbiamo prendere la strada che svolta tutto a destra, verso la val Pianella e i piani dell’Avaro. La percorriamo per circa un chilometro e mezzo, prima in leggera salita e poi in leggera discesa; dopo avere attraversato il torrente d’Ornica, troveremo le prime indicazioni per il rifugio Benigni e, poco dopo, abbandoneremo la strada per il sentiero 107.
Tutti i sentieri, da queste parti, sono perfettamente segnati, per cui questo giro si può fare in linea teorica senza la traccia gpx. Si tenga conto che i tempi per la salita indicati dai cartelli sono decisamente esagerati: dal parcheggio al rifugio Benigni ho impiegato meno di due ore, a passo tranquillo e perdendo anche un po’ di tempo per guadare il torrente nel punto sbagliato (che cosa non si fa per tornare indietro di venti metri!). Sul sentiero per il Benigni, che pure è uno, si trova ora il segnavia 107, ora il 108, ma per quello che interessa a noi è la stessa cosa.
Cominciamo a guadagnare quota salendo nel bosco, con pendenza costante ma mai eccessiva. Una volta fuori dal bosco, la vista si apre sulla bucolica val Pianella e ci avviciniamo via via al torrente scrosciante – che io ho trovato particolarmente in piena dopo una notte di pioggia torrenziale. Bisogna attraversarlo (mi raccomando, seguendo i segnavia!) perché il sentiero prosegue dall’altra parte, continuando a salire in un anfiteatro di prati verdeggianti e aspre pareti rocciose.
Sulla sinistra si stacca a un certo punto il sentiero 108A, con cui eventualmente si può accorciare il giro per prendere più avanti il sentiero 101 senza passare dal rifugio Benigni; sulla destra, poco oltre, troveremo invece la traccia che porta al passo Salmurano, da cui si passa nella vicina Val Gerola.
Noi seguiamo senza possibilità d’errore le indicazioni per il Benigni e ci arrampichiamo su per un ripido canalone detritico, che dopo la pioggia della notte precedente ho trovato trasformato in un torrente in piena – normalmente non vi scorre che un rigagnolo d’acqua, ma occorre lo stesso prestare attenzione. Usciti dal canale, un ultimo strappetto in salita ci porterà al Benigni (2222 m), che tra i diversi rifugi posti sul sentiero delle Orobie occidentali è forse quello che gode della posizione più invidiabile.
Questo territorio, al confine tra Val Brembana e Valtellina, è di una bellezza selvaggia e incontaminata, dove marmotte e stambecchi la fanno da padroni per gran parte del tempo – solo nei weekend estivi, quando il rifugio attira frotte di escursionisti per pranzo, il silenzio viene spezzato da voci e schiamazzi e gli animali si ritirano in buon ordine, in attesa del lunedì.
Da qui il giro prosegue più o meno in piano, con qualche saliscendi, lungo il sentiero 101, o sentiero delle Orobie occidentali. Lo si prende tornando indietro da dove siamo arrivati e seguendo le indicazioni per la Grassi, il rifugio successivo lungo questa spettacolare alta via.
Il primo tratto, dal rifugio alla bocca di Trona, è relativamente semplice e ci permette di godere del bellissimo paesaggio in cui siamo immersi. Il tratto successivo, dalla bocca di Trona alla bocchetta d’Inferno, soprattutto laddove i segnavia bianco-rossi sono sostituiti da semplici bolli rossi, presenta qualche punto un po’ antipatico: passaggi esposti non attrezzati, su scivolose zolle d’erba senza appigli, possono mettere in difficoltà e risultare pericolosi per chi non si senta completamente sicuro su questo tipo di terreno. Evitare assolutamente in caso di pioggia e di scarsa visibilità!
Questo tratto del sentiero delle Orobie si svolge per la maggior parte sul versante bergamasco ma, in corrispondenza dei passi, la vista si apre dall’altra parte sui laghi della Val Gerola e sulle montagne della Valtellina.
Arrivando dall’alto alla bocchetta d’Inferno, ai piedi del Pizzo dei Tre Signori, vediamo già sotto di noi, verso sinistra, il sentiero 106 che scende nella valle d’Inferno, per il quale torneremo a Ornica. Prima, però, seguiremo i segnavia bianco-giallo-rossi fino in vetta al Pizzo, che si raggiunge da questo lato senza particolari difficoltà se non quelle che può dare la neve, persistente, su questo versante, fino a estate inoltrata. A chi venga prima di luglio consiglio di portare i ramponcini, just in case! Si tratta, a ogni modo, di un itinerario molto battuto, per cui anche sui nevai basta mettere i piedi nelle impronte di chi ci ha preceduto.
Il tratto sommitale fino alla croce di vetta (2554 m) è attrezzato con un paio di catene, utili soprattutto per la discesa.
Il Pizzo dei Tre Signori è forse la montagna più popolare tra milanesi e brianzoli dopo le Grigne, per cui, se non ci siete mai stati, non aspettatevi arrivando in cima di godervi il panorama in silenzio e solitudine. Troverete picnic in corso e maglie stese ad asciugare sulla croce. La vista, in compenso, è bellissima e a trecentosessanta gradi sulla Valsassina, la Valtellina e la Val Brembana.
Scendiamo da dove siamo saliti e torniamo alla bocchetta d’Inferno, dove si prende il sentiero 106 per Ornica. Il sentiero passa ai piedi della Sfinge, imponente monolite di roccia, e prosegue verso valle senza mai essere ripido o tecnico. L’ideale per una discesa rilassante e veloce! Scendendo lungo la Valle d’Inferno incontreremo pascoli, baite e la caratteristica “asinovia”, un percorso pensato per portare i bambini in montagna a dorso d’asino. Si attraversa il torrente Valle d’Inferno su un ponticello di legno, si prosegue lungo la mulattiera e poi per sentiero fino a tornare sul percorso da cui siamo arrivati e, da qui, in pochi minuti siamo al parcheggio.
Da Levanto a Portovenere lungo il sentiero AV5T (alta via delle 5 terre), passando per Punta Mesco, il passo del Termine, il colle del Telegrafo e Campiglia
Periodo: Giugno 2020
Partenza: Levanto
Arrivo: Portovenere
Distanza: 35,5 km
Dislivello: 1650 m
Acqua: hotel a Colla di Gritta (km 10), un paio di bar al colle del Telegrafo (km 27), bar e fontanella a Campiglia (km 30)
L’alta via delle cinque terre (AV5T) è un sentiero ben segnato che da Levanto porta fino a Portovenere, mantenendosi alto sopra i caratteristici borghi di Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola, Riomaggiore. Le parti più belle e caratteristiche, a picco sul mare, sono la prima – da Levanto a Punta Mesco – e l’ultima – da Campiglia a Portovenere. La parte centrale del percorso si svolge invece nell’entroterra, tra una fitta macchia mediterranea e freschi boschi di castagni che nascondono la vista sia del mare sia delle cinque terre.
Si tratta di un sentiero ideale per il trail, con un terreno quasi sempre facile e corribile. Dopo averlo affrontato in piena estate, il mio consiglio è di andarci in pieno inverno! Per quanto lungo, infatti, il percorso è molto veloce e si può fare tranquillamente in poche ore anche quando le giornate sono brevi, con il vantaggio di non avere sempre il sole che picchia e l’acqua razionata.
Il golfo di Levanto
La logistica richiede un minimo di organizzazione. Noi abbiamo parcheggiato alla Spezia, in via del Cappelletto, dove ci sono le ultime strisce bianche prima di entrare in centro. Da lì, una corsetta di due chilometri e mezzo ci ha portato alla stazione, dove abbiamo preso il treno per Levanto. Il percorso parte appunto dalla stazione di Levanto e finisce a Portovenere: da qui, siamo tornate in autobus alla Spezia e un’ultima passeggiata ci ha riportato alla macchina.
Dalla stazione si parte in leggera discesa verso il grazioso centro di Levanto: lo attraversiamo velocemente, risalendo poi verso il castello.
Da Levanto verso Monterosso
Seguiamo il segnavia bianco-rosso (in questo primo tratto il sentiero indicato sui cartelli non è AV5T, ma SVA) in direzione Monterosso e Colla di Gritta, lungo una bella mulattiera che passa tra gli olivi guadagnando quota poco a poco. In diversi punti si incrocia la strada: i segnavia sono abbastanza evidenti, ma consiglio comunque, per evitare dubbi, di scaricare anche la traccia gpx.
Il sentiero passa alto lungo la costa, con scorci meravigliosi sul mare, e di tanto in tanto si inoltra nel bosco, graziandoci con salitelle per lo più all’ombra.
Eremo di Sant’Antonio del Mesco
In meno di 6 km siamo a Punta Mesco, una piccola penisola alla cui estremità troviamo i resti dell’eremo di Sant’Antonio del Mesco. In basso a sinistra si intravede il golfo di Monterosso.
Dall’eremo, dopo una doverosa pausa per le foto, si torna indietro per un tratto e, senza scendere verso Monterosso, si prosegue in leggera salita seguendo le indicazioni per Termine. Godiamoci la vista del mare, perché da qui in poi per parecchi chilometri ci addentreremo nell’entroterra e non vedremo altro che bosco.
Si continua verso l’entroterra
Il sentiero prosegue in una fitta e profumata macchia mediterranea alternando tratti pianeggianti e brevi salite, che sotto il sole di fine giugno risultano comunque abbastanza impegnative. Torniamo in vista di Levanto, poi il sentiero svolta verso destra e passa alto sopra Monterosso, che invece non vedremo più.
Una bella discesa ci porta a Colla di Gritta, dove passa la strada e dove sorge in posizione strategica un albergo-ristorante. A questo punto – km 10 – un rifornimento d’acqua ci avrebbe fatto comodo: l’albergo purtroppo era chiuso, ma abbiamo approfittato di un provvidenziale rubinetto esterno per riempire le borracce.
Si passa ora per un breve tratto sulla strada, per poi riprendere il sentiero seguendo i segnavia. Ci aspetta ora una salita piuttosto faticosa, nell’unico punto in cui abbiamo dovuto farci un po’ largo nella vegetazione tra spine e qualche pianta urticante, che pure non siamo riuscite a identificare. Alla fine della salita si sbuca sulla strada, che va presa verso destra (nonostante un segnavia un po’ ingannevole sulla sinistra). Si prosegue, con qualche saliscendi, lungo un ampio sentiero che ci porterà al passo del Termine.
Da qui in avanti il sentiero è indicato molto chiaramente come AV5T. Una nuova salita ci porta al punto più alto del giro – “alto” si fa per dire, siamo comunque sotto gli 800 m di quota. Si prosegue con saliscendi vari fino al km 22: da qui il percorso sarà prevalentemente in discesa. Particolarmente felice, almeno per noi, è stato l’arrivo al colle del Telegrafo, sopra Riomaggiore, intorno al km 27: qui, infatti, non solo si ricomincia a vedere il mare, ma ci sono anche un paio di bar dove rifocillarsi! Il primo bar compare come un miraggio sbucando sulla strada dal sentiero, mentre il secondo si incontra proseguendo per qualche centinaio di metri lungo l’alta via.
La tappa successiva (km 30) è Campiglia, un grazioso paesino con vista sulle cinque terre. In piazza troveremo una rara nonché utilissima fontanella. Da Campiglia si comincia a intravedere anche La Spezia, ma il nostro percorso prosegue dritto lungo la penisola in fondo alla quale si trova Portovenere.
Questa è in assoluto la parte più bella dell’alta via: il sentiero, quasi sempre in discesa, diventa più tecnico e la vista si apre sul golfo di Portovenere.
Il golfo di Portovenere
Un ultimo tratto di strada e sentiero in leggera salita ci porta sul monte Muzzerone, dove tra l’altro si trova, con vista spaziale e in posizione strategica per escursioni e scalate, il rifugio Muzzerone. Poco più avanti comincia la discesa verso il castello di Portovenere, che dall’alto possiamo ammirare in tutta la sua imponenza.
Una volta in paese, dove i nostri vestiti sporchi e sudati contrastano singolarmente con l’eleganza dei turisti, si possono acquistare alla Proloco i biglietti dell’autobus per La Spezia. Una pucciatina nel mare, birretta e focaccia, e siamo come nuove!
Approfittando di una bella e lunga serata estiva, siamo saliti a Erve in settimana – evitando le folle di gitanti che nel weekend risalgono il torrente e si accalcano alle pozze – e da qui siamo partiti per un giretto panoramico e relativamente veloce: salita al Magnodeno, sentiero attrezzato lungo la cresta della Giumenta in direzione passo del Foo, discesa dal sentiero 11, passando per la sorgente San Carlo e seguendo fino in paese il corso del torrente Gallavesa, le cui acque cristalline si sono rivelate anche utili per una doccetta rinfrescante all’arrivo.
A Erve si segue la strada principale, lungo la quale si trovano diversi parcheggi, tutti ugualmente validi: prima si parcheggia, più lungo sarà il tratto di asfalto alla fine del giro; viceversa, se si lascia l’auto più avanti, il tratto su asfalto sarà un po’ più lungo all’inizio e un po’ più breve alla fine.
Noi, sapendo che avremmo finito con il buio, abbiamo deciso di lasciare l’asfalto alla fine e siamo partiti dal primo parcheggio utile, nella piazzetta Giorgio La Pira, davanti alla chiesa – dove è recentemente arrivato il segnale telefonico e Samuel ha potuto concludere felicemente la confcall con cui ci ha allietato il viaggio.
Samuel conclude la call
Da qui per cominciare il nostro percorso basta attraversare il vicino ponticello e prendere la strada in salita dall’altra parte del torrente. Si segue questa strada per meno di un chilometro, fino a trovare sulla sinistra, subito dopo un tornante, il sentiero per il monte Magnodeno. Le indicazioni sono un po’ sbiadite, ma sempre visibili. Si prosegue ora in ripida salita nel bosco: dall’inizio del sentiero alla croce sono circa due chilometri e mezzo con 600 m di dislivello.
Verso il Magnodeno
A un bivio con indicazioni per un capanno di caccia teniamo la destra. Man mano che si guadagna quota, la vegetazione si dirada e cominciamo a intravedere la cima del Magnodeno, verso sinistra, e sulla destra le creste del Resegone.
Una volta in vetta (1241 m) troveremo un bivacco e, poco più in basso, la croce: da qui si domina tutta Lecco e la vista può spaziare dalla Brianza fin quasi alla Valtellina.
Vista su Lecco dal Magnodeno
Per imboccare la cresta della Giumenta dobbiamo tornare brevemente sui nostri passi e ripassare dal bivacco. Teniamo la sinistra e scendiamo brevemente lungo un ripido sentiero attrezzato con una catena. A un primo bivio teniamo la sinistra e al secondo prendiamo il sentiero in leggera discesa verso destra. Perdiamo un po’ di quota attraversando il bosco fino ad arrivare a una fontanella.
In questo punto si dividono il sentiero 23 (indicato come EEA) e il 24 (escursionistico): entrambi portano al passo del Foo e si ricongiungono un chilometro e mezzo più avanti.
Comincia il sentiero 23
Si tenga presente che il sentiero 23, stando ai cartelli, richiederebbe l’attrezzatura da ferrata, ma per quanto ne so viene comunemente percorso senza – per quanto impegnativo, mi sento di definirlo quantomeno equivalente, se non più semplice, rispetto a tanti sentieri classificati come EE sulle Grigne. In ogni caso, chi vuole evitare di arrampicarsi per vertiginose roccette in cresta può sempre optare per la variante bassa, il sentiero 24 appunto.
La cresta della Giumenta
Il passo del Foo è dato a 1 ora dall’attacco del sentiero. Senza arrivare al passo, noi in circa mezz’ora abbiamo superato la cresta e preso il ripido sentiero in discesa verso destra. A un secondo bivio, ritrovando il sentiero 24, lo abbiamo imboccato verso sinistra, arrivando ben presto a incontrare il sentiero 11 poco più in basso rispetto a Capanna Monza.
A questo punto si prende l’11 verso destra (a meno che siate particolarmente assetati: in questo caso andando a sinistra verso Capanna Monza si arriva in pochi minuti a una fonte) seguendo le indicazioni per Erve. Abbiamo due opzioni: il sentiero classificato come impegnativo che passa più in alto e quello, più semplice e corribile, che si prende tenendo la sinistra al crocefisso e seguendo le indicazioni per la fonte San Carlo.
Noi siamo passati da quest’ultimo, anche per il rifornimento d’acqua alla sorgente. Questo sentiero, come si è detto, segue il corso del torrente fino a Erve. Diventa, nell’ultima parte, una facile mulattiera e prosegue poi come strada asfaltata, da seguire senza possibilità di errore fino al punto in cui abbiamo lasciato l’auto.
Grazie ai soci per avermi aspettato con l’espressione paziente che si vede nel selfie qui sopra, e un doppio grazie a Meme che ha fatto anche il servizio fotografico per Trail Rings!
Un vero e proprio “classico” delle Orobie, questo percorso si fa di solito al contrario – affrontando subito il temibile vertical da Valbondione al rifugio Coca, poi la traversata lungo il sentiero 303 con arrivo al Curò e, infine, la facile discesa lungo la mulattiera per Valbondione. Io ve lo propongo nel senso opposto, con il vantaggio di anticipare al Curò la fiumana di escursionisti che vi si trova nelle belle giornate e di arrivare al Coca, meno frequentato, in tempo per l’ora di pranzo!
Si parte da Valbondione: l’ideale è lasciare l’auto in via Beltrame subito prima del tornante, nel punto in cui comincia il sentiero 301 per il rifugio Coca, in modo da recuperarla comodamente al ritorno. Non sempre è possibile, vista la popolarità di questo posto. In ogni caso ci si può arrangiare parcheggiando un po’ prima o un po’ dopo, dove si riesce. Consiglio comunque di partire di buon mattino per evitare il bagno di folla.
Ci si incammina lungo la strada in leggera salita fino a incontrare sulla destra il sentiero per il rifugio Curò: è difficile sbagliare, i sentieri da queste parti sono indicati molto bene. Ben presto si arriva alla trafficata mulattiera che sale lentamente verso il rifugio. Possiamo tagliare un po’ di tornanti prendendo il ripido sentierino che si stacca sulla sinistra a circa 4 km dalla partenza. Una volta al Curò, dove si arriva dopo circa 1000 m di dislivello, la vista si apre sul lago del Barbellino e sulle spettacolari vette circostanti.
Lago artificiale del Barbellino
Da qui si prende il sentiero 303 per il rifugio Coca. Si tratta di un EE, piuttosto tecnico nella parte alta, da affrontare solo con la dovuta esperienza e con condizioni meteo buone. Il periodo giusto è da giugno a ottobre, quando non c’è neve. Conviene comunque verificare con i rifugisti le condizioni della traversata prima di intraprenderla. Si comincia con un tratto in piano lungo il lago e una breve discesa verso la base della diga – dove non è insolito trovare atletici stambecchi in arrampicata libera.
Stambecchi sulla diga del Barbellino
Seguiamo sempre le indicazioni per il Coca, attraversando il fondovalle e il torrente Valmorta, per poi cominciare la faticosa risalita – in un chilometro e mezzo guadagneremo circa 500 m di quota – che ci porterà alla traversata vera e propria, ai piedi del Pizzo di Coca. Da qui la vista, che pure finora non è stata male, diventa davvero fantastica; dobbiamo però prestare attenzione a dove mettiamo i piedi, perché ora comincia il tratto più tecnico del giro. Un ripido canalino in discesa, pieno di sfasciumi, è attrezzato con catene, mentre in altri punti un po’ esposti o franosi non si può fare altro che procedere con cautela. Dal passo del Corno (2220 m) vedremo finalmente il rifugio Coca, parecchio più in basso.
La traversata verso il Coca
Ancora qualche saliscendi, poi una bella discesa e finalmente arriviamo al ponticello che attraversa il torrente Coca. Il rifugio è poco più sopra e vale davvero la pena di farvi una sosta.
Il torrente Coca
Volendo allungare di poco il giro, si può salire al vicino lago di Coca, sempre debitamente indicato. Altrimenti si riattraversa il ponticello e, senza possibilità d’errore, si prosegue in ripida ma facile discesa lungo il sentiero 301, seguendo le indicazioni per Valbondione. Si attraversa il fiume Serio e si risale alla strada dove si è parcheggiato.
Abbadia Lariana – Rongio lungo il Sentiero del Viandante. Zucco di Manavello (1120 m) – Zucco di Pertusio (1674 m) – rifugio Rosalba (1730 m). Discesa dal sentiero delle Foppe, Piani Resinelli e carrozzabile fino ad Abbadia Lariana.
Periodo: Maggio 2020
Partenza: Abbadia Lariana
Distanza: 20,2 km
Dislivello: 1685 m
Acqua: fontanella a Rongio, poi più niente fino ai Piani Resinelli
Milanesi, vi do una bella notizia: per arrivare alle Grigne, che dalle statistiche risultano essere le nostre montagne preferite, non è necessario salire in massa dai soliti due o tre sentieri dalla Valsassina. Ci sono altre vie di accesso, molto meno frequentate, sul versante sud, quello del lago, per intenderci. Da Rongio, in particolare, si diparte un’infinità di sentieri che attraversano in lungo e in largo queste incredibili montagne, sempre con una vista spettacolare sul lago. Certo si tratta di percorsi lunghi e faticosi, adatti solo a chi è sufficientemente allenato e ha dimestichezza con l’ambiente impervio e selvaggio di questi posti.
Il giro che vi propongo oggi, solo per escursionisti/runner esperti (EE), parte da Abbadia Lariana. Si può lasciare l’auto nel comodo parcheggio in fondo a via per Castello: nel weekend, cercate di non arrivare troppo tardi se volete trovare posto facilmente. Il primo tratto, pianeggiante e corribile, passa per il sentiero del Viandante, un percorso molto bello che da Abbadia porta fino a Colico passando per boschi e paesini, a destra le ripide pareti delle Grigne e a sinistra una vista stupenda sul lago.
Seguiamo le targhette arancione del Viandante (aiutandoci con la traccia gpx, perché non sono sempre evidentissime) per circa 4 km fino a Rongio, dove troveremo anche l’unica fontanella utile. Tra tante indicazioni, quella che ci interessa è per il sentiero n. 13, che comincia come strada asfaltata in salita e si trasformerà poi in mulattiera. Al primo bivio, teniamo la sinistra, anche se lo Zucco di Manavello è dato verso destra. Percorriamo la mulattiera fino a incontrare sulla destra le indicazioni per il Baitello di Manavello, che seguiremo da qui in avanti. La salita fino al Baitello è lunga e faticosa, con una pendenza che a tratti sfiora il 50%. In un chilometro e mezzo guadagniamo circa 600 m di dislivello.
Verso lo zucco di Manavello
Poco prima di arrivare al bivacco, la fatica viene finalmente ripagata da una terrazza con vista spettacolare sulle Grigne e sul lago. Questa vista ci accompagnerà, da qui in avanti, fino al rifugio Rosalba. Superiamo il Baitello e al bivio teniamo la sinistra, continuando lungo il sentiero n. 13 fino al vicino Zucco di Manavello (1112 m). Il sentiero aggira la “cima” vera e propria dello Zucco e prosegue, sempre più scosceso, verso i successivo Zucco di Portorella. Qualche tratto in piano o in discesa permette di tirare il fiato prima dei nuovi strappetti.
Comincia la traversata per il Rosalba
Attenzione, il sentiero diventa ora un EE e richiede un po’ di esperienza. La traccia non è sempre evidente, i bolli sono pochi e sbiaditi, ma ogni tanto un ometto di pietre aiuta a orientarsi. Se non siete sicuri e non vedete bolli, tornate indietro e cercate di capire dove passa il sentiero. Per quanto a volte difficile da vedere, il percorso corretto è segnato, mentre le tracce non segnate possono essere di camosci e non portare da nessuna parte. Meglio non avventurarsi a caso tra le roccette, franano!
Zucco e bocchetta di Portorella
In pochi tratti delle catene aiutano a salire in sicurezza, ma diversi punti sdrucciolevoli non sono attrezzati e richiedono attenzione. Superiamo lo Zucco di Portorella e passiamo ai piedi dello Zucco di Pertusio: qui siamo intorno ai 1600 m, quota che manterremo per un lungo tratto più o meno pianeggiante.
Breve tratto attrezzato prima della bocchetta
A questo punto cambiamo versante e si apre davanti a noi la Grignetta in tutta la sua maestosità. Finalmente si vede anche il rifugio Rosalba!
La Grignetta e il Rosalba
Per arrivare al rifugio percorriamo con attenzione un sentierino strettissimo che taglia il pendio erboso, piuttosto ripido e vertiginoso. Suggerisco di evitare in caso di pioggia, l’erba può diventare pericolosamente scivolosa se bagnata. In prossimità del Rosalba, il sentiero aggira l’ultimo sperone roccioso, passa per un tratto nel bosco e risale poi al rifugio con un ultimo tratto in salita.
L’affollamento che inevitabilmente troveremo sul piazzale davanti al Rosalba contrasta in modo singolare con l’ambiente selvaggio e semideserto che abbiamo attraversato finora.
Discesa dal sentiero delle Foppe
Si scende lungo la più semplice e popolare via di accesso, il sentiero delle Foppe. Volendo, si può utilizzare il parallelo e più diretto sentiero dei Morti, che tuttavia dal mio punto di vista è più interessante in salita. Seguiamo le indicazioni fino ai Piani Resinelli, a circa 1200 m di altezza. Se abbiamo bisogno di rifornimenti, attraversiamo l’enorme parcheggio e saliamo al Forno della Grigna, affezionato punto di appoggio per tutti gli alpinisti e gli escursionisti della zona.
Per scendere, invece, prendiamo come punto di riferimento la chiesetta, che superiamo lasciandocela sulla destra, poi svoltiamo a destra lungo via privata Bodoni.
I Piani Resinelli con la Grignetta sullo sfondo
Da qui proseguiamo lungo la strada, che diventerà poi via Campelli, sempre in discesa con le guglie della Grignetta che ci fanno da sfondo sulla destra. La strada asfaltata diventerà poi una carrozzabile, i cui tornanti qua e là si possono tagliare con tratti di sentiero. All’altezza dei Campelli, dove troviamo tra l’altro una fontana, vedremo le indicazioni per Abbadia Lariana. In ogni caso, su strada o su sentiero, perdiamo rapidamente i quasi 1000 metri che mancano per arrivare all’altezza del lago. Quasi sempre all’ombra, possiamo corricchiare tranquillamente in discesa fino alla macchina.