Conclusa una bella stagione di allenamenti e gare, torno a dedicarmi a quella che in fondo è la mia specialità: l’esplorazione! Era da un po’ che non andavo a caccia di sentieri e finalmente ho avuto l’occasione di provare un nuovo anello vicino a casa. La partenza è da Sirta, sul versante orobico della Valtellina, all’altezza del fiume Adda e del sentiero Valtellina (per trovarlo su Google maps, il paese da cercare è Forcola). Più di una volta, passando di qui per le mie “recovery run” in piano, ho buttato l’occhio a questo bel paesino incastonato tra ripide pareti rocciose, chiedendomi come fossero i sentieri lassù.
Partenza da Sirta (Forcola)
La risposta è che sono fantastici! Una rete di mulattiere in ottime condizioni unisce infatti gli alpeggi di Bures, Sostila e Somvalle e permette di fare un bel giro ad anello passando per la selvaggia val Fabiolo e per la cima poco fantasiosamente nominata Culmine (1302 m), con scorci prima sulla bassa Valtellina con lo sfondo del Legnone, poi sulle cime della Val Masino e infine sulla Val Tartano.
Bures, val Fabiolo
Dopo avere dunque parcheggiato lungo l’Adda, si entra in paese raggiungendo la chiesa, la cui cupola svetta tra le case. Proprio dietro la chiesa comincia la mulattiera. Impossibile sbagliare: trovo subito chiare indicazioni per la val Fabiolo e poi per Bures. Sono le 17,30 passate quando parto e so che mi toccherà scendere al buio, per cui trovo particolarmente rassicuranti i puntuali cartelli e il buono stato dei sentieri.
La mulattiera per Bures
Se avessi uno zaino, mi verrebbe probabilmente la tentazione di fermarmi a far castagne, tante se ne trovano in questa prima parte di bosco. Ma sono uscita in pantaloncini e maglietta, giusto con il telefono e la frontale, e due o tre chili di castagne non saprei proprio dove metterli. Proseguo allora con la mia passeggiata, sempre seguendo le indicazioni per Bures.
Primo ponte – da non attraversare
Il percorso è molto grazioso, con tre ponticelli in pietra e diverse cappellette affrescate. La pendenza non è eccessiva e mi permette in alcuni tratti anche di corricchiare. Supero, senza attraversarlo, un primo ponte e una cappelletta. Seguo il corso del torrente Fabiola, che attraverso in due punti, con il secondo e il terzo ponte, e ben presto arrivo a Bures (630 m).
Arrivo a Bures (630 m)
L’anello vero e proprio comincia da qui: prendo infatti il sentiero 170 a destra, in direzione Sostila, mentre tornerò da quello a sinistra, sempre numerato come 170. La pendenza aumenta un po’ e in poco tempo percorro i 200 m di dislivello che mi separano da Sostila (821 m). Più grande di Bures, questo paesino è davvero graziosissimo!
Sostila (821 m)
Il sentiero prosegue in piano tra le baite; supero una chiesetta e arrivo a un bivio, dove si trova anche una fontana: qui prendo il sentiero in salita verso sinistra. La pendenza aumenta ancora e la vegetazione comincia a cambiare: verso i 1000 m di quota cominciano infatti le betulle. Arrivo in vista del Crap del Mezzodì, altra cimetta sui mille metri, e alla Pciöda Granda, un balcone panoramico con vista sul Legnone.
Selfie alla Pciöda Granda (977 m)
Il sentiero continua a salire con decisione e guadagno rapidamente altri 200 m di dislivello, prima di arrivare a un punto pianeggiante dove posso tirare il fiato. Corricchio in piano per poche centinaia di metri, fino a raggiungere un nuovo bivio. Bisogna prendere qui il sentiero in salita verso sinistra per raggiungere il Culmine, seguendo le indicazioni per una croce che, in realtà, alla fine non ho trovato.
Indicazioni per la croce che non c’è
Percorro dunque questo sentiero in leggera salita, passando per un’area pic-nic con tavoli in legno e persino un chiosco (ovviamente chiuso), e arrivo alla piatta cima del Culmine aspettandomi di vedere la famosa croce come da indicazioni.
Vista sulla Val Masino dal Culmine (1302 m)
La vista sulle cime della Val Masino, con la luce calda del tramonto e il primo foliage d’autunno, è davvero fantastica, ma della croce neanche l’ombra. La cerco un po’, proseguendo nel bosco di felci e betulle, ma niente da fare. Mistero.
Il bosco in cima al Culmine
Torno sui miei passi fino al bivio. Da qui si può scendere per la stessa via di salita, ma naturalmente non è questa una soluzione accettabile per un blog che si chiama “Trail Rings”. Prendo dunque il sentiero verso sinistra che, dopo una discesa abbastanza ripida in un bosco sempre più buio, mi porta in vista di Campo Tartano.
Campo Tartano
Continuo a seguire il sentiero, ora in leggera discesa, fino a Somvalle, paesino che si trova poco più in basso rispetto a Campo Tartano. Questo è l’unico punto in cui non ho trovato indicazioni utili: basta comunque prendere la strada più a sinistra, che diventa poi una carrozzabile in leggera discesa e si trasforma infine in quel sentiero 170 che porta a Bures dalla direzione opposta a quella dell’andata.
Cascata lungo la carrozzabile in discesa
Una cascata è praticamente l’ultima cosa che vedo prima di riaddentrarmi nel bosco e, a questo punto, accendere la frontale: sono le 19,30 e ormai è quasi del tutto buio. Con il crepuscolo, il bosco brulica di animali: una volpe, sorpresa dalla mia presenza, mi sfreccia davanti lungo il sentiero, mentre un gruppo di cerbiatti corre a nascondersi tra gli alberi al mio passaggio.
I cartelli mi aiutano a orientarmi al buio
Seguo senza difficoltà le indicazioni per Bures e, da qui, non mi resta che ripercorrere la mulattiera dell’andata fino a Sirta. Sbucando dal bosco, mi accolgono le luci del paese e lo spettacolo della chiesa illuminata.
Sirta by night
Sono le 20 quando arrivo alla macchina, felice di questo nuovo percorso che di sicuro ripeterò nel corso dell’autunno. Chi volesse farlo in pieno inverno farà bene a portarsi i ramponcini, dato che ci troviamo sul versante orobico che per mesi non riceve un raggio di sole.
È passato quasi un anno dalla prima volta che ho fotografato uno dei cartelli gialli della via dei terrazzamenti, ripromettendomi di cercare poi maggiori informazioni a riguardo. Ho così scoperto questa lunga traversata valtellinese da Tirano a Morbegno, adatta proprio a tutti, che permette di scoprire gli angoli più caratteristici della Valtellina. Se anziché ammazzarvi di corsa preferite passeggiare con calma, il giro può essere diviso in più tappe, diventando un vero tour culturale nonché eno-gastronomico: dopo avere visitato chiesette e castelli, potete provare i pizzoccheri di Teglio, le cantine della Strada del Vino da Chiuro a Sondrio a Berbenno, le mele, la bresaola e il bitto valtellinesi, il miele autoprodotto praticamente in ogni paesino, i piccoli agriturismi a conduzione familiare.
La via dei terrazzamenti
Il percorso coincide per metà con quello del Valtellina Wine Trail, da Tirano a Sondrio, e prosegue poi da qui a Morbegno passando per i meno noti paesi di Berbenno di Valtellina, Buglio in Monte, Ardenno e Dazio. Il periodo ideale è l’autunno, tra ottobre e novembre: in questi mesi i vigneti si tingono di rosso e la temperatura è generalmente più gradevole, considerando che si rimane sempre a bassa quota. Svolgendosi sul lato solivo della Valtellina, la via dei terrazzamenti è in realtà perfetta anche per l’inverno e sconsigliabile in piena estate. A me però serviva un “lungo” di inizio settembre e così, con la super socia Marta che a queste cose non dice mai di no, ho sfidato il caldo e sono andata in esplorazione fuori stagione, con il sole a picco, i campi carichi di mele e l’uva ancora acerba prima della vendemmia. Le mille fontane sparse lungo il percorso rendono comunque il caldo più tollerabile e permettono di correre senza preoccupazioni con una sola flask.
L’uva comincia a maturare nei vigneti
La logistica normalmente è semplice: si lascia l’auto a Morbegno, nel comodo parcheggio di via Martinelli vicino alla stazione, si prende il treno fino a Tirano e si torna a piedi. Ma vuoi non trovare uno sciopero ferroviario proprio la domenica in cui hai in programma il tuo lungo? Abbiamo dunque optato per la poco ecologica soluzione delle due auto: la prima resta a Morbegno, e a questo punto tanto vale lasciarla lungo l’Adda all’altezza del ponte romano, il posto più comodo per il ritorno; la seconda a Tirano, e anche lì se ne può approfittare per “tagliare” qualche centinaio di metri di asfalto parcheggiando in via Italia angolo via Giussani.
La partenza da via Giussani a Tirano
Si parte dunque seguendo i cartelli gialli e il segnavia bianco-rosso in direzione della chiesa. Dalla piazza della chiesa bisogna cercare il piccolo segnavia bianco-rosso su un palo poco visibile, che indica il cammino da seguire oltre una porta ad arco, lungo una stradina lastricata. Si prosegue poi fino al ponte pedonale che attraversa il torrente Poschiavino e, da qui, le indicazioni si vedono meglio.
Ponte sul torrente Poschiavino
Si tenga conto che, nonostante i cartelli, è facile perdere di vista il sentiero tra incroci, tratti su strada e vigneti, per cui la traccia gpx è molto utile. La via dei terrazzamenti può inoltre risultare “dispettosa”, con deviazioni che fanno inutilmente perdere e riguadagnare dislivello: dato che 70 km sono già parecchi, abbiamo cercato di evitare queste deviazioni, per cui risulterà che la traccia gpx si discosta in alcuni punti dal percorso indicato dai cartelli.
Verso il complesso di Santa Perpetua
La prima salita porta al complesso di Santa Perpetua, che domina dall’alto i vigneti e la città di Tirano. Da qui prendiamo la strada in discesa verso sinistra e ci dirigiamo verso Villa di Tirano. Dopo qualche saliscendi, affrontiamo la prima salitona (si fa per dire, essendo un percorso collinare) da Campagna a Teglio, circa 400 m di dislivello.
I tradizionali terrazzamenti valtellinesi
A Teglio raggiungiamo il punto più alto del percorso, piazza Santa Eufemia (851 m). Varrebbe la pena di fare una sosta in questo paese e scoprirne i monumenti, che sembrano molto bene indicati, ma siamo solo al dodicesimo di 70 km e non possiamo permettercelo! Ci limitiamo dunque a riempire le borracce a una fontana e tiriamo dritto in direzione Chiuro.
Località S. Antonio (700 m)
Una comoda e facile discesa, che purtroppo ci tocca interrompere qua e là per motivi di orientamento, ci porta a Chiuro. Qui di nuovo facciamo rifornimento d’acqua – sull’asfalto il caldo è davvero fastidioso – e attraversiamo il torrente Fontana, preparandoci per una nuova salita.
Ponte sul torrente Fontana a Chiuro
Ricominciamo a guadagnare quota, passando sopra Ponte in Valtellina, che vediamo poco più in basso, e mettiamo insieme qualche altro centinaio di metri di dislivello tra mulattiere, strade e sentieri. Il paesaggio agricolo alla lunga è un po’ monotono, ma dalla noia ci distraggono ogni volta una bella chiesetta, un paesino, una fontana d’acqua fresca.
Chiesetta e fontana tra i terrazzamenti
Adesso, più che l’uva, sono le mele a farla da padrone: non avevo ne avevo mai viste così tante tutte insieme! Corriamo tra file di meli dai frutti ora gialli, ora rosso chiaro, ora rosso scuro, dall’aspetto davvero invitante.
Tra i meli
Scendiamo verso Tresivio e torniamo tra le vigne, mentre sullo sfondo compare il pittoresco Castel Grumello. Noi lo abbiamo evitato per non allungare ulteriormente, ma nulla vieta di fare tappa anche qui! Dopo Tresivio passiamo da Poggiridenti – siamo a circa 28 km dalla partenza – e qui incontriamo un simpatico runner con l’inconfondibile maglia del Valtellina Wine Trail.
Balisaggio permanente del Valtellina Wine Trail
Andrea da Sondrio conosce questi sentieri come le sue tasche e ci affidiamo volentieri alla sua guida per qualche chilometro. Superata Montagna in Valtellina, scendiamo fino a incontrare il corso del torrente Mallero, dove inizia la Valmalenco, lo attraversiamo e risaliamo al grazioso borgo di Maioni.
Con Andrea, che ci ha guidato fino a Sondrio
Continuiamo a seguire la via dei terrazzamenti per sentieri e mulattiere, salutando Andrea che deve rientrare a Sondrio. Noi non passiamo dalla città, ma ci manteniamo alte nei vigneti che la sovrastano. Siamo circa a metà percorso e ci aspettano circa 15 km di saliscendi da qui a Berbenno di Valtellina.
Vigneti verso Castione Andevenno
Superiamo Castione Andevenno, anche qui senza entrare in paese, e attraversiamo la pittoresca frazione di Vendolo prima di inoltrarci nei boschi che ancora ci separano da Postalesio e Berbenno. Per chi fosse interessato a un giro di più giorni, a Postalesio si possono visitare le caratteristiche piramidi di terra, facilmente raggiungibili dalla via dei terrazzamenti.
Vendolo (Castione Andevenno)
Purtroppo a questo punto il ginocchio di Marta ci abbandona definitivamente e la mia socia è costretta ad abbandonare l’impresa: si ritira a Berbenno, con 50 km e oltre 2000 m di dislivello all’attivo. Per fortuna qui la aspetta Lucia, local legend nonché mia vicina di casa, che è appena tornata carica di premi (come al solito) dalla Rosetta Skyrace e le darà un passaggio fino a Morbegno. Io pure mi ritirerei volentieri, ma questo lungo mi serve e ho intenzione di finirlo! Proseguo dunque per Regoledo seguendo la via dei terrazzamenti, che però abbandono prima della salita per Monastero: so infatti che qui il sentiero è franato di recente e risulta di difficile percorrenza.
Lascio i terrazzamenti per il sentiero della volpe
Per fortuna da queste parti sono di casa e ho un piano di riserva: prendo il sentiero della volpe in discesa fino a Ere e, da qui, risalgo verso Maroggia intercettando di nuovo la via dei terrazzamenti. Proseguo a colpo sicuro per i miei sentieri fino a Buglio in Monte – attenzione, ci sono diversi punti in cui le indicazioni mancano e senza la traccia gpx è difficile cavarsela – passando per l’agriturismo Luloc, che consiglio a chi si voglia fermare da queste parti. Da Buglio in Monte si continua a guadagnare quota prima su strada e poi su sentiero, ora con indicazioni più chiare, fino a incrociare una strada con galleria a quota 700 m circa. Finisce qui la penultima salitona del percorso: si svolta a sinistra e comincia la discesa.
Gaggio
A Gaggio, altro grazioso borgo che meriterebbe una sosta, si lascia la strada e si prosegue su mulattiera, sempre seguendo il segnavia bianco-rosso e i cartelli gialli dei terrazzamenti. Anche qui, può darsi che l’orientamento non sia proprio facilissimo per chi venga per la prima volta. Io per fortuna conosco questa discesa a memoria e non devo perdere tempo a cercare la strada.
Ardenno e la Colmen
Perdo quota, sempre seguendo la ripida mulattiera che taglia i tornanti della strada, e ben presto arrivo in vista di Ardenno. La montagnetta di neanche 1000 m che si vede sullo sfondo è la Culmine di Dazio, Colmen per gli amici, ed è l’ultimo ostacolo che ancora mi separa da Morbegno. Senza salire in vetta (per fortuna!) la via dei terrazzamenti passa a destra di questa montagnetta, per il paese di Dazio, seguendo per un tratto il percorso del Colmen trail. Ad Ardenno, finita la discesa, mi aspetta non la salita, ma un chilometro e mezzo in falsopiano, che è anche peggio! Mi impongo di correre, anche se a passo di bradipo, per tutta la strada che attraversa Ardenno fino al ponte sospeso sul torrente Masino.
Ponte sul torrente Masino
Eh sì, qui comincia la Val Masino! Attraversato il torrente, prendo la mulattiera in salita verso destra e comincio l’ultimo tratto del percorso: in tutto mi mancano circa 300 m di dislivello, ma almeno qui la strada è abbastanza ripida da camminare con la coscienza a posto. Molto peggio sarà la strada di Dazio, di nuovo un falsopiano corribile – dopo 60 km il concetto di “corribile” si rimette in discussione!
Le indicazioni verso Dazio sono chiarissime
Nel bosco mi oriento facilmente con i cartelli gialli e raggiungo Dazio; da qui proseguo verso Cerido prima in salita, poi finalmente con una lunga discesa su mulattiera. È quasi con commozione che vedo infine la chiesa di Santa Croce comparirmi davanti!
Santa Croce
Da qui si prende il sentiero in discesa e, tagliando i tornanti della strada, si perde quota fino all’Adda, arrivando al ponte romano a cui accennavo all’inizio del post. Nel mio caso, la fortuna ha voluto che Marta recuperasse l’auto e mi venisse incontro, risparmiandomi un paio di antipatici chilometri su asfalto! Bilancio della giornata: una gran faticaccia, soprattutto per il caldo, ma tutto sommato uscita produttiva come chilometraggio. Tempi di percorrenza: 10 ore in tutto, di cui circa 9 ore e mezza effettive. Consigliatissimo, meglio se tra un mesetto.
Periplo del Monte del Forno tra Valmalenco e Engadina: Chiareggio – Alpe Vazzeda – Passo Forno (2775 m) – Capanna Forno – Passo del Muretto (2555 m) – Alpe dell’Oro – Chiareggio.
Ecco un percorso di alta montagna relativamente semplice, ma davvero bello e di grande impatto: si supera il confine svizzero tra cime aguzze di oltre tremila metri, seguendo a ritroso il percorso dove nel 1944 l’alpinista e partigiano Ettore Castiglioni perse la vita nel tentativo di rientrare in Italia da Maloja, e si può ammirare quanto rimane del ghiacciaio del Forno, uno spettacolo sempre suggestivo. Quando dico che il percorso è “semplice” intendo un EE privo di grandi difficoltà, solo con pietraie e tratti di sentiero stretto, ripido e un po’ esposto. Naturalmente, viste le quote, la difficoltà aumenta in modo esponenziale in caso di maltempo e neve, e richiede in ogni caso una certa dimestichezza con un ambiente severo di alta montagna.
Tra Italia e Svizzera
L’idea è nata la scorsa settimana, dopo l’ennesimo giro con Marta nell’amata Valmalenco: visto che siete sempre da quelle parti, ci ha scritto un’amica della mia socia, dovreste provare a scavallare in Engadina. Detto, fatto. Vedo che da Chiareggio ci sono due passi per l’Engadina: il passo Forno, piuttosto alto con i suoi 2775 m, e il più tranquillo passo del Muretto, a 2555 m. Purtroppo Marta lavora, ma lancio l’idea a Meme che, dopo essere stato tranquillizzato circa l’orario di partenza, accetta di accompagnarmi nell’esplorazione.
Meme in esplorazione
Si parte dunque da Chiareggio (accesso con ticket, acquistabile alle macchinette ma anche con Easypark): l’auto va lasciata al pian del Lupo, nell’ampio parcheggio lungo il fiume che si trova alla fine del paese. Si vedranno indicazioni per i vari rifugi della zona, tra cui vanno seguite quelle per il Tartaglione Crispo – facile meta per famiglie – e per il Del Grande Camerini – passeggiata più impegnativa. La partenza è in piano, lungo il corso del torrente.
Partenza in piano lungo il fiume
Dopo poco più di un chilometro si abbandona il sentiero principale seguendo le indicazioni per il rifugio Del Grande Camerini e per il passo Forno, dato a 4 ore di cammino. Noi in tutto abbiamo impiegato meno di due ore dal parcheggio al passo, di buon passo ma senza ammazzarci. La salita dal bivio in avanti diventa più decisa, ma sempre gradevole, con qualche tratto pianeggiante qua e là per tirare il fiato e ammirare il paesaggio.
Ben presto raggiungiamo l’alpe Vazzeda inferiore e senza possibilità d’errore continuiamo a salire seguendo le puntuali indicazioni per il passo Forno, i segni gialli dell’alta via, i bolli bianco-rossi e adesso anche dei nuovi bolli bianco-azzurri – che, scopriremo poi, indicano la traversata alta dal passo Forno al passo del Muretto.
I tre segnavia non lasciano margine d’errore
Superiamo anche l’alpe Vazzeda superiore e il bivio con il sentiero che porta, verso sinistra, al rifugio Del Grande Camerini e proseguiamo in salita verso la nostra bocchetta. L’ambiente diventa sempre più bello via via che guadagniamo quota: il gruppo roccioso alla nostra destra è il Monte Forno, mentre le vette che vediamo a sinistra dovrebbero essere le cime Vezzeda e di Val Bona. Metto qui sotto un paio di foto, così se qualcuno le riconosce mi può confermare o correggere!
Questa potrebbe essere la Cima VezzedaE questa la Cima di Val Bona (?)
Altre indicazioni incontrate più in alto mi portano a pensare che la rete di sentieri in questa zona sia più ampia del previsto e che, se i percorsi sono sempre così ben segnati, le possibilità di traversate e nuovi giri ad anello siano tantissime. Per il momento ci atteniamo però all’itinerario stabilito e proseguiamo verso la bocchetta, su un terreno che diventa sempre più una pietraia e con un’ultima lingua di neve (naturalmente Meme sente la necessità di passare proprio da lì).
Verso il passo Forno (2775 m)
La bocchetta segna anche il confine di Stato. Da qui sono indicati da una parte Capanna Forno, prossima tappa del giro, che viene data a mezz’ora di cammino sul versante elvetico (segnavia bianco-rosso); dall’altra il passo del Muretto, a due ore di cammino, sul versante italiano ai piedi del Monte del Forno (segnavia bianco-azzurro).
Inizio della traversata per il passo del Muretto
Non conoscendo la difficoltà di questo secondo percorso, ma ben conoscendo il costo dell’elisoccorso svizzero, costringo Meme, già partito lungo la traversata per il passo del Muretto come un bambino al parco giochi, a tornare indietro e a scendere verso Capanna Forno, come da programma.
Brontolando, Meme inizia la discesa
Perdiamo un centinaio di metri di quota nella pietraia, lungo un percorso sdrucciolevole ma non difficile, e arriviamo in vista del rifugio.
Capanna Forno
A sinistra, superando il Monte Rosso, compare il ghiacciaio del Forno.
Il ghiacciaio del Forno
Senza scendere fino al rifugio, seguiamo le indicazioni a destra per Maloja: un lungo traverso con qualche saliscendi, tecnico ma non particolarmente difficile, ci porterà verso il passo del Muretto aggirando il Monte del Forno e i pizzi dei Rossi sul lato elvetico. Approfittiamo di un tubo da cui esce un filo d’acqua per riempire le borracce prima di proseguire.
Rifornimento d’acqua al bivio per Maloja
Lo scenario in questa prima parte del traverso è spettacolare, e lo diventa ancora di più quando raggiungiamo un laghetto alpino ai piedi del Monte del Forno.
Laghetto ai piedi del Monte del Forno
Il sentiero si snoda per lo più su pietraia sempre sui 2600-2700 m di quota, per poi scendere in direzione Maloja fino a circa 2300 m. La discesa è piuttosto ripida e sdrucciolevole e, solo in questa parte, abbiamo avuto qualche difficoltà a trovare i bolli.
Maloja a fondovalle
Attraversato un torrentello, la traccia curva verso destra e ci addentriamo in un pianoro con un paio di laghetti. In fondo si vede il passo del Muretto, che più che un muretto sembra una muraglia.
In fondo al pianoro si vede il passo del Muretto
La salita è ripida, soprattutto nell’ultimo tratto prima della bocchetta, ma sono gli ultimi 250 m di dislivello: dal passo ci aspetta solo una lunga discesa, tra l’altro su un terreno molto facile. Scopriamo infatti che il passo del Muretto è il punto di arrivo del sentiero Rusca, che va da Sondrio a Chiareggio lungo il corso del torrente Mallero e sale infine fin quassù.
Sentiero Rusca, monte Disgrazia sullo sfondo
Scendiamo dunque lungo questo sentiero, facile e corribile, passando per l’alpe dell’Oro (circa 4 km dal passo del Muretto) e arrivando ben presto al parcheggio al pian del Lupo (3 km dall’alpe dell’Oro). In tutto circa 5 ore effettive, 5 ore e mezza comprese le pause.
San Giuseppe – Alpe Lagazzuolo (1974 m) – Bocchel del Cane (2551 m) – Lago Pirola (2300 m) – Chiareggio – Alpe Fora – Rifugio Longoni (2450 m) – Forcella d’Entova (2831 m) – Vallone di Scerscen – Alpe Musella – Lago Palù (1925 m) – San Giuseppe.
Saremo noiose e abitudinarie, ma in un modo o nell’altro torniamo sempre qui. Ufficialmente il posto “prefe” delle Martas, anche questa volta la Valmalenco non ci ha deluso!
Il team Martas alla bocchetta d’Entova
Questo giro, lunghetto e impegnativo, eventualmente divisibile in due giorni con pernottamento al Longoni, ci ha dato così tante soddisfazioni che a malapena abbiamo sentito la fatica. Per quanto riguarda le difficoltà tecniche, si tenga conto di un terreno generalmente poco corribile, con lunghi tratti su pietraia, e di un sentiero un po’ ostico tra il rifugio Longoni e la bocchetta d’Entova (indicato come EEA, sicuramente EE impegnativo). La parte più difficile si può evitare utilizzando il sentiero che dal Longoni scende per un tratto verso l’alpe Entova e risale poi verso la bocchetta d’Entova passando per il lago della Balena. Non avendolo provato, non so descrivere la difficoltà di questo percorso alternativo: se serve, consiglio di chiedere al rifugio.
Il terreno è quasi sempre tecnico
Per quanto riguarda la logistica, noi abbiamo parcheggiato a caso nel primo posto trovato entrando a San Giuseppe. Con il senno di poi, consiglio invece di lasciare l’auto nell’ampio piazzale davanti all’albergo Sasso Nero: eviterete un mezzo chilometro di strada all’andata e mi ringrazierete della dritta alla fine del giro. Il primo sentiero da cercare è quello per l’alpe Lagazzuolo (n. 321): si scende fino al torrente Mallero, lo si attraversa e subito comincia la prima ripida salita.
Il lago Lagazzuolo
In questo giro abbiamo potuto apprezzare tutti i colori della Valmalenco e il primo è stato l’azzurro smeraldo del lago Lagazzuolo. Si arriva all’alpe Lagazzuolo e al bivacco degli Alpini (attualmente chiuso) dopo circa 500 m di dislivello e, poco dopo, si raggiunge il laghetto. Da qui il bosco si dirada e il sentiero, da escursionistico, diventa una pietraia.
Salita verso la bocchetta del Cane
Altri 500 m di dislivello ci separano dal Bocchel del Cane e l’ambiente diventa sempre più fiabesco via via che si guadagna quota. Riusciamo a seguire i bolli con facilità, ma l’ambiente è severo e questa salita è assolutamente sconsigliata in caso di maltempo e di neve.
Salendo si vede anche il laghetto Lagüsc
La salita è sempre più ripida e finalmente arriviamo alla bocchetta (2551 m), da dove la vista si spalanca su un’enorme pietraia rossa e sul lago Pirola, prossima tappa. Scendiamo con attenzione tra le rocce, inizialmente seguendo i bolli, poi tenendoci alte sulla sinistra per evitare le ultime lingue di neve.
Primo tratto di discesa dal Bocchel del Cane
Il “sentiero” svolta ora verso sinistra, aggirando la Punta Rosalba. La pendenza diminuisce e, superando questo severo torrione, compare di fronte a noi il monte Disgrazia.
Compare il monte Disgrazia
Si prosegue su pietraia, ora quasi in piano, fino incontrare un bivio. O meglio un punto in cui il sentiero sembrerebbe svoltare tutto a sinistra, verso il ghiacciaio Ventina e il Disgrazia, ma dove noi sappiamo di dover andare proprio dalla parte opposta: a destra, verso il lago Pirola. Per qualche centinaio di metri seguiamo semplicemente la traccia gpx, poi finalmente ritroviamo i bolli: il sentiero c’è e da qui in poi è anche ben segnato.
Lago Pirola, ghiacciaio Ventina e Disgrazia
Percorriamo il perimetro di questo splendido lago artificiale, con scorci spettacolari sul ghiacciaio Ventina e il monte Disgrazia, la cui cima rimane purtroppo avvolta dalle nuvole. A un breve tratto di salita segue una lunga discesa, che proseguirà fino a Chiareggio.
Ricomincia la discesa
Dall’alpe Pirola ci sono due opzioni per Chiareggio: noi prendiamo il sentiero a destra, un po’ più ripido e meno corribile rispetto a quello che passa per i rifugi, ma più veloce e meno affollato. Ben presto siamo a Chiareggio: attraversiamo il torrente, facciamo un rifornimento d’acqua alla fontana e proseguiamo verso destra lungo la strada. Dopo il parcheggio, troviamo sulla sinistra le indicazioni per l’alpe Fora e il rifugio Longoni: siamo ora su un terreno che conosciamo bene, l’alta via della Valmalenco, indicata da un triangolo giallo rovesciato.
Il pianoro tra alpe Fora e rifugio Longoni
Dopo una piacevole salita tra i pini, ri-superiamo la linea del bosco e ci troviamo all’alpe Fora. Da qui al rifugio Longoni si attraversa un bellissimo pianoro verdeggiante, dove le mucche pascolano beatamente tra ampi prati, cascate e rocce dalle forme più fantasiose. A destra, oltre la valle di Chiareggio, si vede di nuovo il Disgrazia, mentre le altissime montagne alla nostra sinistra sono il gruppo del Bernina.
Arrivo al rifugio Longoni
Al rifugio Longoni (2450 m) abbiamo percorso 2000 m di dislivello e ce ne mancano altri 1000. Come distanza siamo invece a meno di metà, circa 15 km. Da qui, seguendo le indicazioni per la forcella di Entova, attacchiamo il tratto più difficile del percorso.
Comincia la salita verso la forcella di Entova
I bolli sono più rari e sbiaditi rispetto ai tratti più frequentati dell’alta via, ma riusciamo sempre a seguirli senza problemi. L’intero percorso è pulito, come probabilmente lo si trova per non più di un paio di mesi all’anno. Consiglio sempre di fare una telefonata al rifugio per avere informazioni aggiornate sulla situazione neve, prima di avventurarsi da queste parti: in caso di nevai anche piccoli le difficoltà possono aumentare in modo esponenziale.
Breve tratto attrezzato
Superiamo una placchetta con l’aiuto della catena, proseguendo poi lungo un traverso a tratti un po’ esposto, con un sentierino stretto stretto dove è necessario procedere piano e con cautela. L’ambiente è spettacolare, davvero selvaggio. Nonostante il tempo non bellissimo, incontriamo qualche escursionista, per quanto naturalmente non sia un percorso frequentato dalle masse. Raggiungiamo infine una casetta abbandonata e una vecchia pista carrozzabile, risalenti ai tempi in cui si veniva qui a sciare – guardando in alto, si vede anche l’ex rifugio, ormai dismesso – e troviamo qui le indicazioni per San Giuseppe (utili in caso di necessità per accorciare il giro) oltre a quelle che ci interessano per la bocchetta di Entova.
Lago della Balena
Costeggiamo il piccolo lago della Balena continuando a salire su pietraia. Il percorso è lento, anche perché i bolli per orientarsi sono sempre più rari, ma privo di particolari insidie e comunque più semplice del traverso affrontato precedentemente.
Panorama dalla bocchetta di Entova
Raggiugiamo finalmente la bocchetta, che con i suoi 2831 m è il punto più alto del nostro giro. La vista da qui è semplicemente spettacolare. Sulla destra vediamo la caratteristica cima del Sasso Nero, indicata da una scritta gialla.
Il Sasso Nero
Cominciamo a scendere ora, sempre seguendo i bolli in modo più o meno ligio, verso il vallone di Scerscen. In alcuni punti conviene rimanere a fondovalle, mentre i bolli si trovano più in alto – forse per essere visibile in caso di neve. Il nostro sentiero è quello del Bernina Sud, ma ci sono anche altre tracce e bolli che non vanno seguiti.
Attenzione in particolare a non seguire le frecce per i Sassi Bianchi, una strana e fantastica formazione rocciosa che si staglia in fondo alla valle e che ricorda un ghiacciaio. Il ghiacciaio in realtà c’è, ma è più lontano: in fondo, dietro ai Sassi Bianchi, si vede infatti la Vedretta di Scerscen.
I Sassi Bianchi e la vedretta di Scerscen
Tutto il giro fin qui è stato bello, ma questa parte è in assoluto la migliore. Proseguiamo a bocca aperta fino a fondovalle, dove il sentiero fa una curva a U e troviamo le indicazioni per l’alpe Musella, prossima tappa.
Nel vallone di Scerscen
Si prosegue ora su facile sentiero e con pendenza minima nel vallone di Scerscen, che non è una valle ma proprio un vallone. Seguiamo sempre i bolli bianco-rossi e il triangolo giallo rovesciato dell’alta via, lungo il corso del torrente che sentiamo scrosciare poco più in basso e passando sotto strane formazioni rocciose, questa volta di colore scuro.
Strane formazioni di roccia scura
Attraversato il torrente, seguiamo il sentiero nel bosco che, con qualche saliscendi, ci porta all’alpe Musella. Da qui si svolta a destra (il sentiero che prosegue dritto lungo il corso del torrente è quello per Campo Moro, direzione sbagliata!) e si scende ancora per un tratto fino all’ampio pianoro attraversato da varie ramificazioni del torrente Scerscen.
Il pianoro del torrente Scerscen
Superati alcuni ponti, si troveranno le indicazioni per il lago Palù, ultima tappa del nostro giro. Il sentiero è più o meno pianeggiante per circa un chilometro, fino al bivio dove si svolta tutto a destra e si imbocca l’ultima salita per il lago Palù. Il segnavia è sempre il triangolo giallo e le indicazioni sono puntuali e precise. Da qui al lago mancano circa 300 m di dislivello. Se passando sotto le piste da sci vi sembra di trovarvi in un brutto posto, aspettate di arrivare in vista del lago con la luce calda del tardo pomeriggio!
Il lago Palù
Dal punto in cui si vede il lago è tutta discesa, ripida all’inizio e poi via via sempre più facile e corribile. Si passa dal rifugio Palù e si seguono le indicazioni per San Giuseppe lungo una strada sterrata in discesa. Finiamo infine sulla strada asfaltata e da qui ignoriamo un ultimo sentiero per San Giuseppe, proseguendo sempre su strada fino al punto in cui abbiamo parcheggiato. Circa 10 ore e mezza per un giro davvero spettacolare!
Un bellissimo “lungo” ad alta quota tra vette maestose, nevai, cascate e laghetti alpini.
Chiesa in Valmalenco – Alpe Cavaglia – Alpe Prabello (2225 m) – Passo di Campagneda (2615 m) – Val Poschiavina – Alpe Gembré – Rifugio Bignami (2401 m) – Diga di Campo Moro – Alpe Musella (2021 m) – Alpe Campascio (1844 m) – Dosso dei Vetti – Cima Sassa (1721 m) – Ponte – Chiesa in Valmalenco
Periodo: Luglio 2021
Partenza: Chiesa in Valmalenco (960 m)
Distanza: 48,5 km
Dislivello: 2750 m
Acqua: si trovano fontane a tutti gli alpeggi, oltre a numerosi ruscelli
Quando penso a un luuungo giro estivo, il primo posto che mi viene in mente è la Valmalenco, con la sua fantastica alta via che a ogni svolta del sentiero offre un nuovo scorcio più bello del precedente – e dove tra poco si svolgerà la famosa VUT. Lo scorso anno con Marta avevo provato l’intero percorso di gara: questa volta ho deciso invece di percorrere un tratto dell’alta via dove la gara non passa, vale a dire il passo di Campagneda e la meravigliosa Val Poschiavina.
Tra Italia e Svizzera al passo di Campagneda
Il mio punto di partenza è il centro sportivo Vassalini a Chiesa in Valmalenco. Ricordando bene l’infinita discesa dal rifugio Cristina all’alpe Cavaglia e da qui a Chiesa, faticosissima dopo il lungo giro dell’anno scorso, decido di togliermi subito quel tratto fastidioso andando a imboccare l’alta via in senso opposto al percorso della VUT. Dal centro sportivo prendo dunque la ciclabile in direzione Lanzada e Caspoggio, attraversando la statale (sottopasso) e poi il torrente Lanterna. Sulla destra trovo subito il sentiero per Caspoggio e, con una breve salita, arrivo in paese. Proseguo lungo la strada, sempre in salita, e vado a prendere la mulattiera per Pianaccio.
Ultime baite sopra Caspoggio
Un sentiero taglia i tornanti della mulattiera, permettendomi di guadagnare quota velocemente. Una volta a Pianaccio trovo diverse indicazioni: un sentiero a sinistra porta direttamente al rifugio Cristina, ma io ho intenzione di percorrere l’alta via e seguo dunque i cartelli per Piazzo Cavalli (sentiero 305, indicato anche come AV).
Il sentiero attraversa Pianaccio
Superato l’alpeggio, si prosegue lungo la strada sterrata in direzione della seggiovia. Dopo qualche tornante, si troverà sulla sinistra il sentiero, ben segnalato da bolli bianco-rossi, e si continua a salire fino a raggiungere le piste da sci a Piazzo Cavalli.
Sulle piste da sci
A questo punto la cosa più logica è continuare lungo l’alta via, chiaramente indicata non solo con i bolli bianco-rossi, ma anche con un triangolo giallo rovesciato, in direzione Alpe Cavaglia. Io invece, poco astutamente, ho seguito il sentiero per Crap, che rimane poco più basso rispetto a quello principale, e mi è poi toccata una bella ravanata nel bosco per tornare sulla retta via. Raccomando quindi, in questo punto, di seguire i cartelli e non la mia traccia gpx.
Il sentiero verso l’Alpe Cavaglia
Recuperato il sentiero corretto dopo l’excursus nel bosco, mi guardo intorno e mi rendo conto che questo tratto di alta via è molto più bello di quanto lo ricordassi. Raggiunti i 2000 m di quota, la salita si addolcisce, il bosco si dirada e spuntano le montagne: tra i rododendri in fiore, uno spettacolo che ogni anno riesce a sorprendermi come la prima volta, si comincia a intravedere il ghiacciaio Fellaria, mentre alle mie spalle, maestoso, troneggia il Disgrazia.
Panorama dall’alta via a 2000 m
Il sentiero spiana mentre mi avvicino all’Alpe Cavaglia, che poi consiste solo in un paio di antiche baite ormai in disuso. In fondo a destra svetta il Pizzo Scalino, la cui presenza mi accompagnerà per tutta la prima parte del giro fino al passo di Campagneda.
Verso l’Alpe Cavaglia, Pizzo Scalino sullo sfondo
Si prosegue con qualche saliscendi in un ambiente sempre più spettacolare fino all’alpeggio successivo, l’Alpe Acquanera. Questo alpeggio, a differenza dell’Alpe Cavaglia, è ancora utilizzato, con mucche al pascolo e pastori al lavoro. Superando l’ultima baita si troverà anche una fontana.
Alpe Acquanera, Disgrazia sullo sfondo
Circa 3 km di saliscendi mi separano ora dall’Alpe Prabello (2225 m), dove si trova il rifugio Cristina. Li percorro abbastanza velocemente e ben presto arrivo in vista del santuario Madonna della Pace.
Alpe Prabello e santuario Madonna della Pace
Anche qui si può fare rifornimento d’acqua. Passando al mattino presto ho trovato l’alpeggio ancora addormentato, ma tenete conto che all’ora di pranzo il rifugio e gli ampi prati richiamano numerosi escursionisti.
Il Pizzo Scalino svetta sopra il rifugio Cristina
Anche qui, sentitevi liberi di ignorare la mia traccia e di seguire i cartelli: l’alta via e il passo di Campagneda sono infatti chiaramente indicati. Io ho istintivamente continuato a seguire a ritroso il percorso della VUT lungo la strada sterrata che scende verso Campo Moro, salvo poi deviare a destra ritrovando le indicazioni per il passo di Campagneda.
Verso Campagneda, Pizzo Scalino sullo sfondo
Dopo un tratto di discesa, la mia strada sterrata riprende a salire e torno sull’alta via, con l’imponente Pizzo Scalino come presenza costante alla mia destra. Comincia ora la parte più bella del giro: accompagnata dai fischi delle marmotte salgo sempre più in alto, superando i laghi di Campagneda, che offrono scorci davvero meravigliosi, e incontrando i primi piccoli nevai verso quota 2400 m.
Laghi di Campagneda
Per quanto il sentiero sia facile e l’ambiente assolutamente non pericoloso, consiglio di utilizzare la traccia gpx. In alcuni punti, infatti, i bolli si perdono nell’erba o nella neve ed è comodo avere un riferimento per orientarsi.
Ultime roccette prima della bocchetta
Poco prima di raggiungere il passo trovo delle roccette attrezzate con una catena e persino delle staffe per i piedi, che mi sembrano un po’ eccessive vista la quantità di appigli naturalmente offerti dalla roccia.
Nevaio ormai in scioglimento a 2600 m
Il passo di Campagneda (2615 m), più che una bocchetta, si rivela un ampio e panoramico pianoro roccioso, dove un arco in legno segna il punto di passaggio di una skyrace che ormai non si tiene più, la Valmalenco – Val Poschiavo. Esco dal sentiero bollato per aggirare un nevaio e raggiungo l’arco, che a quanto pare è posto proprio sul confine: puntualmente, infatti, ricevo il classico SMS di benvenuto e un secondo SMS con la normativa Covid-19 in Svizzera.
Attraversamento del torrente Poschiavina
Superato il passo, si scende verso la Val Poschiavina sempre lungo l’alta via, seguendo i bolli tra roccette e piccoli nevai. I ramponcini sono rimasti sempre nello zainetto: ho infatti trovato neve molle e mai in punti esposti. Approfitto di un ponticello per attraversare il torrente Poschiavina, il cui corso mi accompagnerà giù per l’omonima valle e fino al lago di Gera. Poco dopo arrivo al passo di Cancian (2498 m), il cui aspetto è così poco quello di un passo che mi accorgo di averlo superato solo più tardi, riguardando il percorso sulla cartina.
Laghetto poco dopo il passo di Cancian
Dopo un primo tratto di discesa per roccette, anche qui esageratamente attrezzate con catene e staffe, proseguo in leggera discesa se non addirittura in piano per la bucolica ma infinitamente lunga val Poschiavina. Pensavo di impiegare di meno a percorrere i 4-5 km che ancora mi separano dal lago di Gera, ma il sentiero, per quanto facile e semi pianeggiante, si rivela sconnesso e paludoso e mi costringe quasi a camminare.
Val Poschiavina
Finalmente arrivo in vista dell’Alpe Val Poschiavina, dove trovo una fontana per rabboccare le borracce, e del lago di Gera. Proseguo in discesa tenendo la destra, seguendo le indicazioni per l’Alpe Gembré.
Indicazioni per Gembré prima del lago di Gera
Seguo il sentiero lungo la sponda orientale del lago e la vista si apre sul ghiacciaio Fellaria, o su quanto ne rimane. Compare anche il rifugio Bignami, prossima tappa del mio giro.
Vista sul ghiacciaio Fellaria
Raggiungo e supero l’Alpe Gembré, senza fermarmi alla fontana visto che ho già le borracce piene, e proseguo lungo il sentiero ora in discesa per il rifugio Bignami. Bisogna abbandonare brevemente il sentiero principale e seguire le frecce verdi che portano a un ponte per attraversare il torrente poco più in basso: ponte utilissimo, a maggior ragione con il torrente in piena per la neve che si sta sciogliendo.
Rododendri e cascata
Si può ora corricchiare a fondovalle, sempre seguendo i bolli e i triangoli rovesciati dell’alta via in un ambiente da favola, con i rododendri in fiore e il fragore delle cascate che provengono dal ghiacciaio.
Torrente Valle di Campo Moro
Attraverso il torrente Valle di Campo Moro, anch’esso in piena, grazie a un altro ponte, qui davvero indispensabile. Il terzo ponte, invece, manca: trovo infatti il sentiero interrotto da un altro torrente, non altrettanto impetuoso ma comunque carico d’acqua. Dopo avere cercato inutilmente un punto sicuro per l’attraversamento, stabilisco che la soluzione migliore sia togliermi le scarpe e guadare con l’acqua al ginocchio. Qualunque cosa pur di non tornare indietro e rovinare l’anello!
Guado a piedi nudi
Altre persone che arrivavano dalla parte opposta hanno preferito rinunciare e tornare indietro. Ma non temete, la piccola ruspa parcheggiata lì vicino e i sassi ammonticchiati su entrambe le sponde mi fanno pensare che presto ci sarà un ponticello anche qui! In alternativa, per evitare questo tratto, dalla Val Poschiavina si può scendere direttamente a Campo Moro senza passare per il Bignami. Che però sarebbe proprio un peccato!
Il lago di Gera dal rifugio Bignami (2401 m)
Il rifugio è sempre affollatissimo in questa stagione, per cui mi fermo giusto il tempo di una foto e riparto in discesa per la mulattiera che passa sulla sponda occidentale del lago di Gera. Qui c’è come sempre una processione di escursionisti da 400 m di dislivello, nonostante un paio di nevai che, pur battuti, aumentano un po’ la difficoltà del percorso. Come al solito, tra la folla, c’è chi si lamenta di essere superato e chi mi chiede che fretta abbia per scendere di corsa – l’idea che mi manchino ancora 20 km, dopo i quasi 30 già percorsi, ovviamente non li sfiora – ma trovo anche tante persone gentili che mi sorridono e si complimentano.
Ghiacciaio Fellaria dalla diga di Gera
Alla fine della mulattiera attraverso la diga di Gera, da cui si gode di una vista fantastica sul ghiacciaio Fellaria e il sottostante rifugio Bignami, e proseguo in discesa verso Campo Moro. Un sentiero che si prende sulla destra mi permette di evitare la strada, superando in fretta il lago di Campo Moro e arrivando all’omonima diga.
Lago di Campo Moro, Motta sullo sfondo
Il panettone che si vede dietro alla diga è il monte Motta, che dovrò superare – pur senza arrivare in cima – per tornare a Chiesa. Da Campo Moro, le indicazioni da seguire sono quelle per l’Alpe Musella: si prende dunque la strada in discesa verso destra, si attraversa la diga e si continua lungo la mulattiera in discesa, senza farsi tentare dai cartelli per Campo Franscia. Mi aspetta ancora un po’ di salita, ma era una cosa voluta e mi attengo al programma. Il sentiero per l’Alpe Musella, in ogni caso, è facile e mai troppo ripido, con lunghi tratti pianeggianti e corribili e torrentelli dove ogni tanto mi fermo a bere un sorso d’acqua.
Verso l’Alpe Musella (2020 m)
Arrivo all’alpeggio mentre il cielo si copre e cominciano a cadere le prime gocce. Poco male, non ci sono temporali in vista e piove quanto basta per rinfrescarmi. Speravo a quest’ora di essere già alla macchina, ma il guado e le continue soste per le foto mi hanno fatto perdere tempo. Dall’Alpe Musella seguo le indicazioni per l’Alpe Campascio, poco lontano.
Alpe Campascio (1844 m)
Attraverso altri torrenti (sempre con ponti) e proseguo più o meno in piano fino a Dosso dei Vetti; da qui perdo ancora un po’ di quota prima dell’ultima salita. La mulattiera bagnata non contribuisce a migliorare il mio passo, già fiacco dopo tante ore sulle gambe, e la stanchezza mi impedisce di godermi appieno il paesaggio.
Dosso dei Vetti (1810 m)
Finalmente arriva la salita che stavo aspettando: è il sentiero 339 per Cima Sassa e rifugio Motta. Lo seguo, guadagnando piano piano gli ultimi 200 m di dislivello di questo lungo giro, e raggiungo infine Cima Sassa (1721 m).
Cima Sassa (1721 m)
Non è una cima, ma da qui inizia la discesa. Non ci sono indicazioni in tal senso ma bisogna proseguire dritto, perdendo quota per i prati fino all’alpeggio sottostante – di cui non ricordo il nome, non me ne vogliano gli abitanti. Si trova anche qui una fontana, anche se io ho già fatto rifornimento all’ultimo torrente e decido di non fermarmi. Le prossime indicazioni da seguire sono quelle del sentiero 338 per Ponte, Lanzada e Chiesa, prima su strada carrozzabile e poi lungo un sentiero ben indicato. All’unico bivio non segnalato, come è naturale, ho sbagliato strada prendendo la discesa verso sinistra, mentre avrei dovuto proseguire dritto arrivando direttamente a Ponte. Poco male, ho allungato di poco e ho comunque raggiunto lo stesso paesino da un’altra strada. Bisogna ora seguire le indicazioni per Chiesa – non quelle per Lanzada! – lungo un sentierino ripido, umido e pieno di vegetazione.
Si attraversa il ponte verso la funivia
Una volta a Chiesa, si scende ancora un po’ lungo la strada e, ignorando le indicazioni che non sono corrette, bisogna attraversare il ponte che vedete in foto in direzione della funivia. Subito dopo il ponte, si svolta a destra e ben presto si arriva in vista del centro sportivo Vassalini.
Era da un po’ che volevo esplorare la Val Tartano: una visita di Stefano e una domenica dal meteo perfetto sono state la scusa per lanciarmi! Valle laterale sul versante orobico della bassa Valtellina, parallela e simile alla Val Gerola, la Val Tartano offre percorsi ideali per la corsa in montagna in estate e per lo scialpinismo in inverno, che permettono di arrivare facilmente sopra i duemila metri con una vista spaziale sulle più belle cime valtellinesi e orobiche.
In Val Budria con lo sfondo del Disgrazia
Il percorso che vi propongo è davvero poco battuto nella prima parte, da Tartano fino ai piani di Lemme passando per la bellissima Val Budria; la cima di Lemma, facilmente raggiungibile anche dalla bergamasca, è invece più frequentata e anche i laghetti del Porcile richiamano diverse persone nelle calde giornate estive. Lungo l’alta via GVO (Gran Via delle Orobie), in ogni caso, non ci sono rifugi che attraggano folle di escursionisti, per cui il giro risulta nel complesso tranquillo e piacevolmente corribile. Vi segnalo che nel mese di giugno si svolge qui una gara di corsa in montagna, il Rally estivo della Val Tartano.
Indicazioni per il sentiero 116 – Val Corta
Dopo avere parcheggiato a Tartano, poco prima della chiesa, proseguiamo a piedi fino al bar del paese, dove troveremo una quantità mostruosa di indicazioni. Non è necessario leggerle tutte, basta seguire quelle per la Val Corta in discesa verso destra: dovremo seguire la stradina lungo il fiume che si individua chiaramente dall’alto.
Dopo un paio di chilometri ci troviamo a un bivio, all’altezza di Ponte di Barbera: a sinistra si prosegue per la Val di Lemma, lungo il corso dell’omonimo torrente, mentre noi continuiamo dritto seguendo le chiare indicazioni per la Val Budria. Anche qui, seguiremo per un po’ il corso del fiume.
Seguiamo la strada sterrata a fondovalle
La stradina sterrata che si inoltra in Val Budria è quasi pianeggiante, con alcuni tratti in leggera salita. In generale, si può correre tutta. Prestate solo attenzione al primo bivio, circa mezzo chilometro dopo Ponte di Barbera: i bolli mandano a sinistra, di nuovo in Val di Lemma, mentre noi dobbiamo proseguire dritto lungo la nostra stradina, evidente nonostante l’assenza di segnavia.
Attraversiamo il torrente
Dopo un altro chilometro si vedrà un ponticello che attraversa il torrente. Lo utilizziamo per passare sull’altra sponda e proseguire nella stessa direzione. Superiamo una baita, dove troveremo una fontana, e continuiamo lungo un sentiero poco battuto, ma decisamente pulito dalla rigogliosa vegetazione del fondovalle – probabilmente grazie alla gara appena svoltasi. Finalmente raggiungiamo la fine della valle – che, per essere indicata come “Val Corta”, ci è sembrata piuttosto lunga! – e cominciamo a salire di quota. Siamo soli e circondati da una natura meravigliosa: marmotte, fiori di tutti i colori, cascate e un ultimo nevaio in scioglimento.
Ultimo nevaio in scioglimento
Il sentiero sale ora con decisione, facendoci guadagnare velocemente i circa 500 metri di altezza che ci separano dal panoramico pianoro chiaramente visibile anche dal basso, punto di arrivo della teleferica che passa alta sopra le nostre teste.
Fine della prima salita
Passiamo da una graziosa casera e qui incrociamo la GVO (Gran Via delle Orobie), l’alta via che seguiremo da qui in avanti fino ai laghi di Porcile.
Indicazioni della GVO
Non facciamo in tempo a rallegrarci delle indicazioni appena trovate, che subito perdiamo di vista i bolli in un enorme prato costellato di tane di marmotte. Poco male, non ci sono punti pericolosi e proseguiamo un po’ a caso nella direzione in cui ci hanno orientato i cartelli, verso la pietraia che si vede poco lontano. Prima della pietraia, scorgiamo un bollo e torniamo sul sentiero, ora ben visibile e segnato.
Il sentiero torna a vedersi chiaramente
Un ultimo strappetto ci porta a una bocchetta non meglio identificata, da cui la vista si apre su quella che dovrebbe essere la Val di Lemma. Non essendo pratici della zona, facciamo fatica a identificare le cime e a orientarci, tanto più che non abbiamo ancora trovato nessuno a cui chiedere informazioni.
Prima bocchetta (circa 2150 m)
Ci lanciamo ora in una divertente discesa, sempre facendo attenzione a non perdere di vista i bolli che, nel prato, tendono di nuovo a sparire.
Ste mi semina in discesa
Un breve tratto in salita ci porta a un’altra bocchetta e a una nuova discesa fino ai Piani di Lemme, crocevia di sentieri, dove finalmente qualche cartello ci aiuta a orientarci: vediamo che il sentiero 116 prosegue verso il passo di Lemma e San Simone, nella bergamasca, mentre il nostro percorso verso la Cima di Lemma e il passo Tartano, sempre parte della GVO, è ora indicato come sentiero 101. Si tratta dunque del sentiero delle Orobie occidentali, che finora avevo percorso “solo” da Cassiglio a Passo San Marco! Buono a sapersi, prenderò ispirazione per un nuovo giro.
Andiamo a prendere il sentiero in cresta
Attraversiamo un altro prato, con qualche bollo sparso qua e là, e ci dirigiamo verso le creste che vediamo ormai sempre più vicine. A questo punto basta seguire il filo di cresta fino alla cima di Lemma, che con i suoi 2348 m rappresenta il punto più alto del giro.
Sulla cima di Lemma (2348 m)
Si scende ora verso il passo di Tartano, circa 250 m più in basso e già visibile dalla cima, passando per le antiche trincee della linea Cadorna.
Antiche trincee della linea Cadorna
Dal passo di Tartano si prosegue dritto e in piano, seguendo le indicazioni per i laghi di Porcile, curiosamente dati a 20 e a 30 minuti di distanza da due cartelli a pochi centimetri l’uno dall’altro.
I tre laghi di Porcile
I tre laghetti compaiono ben presto alla nostra sinistra. Al bivio, seguiamo il sentiero che scende a sinistra in direzione del secondo lago – da quello più in alto non passeremo.
Secondo lago di Porcile
Dal lago, si seguono le indicazioni per Tartano. Non preoccupatevi delle due ore e mezza date dai cartelli: da qui alla macchina mancano solo 8 km, tutti in discesa su facile sentiero, sterrato e asfalto, per cui di corsa ci vuole meno di un’ora.
Rifugio Il Pirata
Alla fine del sentiero, prendiamo la strada sterrata verso destra che in un attimo ci porta al rifugio Il Pirata. Qui, se volete fermarvi, sarete serviti da un simpatico e gentilissimo pirata. Altrimenti potete semplicemente riempire le borracce alla fontana e proseguire lungo la carrozzabile in discesa che porta a Tartano.
Ultimo tratto su sterrato
La strada sterrata diventa infine asfaltata e finalmente spunta il campanile di Tartano. Gli ultimi chilometri sono piuttosto faticosi, sotto il sole e con tutte le auto che salgono al rifugio, ma ben presto siamo alla macchina pronti per cambiarci e premiarci con una birretta!
Vi siete mai messi alla prova su un kilometro verticale? Questo percorso, omologato Fidal e perfettamente segnato, è ideale sia come allenamento, sia per la vista fantastica che si gode da Lagunc.
Periodo: Giugno 2021
Partenza: Chiavenna – Loreto
Distanza: 6,6 km a/r (3,3 km sviluppo del vertical)
Dislivello: 1000 m
Acqua: conviene portare solo quella che serve per la salita, all’arrivo si può fare rifornimento
Ho provato questo percorso e mi sento di consigliarlo, come allenamento o anche come gara: per gli amanti della specialità, il Kilometro Verticale Chiavenna-Lagunc è un’occasione imperdibile per confrontarsi con alcuni tra gli atleti più forti sulla scena nazionale e internazionale.
Indicazioni alla partenza
Si parte da Loreto a Chiavenna (352 m), con la possibilità di lasciare l’auto nel comodo parcheggio all’angolo tra via Quadrio e via Rezio. Dall’altra parte della strada rispetto al parcheggio si trovano subito le indicazioni per Lagunc ed è da qui che si fa partire il cronometro. Il sentiero è bollato in modo molto chiaro, tranne a Pianazzola, dove ci si può confondere: arrivando nel piccolo borgo andate a sinistra e poi a destra, sempre in salita fino alla strada; da lì in avanti i bolli ricominciano e non si può davvero sbagliare.
Quota raggiunta e dislivello rimanente
Da metà percorso (500 m D+) si trovano ogni 100 m di dislivello le indicazioni della quota raggiunta e del dislivello rimanente. La parte più ripida è quella centrale, mentre all’inizio e alla fine la salita dà ogni tanto un po’ di tregua con brevi tratti in piano. Il sentiero è per lo più una scalinata in pietra, dove i bastoncini sono poco utili: io non li ho portati.
Il punto di arrivo a 1352 m
Una volta a Lagunc, il sentiero prosegue in salita e bisogna aguzzare un po’ la vista per trovare il punto di arrivo, a 1352 m di altezza. In gara naturalmente vi aspetterà l’arco gonfiabile, ma se venite qui per conto vostro ricordate di non salire fino alla chiesetta: il cartello in legno che segna la fine delle vostre fatiche si trova nella parte bassa del paesino!
Lagunc
Solo dopo avere stoppato il cronometro si può proseguire con calma la salita per ammirare le baite e il laghetto di Lagunc dall’alto. Dal belvedere la vista si apre quasi a trecentosessanta gradi sulle cime più belle della Valtellina e della Valchiavenna, con cartelli esplicativi che vi aiuteranno a riconoscerle.
A questo punto, non vi aspetta altro che una ripida ma divertente discesa!
Sentiero del Viandante da Lecco a Rongio – Zucco di Manavello (1112 m) – Zucco di Portorella (1465 m) – rifugio Rosalba (1730 m) – sentiero delle Foppe – Piani Resinelli (1200 m) – Val Calolden – Laorca – Malavedo – Lecco.
Non è fantastico avere gambe forti da trail runner e raggiungere la Grignetta direttamente da Lecco, contribuendo così a ridurre il traffico ai frequentatissimi Piani Resinelli? Con il nuovo tratto di sentiero del Viandante, poi, ne esce proprio un anello perfetto! (Chi volesse optare per una versione più breve del giro può seguire questo percorso da Abbadia Lariana).
Il nuovo tratto Lecco-Abbadia del Viandante
In un’umida mattina di fine maggio, con le ore contate per un’irrinunciabile festa pomeridiana, parto di buon’ora con l’inseparabile coach Meme da via Alcide de Gasperi, dove si parcheggia comodamente ai piedi del Medale e vicino all’imbocco del Viandante. L’idea è di seguire fino al Rosalba il percorso della UTLAC, per poi decidere se salire in Grignetta dal sentiero Cecilia o più semplicemente scendere ai Piani Resinelli dal sentiero delle Foppe. Alla fine i tempi stretti e qualche nuvolone minaccioso ci convinceranno a evitare la vetta e optare per il giro più breve.
Per andare a prendere il sentiero del Viandante seguiamo via Santo Stefano, che subito diventa via Stelvio, per poche centinaia di metri; superiamo, senza attraversarla, la sbarra dove comincia il sentiero per i Pizzetti e successivamente imbocchiamo il sentiero non indicato che si stacca a destra della strada, rimanendole parallelo. Occhio alle radici, ce n’è una particolarmente subdola! Le indicazioni per Abbadia Lariana cominceranno più avanti, ma in ogni caso il percorso da seguire è piuttosto evidente.
Rete di protezione ai piedi del San Martino
Stretto tra le ripide pareti del San Martino e il lago di Como, il sentiero in questo punto è un capolavoro di ingegneria e sembra reclamare a gran voce un sia pur piccolo spazio per il viandante che, evitando la trafficata SS36, decide di muoversi a piedi da Lecco verso la Valtellina. Dopo circa 6 km di saliscendi si arriva ad Abbadia Lariana e si prosegue lungo il “vecchio” sentiero del Viandante, seguendo i cartelli arancione e (ve lo consiglio, perché non c’è una volta che io riesca a non cadere in errore lungo questo percorso) anche la traccia gpx.
Vista sul lago dal sentiero del Viandante
Superato il ponte sulla SS36, abbiamo abbandonato il Viandante per salire a Crebbio, con l’intenzione di raggiungere da lì lo Zucco di Manavello come da percorso della UTLAC. Tratti in inganno da un anziano signore – che lo Zucco di Manavello lo conosceva benissimo, ma con ogni probabilità non c’era mai salito – ci siamo però ritrovati a Maggiana. Di nuovo sul sentiero del Viandante, lo abbiamo a questo punto seguito fino a Rongio e siamo saliti da lì allo Zucco di Manavello dal più noto sentiero n. 13.
Sentiero n. 13
Si trovano in questo tratto due fontane: la prima nel paese di Rongio, prima di prendere la mulattiera in salita verso destra; la seconda nella parte iniziale del sentiero. Consiglio di fare un bel rifornimento d’acqua, soprattutto se vi avventurate da queste parti in settimana e il rifugio Rosalba è chiuso, perché la fontana successiva sarà ai Piani Resinelli. Con le borracce piene, si affronta dunque la faticosa salita che in breve ci fa guadagnare oltre 600 m di quota e raggiungere il grazioso Baitello di Manavello (al momento chiuso causa pandemia).
Il Baitello di Manavello
Da qui si apre una vista meravigliosa sul lago, mentre proseguendo verso le Grigne l’ambiente diventa sempre più selvaggio. Superato il Baitello, difficilmente si trovano escursionisti in giro: la traversata da qui al Rosalba è infatti lunga, faticosa e anche un po’ accidentata, con qualche tratto di sentiero classificabile come EE.
Vista su Mandello e sul lago di Como
Proseguiamo dunque in direzione Grignetta. A un breve tratto pianeggiante segue subito un’altra salita, ancora più faticosa della prima, e chi ha portato i bastoncini può a questo punto metterli via: il sentiero si inerpica e diventa poco più che una serie di bolli tra una roccetta e l’altra.
Si continua a salire per roccette verso le Grigne
Un breve tratto attrezzato con catene ci porta alla bocchetta e allo Zucco di Portorella (1465 m).
Bocchetta e Zucco di Portorella
Fate attenzione ora a non abbandonare il sentiero degli umani per seguire le tracce dei camosci. I bolli sono un po’ sbiaditi ma ci sono, non perdeteli di vista!
L’ambiente è sempre più selvaggio
Superate le ultime roccette, sbuchiamo finalmente sul lato delle Grigne, le cui cime purtroppo risultano coperte dalle nubi. La vista sulle caratteristiche guglie di calcare è comunque sempre uno spettacolo. Si vede già il rifugio in lontananza, ma non bisogna farsi ingannare – come ha osservato giustamente Meme, il Rosalba qui somiglia alla Giannetti lungo il Kima: si vede sempre ma non ci si arriva mai!
Il sentiero passa ai piedi dello Zucco Pertusio
La pendenza si è ridotta notevolmente, ma il sentiero adesso risulta un po’ antipatico: in leggera salita, ricoperto da un’erbetta scivolosa, stretto tra lo Zucco Pertusio e un ripidissimo prato in discesa, richiede molta concentrazione e non permette di procedere troppo spediti. Superato lo Zucco Pertusio, ci inoltriamo nel bosco e finalmente un’ultima salita ci porta al sospirato rifugio Rosalba (1730 m).
Campaniletto e vista lago dal Rosalba
Dopo una breve sosta al rifugio, affollatissimo come sempre, decidiamo di evitare sentiero Cecilia e vetta, che porterebbero via troppo tempo: sono già le 11 e devo essere alla macchina non oltre le 13. Scendiamo dunque il più in fretta possibile dal sentiero delle Foppe, zigzagando tra gruppi di escursionisti più o meno collaborativi, e arriviamo alla strada che porta ai Piani Resinelli. Qui ci aspetta un chilometro di salita, e posso garantire che anche sapendolo in anticipo ha fatto male! Segue un altro chilometro di strada in piano e finalmente, superato il rifugio SEL, svoltiamo tutto a sinistra seguendo le indicazioni per la Val Calolden.
Comincia il sentiero per la Val Calolden
Da qui è praticamente tutta discesa. Attenzione solo a un bivio, poco dopo l’inizio del sentiero, in cui bisogna svoltare a destra seguendo la traccia gpx, anche se non ci sono bolli né indicazioni. Poi si prosegue per questo lungo ma facile sentiero fino ad arrivare, dopo circa 4 km, a Laorca; da qui a Lecco sono “solo” altri 3 km su strada. Per un pelo siamo stati nel tempo limite: per le 12,55 eravamo alla macchina!
Sopra Ardenno, sconosciuto ai più, si apre uno spettacolare balcone sulle cime della Valmasino. Dalla Cima di Granda e dall’omonima alpe, facilmente raggiungibili ma davvero poco frequentate, la vista è così bella che non vorrete più andarvene!
Questo giro, ci scommetto, non lo conoscete! Anche io ci ho messo un po’ a scoprirlo, facendomi incuriosire dai cartelli ma rimandando l’esplorazione ora per la neve, ora per gli alberi caduti nei boschi, ora perché alcuni sentieri sembravano non esistere sulla mappa di Strava.
Finalmente ho preso l’iniziativa e ho scoperto che si tratta di un percorso escursionistico, molto semplice in realtà, ma super panoramico! Ed è venuto fuori che questi sentieri, per quanto Strava ne ignori l’esistenza, sono tenuti molto bene. Il problema degli alberi caduti rimane al di sopra del rifugio Alpe Granda, verso il monte Scermendone, ma fino all’alpeggio si arriva senza difficoltà.
Le vette della Val Masino dall’alpe di Granda (1600 m circa)
Ho deciso di partire da Piazzalunga, un grazioso borgo dove faccio sempre tappa acqua nei miei giri. Con il senno di poi, sarebbe forse stato meglio partire da Gaggio per risparmiarmi un’antipatica salita alla fine del giro! Per chi invece volesse ridurre un po’ distanza e dislivello, si può anche lasciare l’auto a Pioda: in questo caso si parte direttamente dal sentiero, eliminando il primo tratto di strada, e in discesa da Prati di Erbolo si prende il primo sentiero per Lotto, ricongiungendosi così con il percorso dell’andata. L’alternativa più ecologica, infine, è cominciare il giro dalla stazione di Ardenno, cosa che sicuramente farò la prossima volta con più tempo a disposizione!
Pioda
Da Piazzalunga si segue la strada asfaltata in leggera salita per Pioda e Lotto. A Pioda si arriva in meno di un chilometro e, senza scendere in paese, si prende il sentiero che prosegue in piano, parallelo alla strada che è invece in discesa. Si troveranno poi le indicazioni per Lotto, che non lasciano possibilità d’errore. Il sentiero si inoltra nel bosco e comincia a salire, sempre più ripido, fino a incontrare di nuovo la strada per Lotto; si segue la strada solo per un tornante, poi si riprende il sentiero sulla sinistra e si continua in salita nel bosco fino a Lotto. Prima del laghetto artificiale, completamente recintato e nascosto alla vista, si svolta a sinistra: si trova qui il primo cartello che indica la direzione da seguire, Granda.
Di indicazioni se ne troveranno anche più avanti e il sentiero, oltre che segnato, sembra anche relativamente battuto. Nei pochi punti in cui la traccia risulta poco visibile per cumuli di foglie ci sono comunque diversi ometti che rendono letteralmente impossibile perdere l’orientamento. E pensare che avevo paura che questo sentiero non esistesse nemmeno!
Dopo un primo tratto di ripida salita, la pendenza diminuisce e si può tirare il fiato. Il bosco è stupendo, verde e lussureggiante, ma continuo a sbirciare tra le fronde per trovare qualche scorcio sulle vicine montagne innevate: mi trovo infatti sul crinale che separa la Valtellina dalla Val Masino, che per me è una delle valli più belle del mondo!
Selfie con montagna non meglio identificata
Il sentiero continua a salire e si arriva a un bivio: a sinistra si scende a Prato Tabiate, mentre io proseguo verso destra in direzione Granda. Ancora qualche saliscendi nel bosco, poi finalmente si sbuca sull’ampia cima di Granda (1708 m), che non sembra una cima ma è comunque un posto fantastico. Al bivacco Baita degli Alpini fa da sfondo una corona di montagne innevate, tra cui, se non erro, il monte Disgrazia.
Il bivacco Baita degli Alpini
Dopo il bivacco c’è ancora un breve tratto di salita, poi si comincia a scendere per i pascoli di questo enorme alpeggio fino a raggiungere un gruppetto di baite.
Baite tra i pascoli dell’alpe di Granda
Supero le baite e proseguo più o meno in piano lungo la pista sterrata, senza prendere il sentiero in discesa verso destra ma continuando dritto fino al rifugio Alpe Granda (1680 m), che però al momento è chiuso per ristrutturazione e, secondo il gestore, non riaprirà prima della fine di giugno.
Il rifugio Alpe Granda, al momento chiuso
Dal rifugio si diparte un sentiero in salita che porta verso il monte Scermendone, purtroppo interrotto da diversi alberi caduti e a oggi (23 maggio 2021) non ancora ripristinato. Ho quindi seguito la noiosa pista in leggera salita in direzione Merla / Verdel fino all’alpe Merla (1736 m).
Alpe Merla (1736 m)
A dirla tutta, questo tratto di pista si può saltare se riuscite a scovare il sentierino non segnato che dal rifugio Alpe Granda scende dritto per dritto nel bosco fino alla pista sottostante – l’ho percorso di recente trovandolo in condizioni relativamente buone, con qualche albero caduto ma aggirabile. In questo caso ho preso la strada più lunga e in salita perché, con il sentiero per il monte Scermendone impraticabile, avevo già tagliato fin troppo dislivello dal mio giro!
Discesa dall’alpe Merla
Dall’alpe si prende il sentiero non indicato che scende ripido nel bosco – quello a fondovalle, non quello che rimane più alto sulla destra e che penso riporti all’alpe di Granda. Questo sentiero probabilmente non è molto battuto e non l’ho trovato in ottime condizioni, ma mi ha comunque permesso di arrivare alla pista sottostante scavalcando giusto qualche tronco (attenzione!).
Si segue la pista fino a questo casotto
Alla fine del sentiero si svolta a destra: sì, ancora salita! Bisogna seguire la pista fino al casotto che vedete in foto, dietro al quale sbuca anche l’altro sentierino, quello che scende diretto dall’alpe di Granda. Alla stessa altezza ma sulla sinistra si trova invece il sentiero in discesa per Erbolo che ho in programma di seguire: anche questo su Strava non c’è, ma vi assicuro che esiste ed è in buone condizioni!
Il sentiero in discesa per Erbolo
Si segue questo sentiero fino a tornare sulla strada carrozzabile che in breve porta a Prati di Erbolo, dove ho trovato anche una fontana funzionante.
Prati di Erbolo
Superate le prime baite, proseguo in discesa lungo la strada fino a trovare sulla destra il sentiero in discesa per Gaggio. Lo seguo fino alla località Piasc e qui svolto a destra, di nuovo su strada carrozzabile, continuando a seguire le indicazioni per Gaggio. Si trova poi, a un tornante, il sentiero per Piazzalunga che si inoltra nel bosco sulla destra.
Il sentiero per Piazzalunga
Bisogna seguire questo sentiero, non molto battuto, in discesa verso sinistra, fino a sbucare sull’ennesima strada carrozzabile (o forse è sempre la stessa?!) che va imboccata verso destra. Mi trovo ora poco sopra il paesino di Gaggio, da cui mi è già capitato di passare diverse volte, e riconoscendo il posto realizzo anche che mi aspetta un’ultima salita prima di arrivare a Piazzalunga! Per circa un chilometro la strada continua a salire senza pietà, a tratti ripida, ma mai abbastanza da permettermi di smettere di correre senza sensi di colpa. Al bivio si prosegue dritto, ora per fortuna in leggera discesa, sempre seguendo le indicazioni fino a Piazzalunga. In tutto il giro ha richiesto meno di tre ore, comprese abbondanti pause foto. Ora che conosco i sentieri, lo inserirò appena possibile in percorsi più lunghi!
La Val Bregaglia, che ho scoperto qualche anno fa in occasione di una delle mie prime gare, il Val Bregaglia Trail appunto, è un posto fantastico, che si presta naturalmente al trail running: al confine tra Italia e Svizzera, circondata da cime maestose, questa valle è percorsa da una pista ciclabile che segue il corso del fiume Mera e offre, su entrambi i versanti, una rete di sentieri, mulattiere e strade carrozzabili che collegano alpeggi, crotti e paesini caratteristici, con boschi freschi anche a bassa quota e fontane praticamente ogni chilometro.
Caratteristici tetti in pietra a Villa di Chiavenna
La partenza è da Chiavenna. Arrivando in auto, ho parcheggiato nel quartiere San Mamete, prima di entrare in città e subito prima del ponte sul fiume Liro; dato che si attraversa il centro di Chiavenna, però, si può fare lo stesso giro arrivando in treno e partendo dalla stazione. Ho percorso un paio di chilometri seguendo via Alessandro Volta prima di arrivare in centro e, seguendo le indicazioni per la stazione, svoltare a destra per attraversare il fiume Mera.
Si attraversa il fiume Mera
Dopo il ponte, si svolta a sinistra e si segue il corso del fiume lungo la ciclovia della Val Bregaglia, passando ai piedi del parco Marmitte dei Giganti, dove si può ammirare il fenomeno geologico di enormi rocce scavate dall’azione millenaria dei ghiacciai, e per invitanti crotti che al mio passaggio stavano giusto aprendo per pranzo! Di crotti se ne incontreranno a dozzine lungo tutto il percorso, per cui conviene spiegare che cosa siano: tipici di Chiavenna, che sorge su una enorme e antichissima frana, i crotti sono cavità naturali formatesi tra i massi rotolati giù dalla montagna, dove spira un venticello a temperatura costante per tutto l’anno, ideale per la conservazione di prodotti tipici quali vino, salumi e formaggi. Intorno ai crotti sono poi nati punti di ritrovo, ristorantini e così via.
Il fiume Mera e le cascate dell’Acquafraggia
Superati gli invitanti crotti di Chiavenna, si prosegue sempre seguendo la pista ciclabile, tendenzialmente bene indicata, ora su una sponda, ora sull’altra, ma sempre lungo il corso del fiume. Si noteranno le indicazioni del Val Bregaglia Trail in senso opposto al nostro: la ciclabile è infatti il tratto finale della gara, che porta a Chiavenna. Sulla sinistra, di là dal fiume, si cominceranno a vedere anche le cascate dell’Acquafraggia. Il campanile che svetta sopra le cascate è quello di Savogno, da cui si passerà sulla via del ritorno.
Anche se è mezzogiorno e sono a fondovalle, il torrente e il bosco rendono la corsa fresca e piacevole. I punti acqua, inoltre, non mancano, tanto che mi viene da pensare che questo giro si possa fare anche senza borracce. Uscendo dal bosco ci troveremo a una fontana e vedremo le indicazioni per la Traversata dei Monti (altro giro in programma!). Qui bisogna ignorare i cartelli e proseguire dritto sul fondovalle, lungo la ciclovia che comincia ora a presentare qualche salitella – in tutto sono circa 300 metri di dislivello sui primi 10 km.
La ciclovia della Val Bregaglia
Si supera Piuro e si continua a correre in leggera salita lungo questa bellissima ciclovia, con le cime innevate della Svizzera sullo sfondo. Si arriva infine in prossimità di Villa di Chiavenna: chi volesse accorciare il giro può semplicemente seguire le indicazioni fino in paese. Io invece, svoltando tutto a destra, ho preso la scalinata in salita per Canete.
La scalinata per Canete
Finalmente la pendenza aumenta e mi permette di camminare senza sensi di colpa! Supero il piccolo alpeggio di Canete (726 m) e continuo a salire in direzione Laghetti, prima su strada e poi prendendo il ripido sentiero a scalini che taglia i tornanti. Si tiene la sinistra dove il sentiero spiana, sempre continuando a seguire le indicazioni per Laghetti fino a un nuovo bivio: abbandono qui la direzione Laghetti e seguo per Bondeia.
Al bivio si segue per Bondeia
Ci aspetta adesso un bel tratto più o meno pianeggiante, che porta a un’ampia radura con poche baite e una splendida vista sulle montagne innevate.
Superato questo punto, si segue la strada carrozzabile verso sinistra e comincia una lunga discesa, piuttosto veloce, che in breve riporta a fondovalle. Si attraversa il fiume Mera e si prosegue in leggera discesa lungo la ciclabile, fino alla diga di Villa di Chiavenna.
Verso la diga di Villa di Chiavenna
Si costeggia tutto il lago e, una volta in paese, si abbandona la strada principale per prendere verso destra via Badarello, la stradina che si inoltra tra le case in leggera salita.
Via Badarello
Seguo ora, senza possibilità d’errore, le indicazioni per Savogno lungo il percorso del Val Bregaglia Trail. Superati i Crotti Motta, continuo in salita lungo la strada che diventa ora sterrata e in leggera salita. Trovo chiuso il sentiero per Savogno, ma la via alternativa è indicata con encomiabile precisione e con tanto di mappa!
Il sentiero per Savogno è chiuso
Proseguo dunque in discesa lungo la strada, sempre seguendo le indicazioni per Savogno, che mi portano a prendere una carrozzabile a tornanti lungo la quale riprendo a salire. Questa strada è davvero noiosa e antipatica, unico punto di tutto il giro in cui ho sofferto il caldo. In compenso, la vista sulle montagne – che non riconosco – è impagabile!
Carrozzabile noiosa, ma con vista
Si torna infine a ricongiungersi con il percorso originale per Savogno, che è anche il percorso del Val Bregaglia Trail. Proseguo lungo la strada fino a trovare (finalmente!) un sentiero che scende verso sinistra in direzione Savogno.
Dopo tre chilometri di carrozzabile tutta uguale, non mi sembra vero di correre su un bel sentierino nel bosco! Ben presto arrivo a Savogno (932 m), paesino pittoresco e piuttosto frequentato per l’omonimo rifugio, facilmente raggiungibile da Chiavenna.
Savogno
Si attraversa tutto il paese e, superato il rifugio, si prende la mulattiera in discesa verso sinistra in direzione Borgonuovo, Crana, Chiavenna. Questo è l’unico punto che ho trovato affollato, ma niente paura: dopo un mezzo chilometro di discesa a zigzag tra ingorghi di escursionisti con evidenti problemi di udito, che fanno un po’ rimpiangere la zona rossa, ho preso il più tranquillo sentiero a destra seguendo le indicazioni della gara.
Bye bye mulattiera! Si segue il percorso di gara
Sempre in discesa si arriva a un ponticello: attraverso il torrente e proseguo in leggera salita fino a Crana, un altro borgo grazioso e curatissimo.
Crana (558 m)
Superato il paese, si continua in discesa sempre seguendo la segnaletica permanente del Val Bregaglia Trail fino a Località Sasso (485 m). Qui abbandono il percorso di gara e seguo le indicazioni per Sentiero Panoramico, San Carlo – Loreto, Chiavenna. Comincia l’ultima salita del giro, circa 200 m di dislivello tra Sasso e Pianazzola.
Comincia l’ultima salita
Compaiono infine le indicazioni per Pianazzola, molto chiare e semplici da seguire. Scendo a dare un’occhiata anche a questo paesino, poi risalgo sulla strada che passa appena sopra.
Pianazzola
Si prosegue ora in discesa su asfalto fino al primo tornante, in corrispondenza di un masso, dove si abbandona la strada per continuare dritto e andare a prendere il sentiero in discesa in direzione Crotti di Bette.
Ultimo tratto di sentiero
Sempre in discesa arrivo a Bette e, da qui, seguo in leggera discesa la strada che riporta a Chiavenna. Prendo via della Violina verso destra e la seguo fino a incrociare via Volta, la via dell’andata. A questo punto mi basta tornare sui miei passi per poche centinaia di metri e mi ritrovo al parcheggio.